sabato, 28 Novembre, 2020

Régimen caciquil

0

Giulio Sapelli indica come quello “che più ci aiuta a definire il regime politico oggi vigente in Italia” il régimen caciquil descritto da Joaquin Costa con riferimento alla Spagna dell’inizio del secolo scorso. Difficile dargli torto, dopo la tornata elettorale del mese scorso, e di fronte ad uno scontro politico sul contenimento della seconda fase della pandemia di cui si fa fatica a cogliere le dinamiche.

Le elezioni regionali hanno visto trionfare i governatori uscenti, e molto meno i rispettivi partiti d’appartenenza. Si è detto che questo si è verificato perché i mesi di contrasto alla pandemia li avevano particolarmente esposti, e perché le loro prese di posizione sembravano l’unica difesa possibile dalla
dittatura dei Dpcm. Ma non è così: se non altro perché l’attivismo dei governatori non sempre è stato coronato da successo, neanche nel caso di quelli che poi sono stati premiati nelle urne. Ma a Zaia è stato perdonato l’infelice esordio sui cinesi che mangiano i topi vivi (per non parlare dell’epidemia fai da
te prodotta dal malfunzionamento dell’impianto idraulico di un ospedale di Verona): mentre a De Luca forse saranno perdonate le esternazioni su Halloween, ma non la chiusura delle scuole.

 

La verità è che i governatori guidano enti dotati di cospicui poteri, ma soprattutto in grado di esercitarli: e che per giunta possono scaricare sul governo centrale le scomode problematiche legate alla sovranità limitata nei confronti dell’Unione europea, e sugli enti locali l’onere di operare sul campo. Di fatto nel nostro panorama istituzionale sono l’unico esempio di “democrazia governante”, dopo che per trent’anni i tentativi
di applicare quel modello al governo centrale sono stati frustrati dal timore per l’uomo solo al comando. Ed in queste condizioni, per citare ancora Costa, può capitare che “en vez de subordinarse los elegidos a los electores, son èstos lo que stan sometidos a los elegidos”.

 

Può capitare ed è capitato. Si può infatti dubitare che in Campania siano stati los electores a comporre la corona di quindici liste che ha fiancheggiato De Luca, mentre si può stare certi che anche nel Vento siano stati los elegidos a gonfiare quella lista personale di Zaia che ha surclassato la lista della Lega:
per concludere che sono state decine di cacicchi – ciascuno con il proprio piccolo peculio elettorale – ad essere determinanti per le fortune delle oligarchie regionali.
Meglio che niente, comunque. Sicuramente meglio di un circuito di legittimazione che non prevede nessun rapporto fra eletti ed elettori, come è quello su cui si fonda il Parlamento nazionale: e c’è da sperare che ne tengano conto gli “esperti” già al lavoro per confezionare l’ennesima riforma della legge elettorale, in modo da superare la schizofrenia che negli anni della seconda Repubblica ha pesantemente condizionato la formazione di un sistema politico degno di questo nome.

A quanto pare, invece, si va in direzione diametralmente opposta: e comunque, con buona pace di quanti in seno alla maggioranza propongono addirittura un “patto di legislatura”, non si valuta con la dovuta attenzione la debolezza del Parlamento in carica, causata non solo dalla schizofrenia di cui si èdetto, ma anche e soprattutto dalla incipiente evaporazione del partito  di maggioranza relativa.

 

Questo peraltro è il Parlamento che, oltre a dover gestire l’emergenza sanitaria e programmare la ripresa economica, dovrebbe dar vita anche ad una “mezza legislatura costituente”, come ricorda Marco Plutino nelle pagine che seguono. Si dà infatti per scontato che, dopo la conferma referendaria del taglio dei parlamentari, numerosi e impegnativi siano gli adempimenti conseguenti: tanto da giunger  e alla fine naturale della legislatura, e da consentire ai parlamentari in carica – in gran parte destinati a non rimettere più piede a Montecitorio ed a Palazzo Madama – di eleggere il prossimo presidente della Repubblica.
C’è quanto basta per far tremare le vene non solo ai polsi: e per auspicare, in luogo di un improbabile “patto di legislatura”, un più modesto pit stop che consenta a tutti di misurare le risorse disponibili per raggiungere un traguardo in cui difficilmente verrà messo in palio un pacchetto di riforme esaustivo di tutto quanto, nell’ultimo ventennio, non si è realizzato per modernizzare le nostre istituzioni.

È l’esatto opposto di quello che immaginano quanti, a sinistra, hanno cavalcato il sì al referendum come start up di una nuova stagione di riformismo istituzionale.

 

Se il presidente del Consiglio fosse meno furbo e più saggio, spetterebbe a lui fare la prima mossa. Ma a quanto pare Conte preferisce surfare sulle pur perigliose onde dell’emergenza, esercizio che del resto gli offre l’occasione di una legittimazione di cui a sua volta è carente.
Per evitare il caos ci si può quindi aspettare solo qualche iniziativa del Quirinale: le cui armi, almeno nei prossimi dieci mesi, non sono affatto spuntate. Non sta scritto da nessuna parte, infatti, che il taglio dei parlamentari esiga chi sa quali e quanti ulteriori adempimenti, come ha osservato di recente Roberto D’Alimonte, politologo autorevole almeno quanto Goffredo Bettini: basta un rapido adeguamento delle circoscrizioni e dei collegi per andare a votare con la legge elettorale in vigore.
Ovviamente si tratta di un’ipotesi di scuola: ma potrebbe funzionare come spada di Damocle per costringere da un lato quel che resta delle forze politiche della seconda Repubblica a ridefinire il proprio ruolo e la propria identità, e dall’altro a garantire una gestione equilibrata ma ambiziosa dell’emergenza sanitaria e di quella economica e sociale: senza dire che può perfino darsi che serva ad evitare che nel 2022 il successore di Mattarella venga eletto nel caos o addirittura in un mercato delle vacche.

 

Luigi Covatta

(Direttore Mondoperaio)

 

 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply