giovedì, 13 Agosto, 2020

Referendum, il fastidio per la democrazia parlamentare

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Il prossimo referendum, influirà su due distinti processi politici. Il primo, tutto italiano, ma in fase terminale. Il secondo, mondiale, in pieno sviluppo e assai pericoloso.
Non voteremo sul merito della questione: leggi il numero dei deputati. Così come è, nella dimensione italiana, è inutilmente provocatoria la conclamata intenzione della riduzione dei costi della politica; minima nel nostro caso quanto infinitamente maggiore se si percorressero altre vie.

La legge in discussione, del resto, è la classica legge/manifesto. Espressione della, diciamo così, ideologia di chi l’ha voluta; e scalpo da esibire per rincuorare la truppa (vedi Di Maio in una piccola, ma raccolta, piazza di Roma).
Si è accusato il M5S di attacco alla democrazia parlamentare, da sostituire con la democrazia diretta. Roba forte. Roba seria. Ma siamo ben lontani da queste vette. Perché la piattaforma Rousseau è una parodia della democrazia. E, soprattutto, perché non si manifesta nessun attacco al Parlamento in generale; ma piuttosto ai parlamentari; anzi alla “casta”.
La parola evoca l’immagine dei nobili e dei vescovi alla corte di Versailles. Oziosi. Inutili. Nullafacenti. Privilegiati. Ma sempre pronti a ricorrere all’erario per soddisfare necessità contingenti.

Il fatto è, però, che – come diceva Ghedini parlando di Berlusconi- i grillini siano stati soltanto gli “utilizzatori finali” di un linciaggio della classe politica, avviato da altre e assai più radicate “caste”; con in prima fila, giornalisti, magistrati, e padroni del vapore di ogni ordine e grado. E, ancora, che la sullodata “casta” abbia obbedito, nel corso del tempo e senza particolari resistenze, a intimazioni che non colpivano soltanto i suoi privilegi ma anche i suoi diritti e la dignità della politica come servizio pubblico.
E qui basterà paragonare la scena del 2019 (quando i parlamentari votano, alla quasi unanimità, la riduzione del loro numero; per tacere dei vitalizi) con la notte del luglio 1789, quando nobiltà e clero votarono l’eliminazione dei loro privilegi. Allora si aprì una nuova fase della storia della Francia; e vantaggio dei più. Qui l’ultima ripetizione di un rito insensato; e senza vantaggi per nessuno. Allora c’era un clima di entusiasmo; oggi prevalgono rassegnazione e viltà.

In ogni caso, questa partita si chiude qui. I vincitori non hanno né le risorse né la credibilità per proseguirla; i vinti non hanno la forza per riaprirla.
Conseguentemente, oggetto dello scontro referendario non saranno i diritti dei parlamentari ma il ruolo stesso del Parlamento.
Questo, lo dice la parola stessa, è nato, anzi si è affermato attraverso lotte secolari, per conquistare questo diritto. Che è poi quello di discutere, di contestare, di difendere i diritti, prima di aristocratici e di borghesi e poi del popolo intero contro un potere, variamente legittimato ma tendenzialmente arbitrario, ingiusto e sopraffattore.
Oggi però la democrazia liberale, che ritenevamo acquisita una volta per sempre, è in affanno. E oggetto di una sfida che non parte dall’esterno ma dal suo stesso interno. All’orizzonte non ci sono più i grandi regimi totalitari e le relative ideologie negatrici, in linea di principio della democrazia; ma quelli che lo studioso americano chiama “democrazie elettorali”. Una formulazione, ad avviso di chi scrive, assai felice. Perché non descrive (o suggerisce) un contrasto tra due modelli tra loro chiaramente separati e contrastanti ma piuttosto l’immagine della contiguità; a giustificazione obbiettiva del lento scivolare del primo in direzione del secondo.

Non stiamo parlando di qualche oscuro staterello africano o sudamericano; ma delle grandi democrazie dell’occidente e del cuore del capitalismo mondiale. Stiamo parlando di Trump, di Bolsonaro, di Orban e Netanyahu; ma anche di Boris Johnson e del crescente fastidio per le lentezze della democrazia parlamentare. E stiamo parlando di una narrazione fatta apposta per venire incontro a quanti davano per scontata la democrazia come luogo di un progresso infinito e indefiniti. E si accorgono che non è così; senza che nessuno si sia degnato di spiegargli perché. Ecco allora arrivare il salvatore di turno. Che parla a loro nome, anzi come loro. Che gli spiega il perché e il percome, i nemici e le loro colpe e le soluzioni, facili, alla portata di tutti, per risolvere i loro problemi.

Siamo all’”Io e popolo”. In un contesto in cui il secondo è la proiezione passiva del primo; e in cui il passaggio elettorale, legittimante a tutto, è un passaggio essenziale. Ma che può anche funzionare a danno dell’Io, se questo non dovesse mantenere le sue promesse.
In questa fase, le democrazie liberali sembrano incapaci di reagire. E resteranno tali finché non si saranno misurate con le ragioni della propria impotenza.
Rimane però, l’obbligo, politico e morale di difendere sino in fondo la loro ragion d’essere. E il nostro piccolo referendum può essere l’occasione per farlo.

Alberto Benzoni

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