martedì, 12 Novembre, 2019

Antonello Loreto: “Regina Blues”, l’amore ai tempi del terremoto

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Antonello Loreto è nato a L’Aquila e vive a Roma. Dopo aver lavorato nel campo del marketing e della comunicazione, nel 2014 ha deciso di dedicarsi esclusivamente alla scrittura con “La favola di Syd”, il suo primo romanzo edito in self publishing, cioè pubblicandosi a spese sue. Due anni dopo il salto tra i professionisti con “Un’altra scelta” per le Edizioni Progetto Cultura, che nel 2018 hanno presentato anche “Regina Blues”, ambientato in una città immaginaria (Regina, appunto) che racconta della partita finale di un torneo di calcio tra ragazzi delle scuole superiori interrotta da un terremoto.

Facile fare il parallelo con il sisma che ha colpito L’Aquila il 6 aprile 2009, ma per meglio soddisfare la nostra curiosità abbiamo intervistato Antonello Loreto.

Ci sono domande che, quando rivolte a uno scrittore, non trovano risposta o forse ne scatenano troppe. Proviamo: perché hai scritto “Regina Blues”?

«Regina Blues è un inno all’ottimismo ed un tributo alla mia città natale, L’Aquila. Ricorre quest’anno in aprile il decennale del terremoto, e ho pensato che raccontare la storia di questi adolescenti a Regina, fosse per me una sorta di esorcizzazione del senso di colpa di non essere stato presente a L’Aquila quella notte, quindi di non aver partecipato fisicamente al tragico evento che ha colpito la comunità nella quale sono nato e cresciuto da ragazzo».

Il blues è un genere musicale tra i più importanti del Novecento. Perché lo hai usato nel titolo? Solo per passione o anche per altri motivi?

«Lo ho utilizzato prima di tutto perché sul finale della seconda parte del romanzo, parafraso una nota poesia di Wystan Auden dal titolo “Funeral Blues”, portando per mano il lettore attraverso i luoghi narrati con spensieratezza fino agli istanti che precedono la tragedia. Ma soprattutto perché Syd, la voce narrante della storia, racconta queste vicende ad ogni passo con un tenore nostalgico e malinconico, proprio della musica blues».

Regina è una città del tutto immaginaria?

«Ovviamente no. Credo che soprattutto gli aquilani riconosceranno scorci e luoghi a noi familiari anche se, per evidenti ragioni narrative, mi sono tenuto le “mani libere” nel raccontare luoghi riconoscibili ma riadattati alla storia che racconto».

Perché ambientare il romanzo in un luogo di fantasia e non all’Aquila? Scrivere del terremoto del 6 aprile 2009 in prima persona è ancora oggi difficile, ed è meglio affidarsi al gioco narrativo, alla finzione, perché i ricordi fanno ancora male?

«Alla prima parte della domanda ho già parzialmente risposto. Se avessi scelto di raccontare L’Aquila mi sarei dovuto attenere con precisione alla descrizione dei luoghi e della loro storia. Parlando di una città “fantastica” seppure immediatamente riconoscibile già dalla copertina del romanzo, ho potuto lasciare più spazio alla fantasia.
Credo che raccontare la storia attraverso una voce narrante che parli in prima persona sia più coinvolgente ed è stato il motivo della scelta; sul resto devo dire di essere un aquilano “fortunato” perché i miei ricordi della città attengono alla mia adolescenza e giovinezza, quando la città era viva e pulsante, ragione per cui i miei ricordi sono tutti belli».

“Sei personaggi in cerca di autore” per citare Pirandello. Tu ne hai trovati più di venti. E’ stato difficile gestirli, non farteli scappare da mano?

«Questa è stata la vera sfida. Filippo Montefusco nella prefazione parla di un romanzo corale e polifonico: io volevo raccontare la vita spensierata di una comunità che all’improvviso si trova a fare i conti con una tragedia epica. L’unico modo era riempire la storia di personaggi, di profili psicologici, di comparse, ciascuno con la propria dignità, nessuno secondario, per conferire una organica pulsione di vita vissuta alla città ed ai suoi abitanti».

A chi ti sei ispirato per creare i personaggi? E’ tutta fantasia o hai “rubacchiato” un po’ qua e un po’ là?

«I miei personaggi sono tutti, nessuno escluso, “facce” della mia adolescenza. Certamente, per logici motivi di privacy, mi sono divertito a mischiare le carte, a ridisegnare i loro tratti somatici e caratteriali per evitare che fossero riconoscibili nella realtà. Ma ognuno è un pezzetto della mia vita a L’Aquila e del mio cuore».

A proposito di personaggi. Chi è Syd? Come e perché lo hai creato. Oppure, (come per molti personaggi letterari), si è creato da solo, era già lì, pronto a saltar dentro la storia?

«Syd è quasi un alter ego ormai, visto che compare come protagonista anche nella “Favola di Syd”, il mio romanzo d’esordio. Si tratta di una figura complessa perché racchiude in sé più funzioni e più ruoli. E’ la voce narrante e, fin dal prologo, si ritaglia il compito di portare il lettore a Regina in quella giornata particolare, scusandosi anticipatamente per l’emozione che caratterizzerà il suo resoconto. E’ l’arbitro della partita, protagonista tra i protagonisti del Liceo Classico e del Liceo Scientifico che quel pomeriggio affronteranno la finale delle scuole, infine è un omosessuale che vive una storia clandestina con Nico, il centravanti dei Santi del Classico, che è un po’ il fil rouge che tiene insieme per tutto il romanzo le vicende dei protagonisti che ruotano intorno alla storia dei due ragazzi».

Non c’è due senza tre. E non c’è tre senza quattro. Anche per te le pause tra un libro e l’altro sono momenti creativi, più che di riposo? Hai già un plot nel computer?

«Ho scritto tre romanzi in cinque anni e quest’ultimo mi ha davvero prosciugato. Quindi credo che ci vorrà un po’ di tempo prima di provare a pubblicarne uno nuovo, sebbene in modo embrionale ho già una storia in testa alla quale lavoro tra le molte presentazioni di “Regina Blues”».

Non possiamo concludere questa intervista senza un cenno al terremoto, quello vero. Anzi, al post terremoto, dalla ricostruzione ancora attesa alle recenti, e polemiche, dimissioni del sindaco Pierluigi Biondi. A quasi dieci anni dal terremoto, cosa sta diventando, o che cosa è già diventata l’Aquila?

«L’Aquila è ancora un enorme cantiere. E credo che ci vorrà molto tempo per vederla tornare ai fasti del passato. Sono state fatte buone cose, a parer mio, per il rilancio veloce delle periferie, salvo che il cuore della città è il grande e meraviglioso centro storico per il quale tanto va ancora fatto. Quando mi accade di tornare in città respiro la ferita ancora aperta e mi chiedo se sarà definitivamente rimarginabile. Per questo nello scrivere “Regina Blues” ho inteso utilizzare tutta la delicatezza che mi è stata possibile, parlando della città come parleresti di una donna che ti accorgi d’amare quando, forse, l’hai persa irrimediabilmente».

Antonio Salvatore Sassu

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