martedì, 4 Agosto, 2020

Renzi: dopo il Jobs Act, il fisco

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riforma-fiscale-renzi“Molto bene sul Jobs act. Adesso decisi e determinati su semplificazione fisco”. Lo scrive su twitter, il social network che sembra ormai aver definitivamente soppiantato l’Unità, il presidente del Consiglio e segretario del PD, Matteo Renzi.

La scelta di lanciare un nuovo obiettivo mentre ancora il Paese sta discutendo del Jobs Act, il ddl delega (cosa prevede) che ieri notte (165 sì, 111 contrari e 2 astenuti) ha ricevuto la fiducia al Senato e che il Governo dovrà prima o poi trasformare in atti di legge e norme, sembra rispondere più che altro a una logica comunicativa, che è quella di imporre un tema nell’agenda mediatica del giorno anziché semplicemente partecipare al dibattito.

La giornata politica si è aperta con la segreteria Democratica alle 8, le dichiarazioni di Renzi per ringraziare i senatori che “hanno lavorato per il bene del Paese” e le critiche ai 5 Stelle per il comportamento tenuto nell’Aula a Palazzo Madama durante il voto: “Sono sceneggiate che ormai hanno stancato anche i loro elettori. Certo, rimane l’amarezza per le immagini dei disordini in aula. Molto tristi per i cittadini che si domandano che senso ha”. Dura la risposta del M5S che ha annunciato l’ostruzionismo su tutti “i provvedimenti di questa maggioranza”.

Resta comunque la coda del dissidio interno al partito di maggioranza relativa. Oltre al senatore Walter Tocci che ha annunciato le dimissioni per protesta dopo aver disciplinatamente votato la fiducia al governo sul disegno di legge, ci sono i casi dei tre senatori che hanno votato contro: Felice Casson, Lucrezia Ricchiuti e Corradino Mineo. “Non partecipare a un voto di fiducia che è politicamente molto significativo mette in discussione i vincoli di relazione con la propria comunità politica”, ha chiosato il vicesegretario del PD, Lorenzo Guerini, lasciando così intendere che potrebbero esserci dei provvedimenti disciplinari e addirittura, come teme qualcuno, l’espulsione dal partito. Una prospettiva contro cui si è espresso il leader della minoranza Pippo Civati: “Non si può avere un partito all’americana, con eletti con le primarie, e poi immaginare che ci sia una disciplina di stampo sovietico”. Per Civati “molti hanno votato la fiducia non essendo d’accordo e lo hanno fatto solo per disciplina di partito, rispetto però a un partito che non ha mantenuto fede al proprio programma elettorale”. “Se sul Jobs Act metteranno la fiducia anche alla Camera, io non la voterò. Più che l’Italia, Renzi sblocca il parlamento”.

A dare una mano a Renzi è arrivato in serata nientemeno che il governatore della BCE, Mario Draghi che sul Jobs Act ha assicurato che “la riforma del mercato del lavoro non causerà licenziamenti di massa. L’Italia è stata in recessione così a lungo che le imprese che volevano licenziare lo hanno già fatto”. Poi però ha detto ancora che “le riforme del mercato del lavoro devono rendere più facile per le aziende assumere giovani, ma non più facile licenziarli”. Secondo Draghi serve una spinta per far ripartire il lavoro. “La crescita è troppo bassa per ridurre la disoccupazione, non possiamo ritardare le riforme strutturali”.  “Non vedo un’uscita dalla crisi – ha aggiunto – a meno che non ci sia fiducia nel futuro potenziale delle nostre economie”. In questo senso i paesi che non hanno spazio di manovra fiscale, possono comunque stimolare la domanda “modificando la composizione del bilancio, in particolare tagliando allo stesso tempo le tasse distorsive e le spese improduttive”. Draghi ha poi lanciato un monito ai governi dell’Eurozona: “Chi non riforma sparirà” e ha indicato dove secondo lui vanno fatto i maggiori investimenti e cioè nel digitale e nell’istruzione, più che nelle infrastrutture.

Su tutto il peso dei dati macroeconomici, che restano pesanti per il nostro Paese. Secondo uno studio della Uil, con la riforma degli ammortizzatori sociali prevista nel Jobs Act, la disoccupazione salirebbe al 13,7%. Con il superamento di mobilità, cassa integrazione straordinaria e in deroga, il tasso di disoccupazione passerebbe difatti dall’attuale 12,2% al 13,7%. I dati a disposizione per il 2013, spiega il rapporto curato dal Servizio politiche del lavoro e della formazione della Uil, “La protezione sociale nel e per il lavoro”, fanno registrare, al momento, Ula (unità lavorativa annua) pari a 389 mila unità coperte dagli ammortizzatori che la riforma vorrebbe superare (mobilità, cassa integrazione straordinaria e in deroga). “Se la riforma fosse stata già in vigore, dunque, queste Ula si sarebbero trasformate in nuova disoccupazione: sulla base di alcune nostre stime – afferma la Uil – si sarebbe passati dall’attuale tasso del 12,2% ad un probabile 13,7%”.

Ma è il quadro europeo a dare segni di sensibile peggioramento generale e in particolare per quanto riguarda la ‘locomotiva tedesca’. L’export della Germania ad agosto ha perso il 5,8% destagionalizzato rispetto al mese precedente e anche le importazioni sono calate dell’1,3 per cento. Gli analisti avevano previsto per le esportazioni una diminuzione inferiore, al 4 per cento. Un ulteriore segnale che l’attività economica in Germania sta frenando. I quattro principali istituti di ricerca del Paese hanno tagliato le stime di crescita di quest’anno all’1,3% dal precedente 1,9% stimata ad aprile. Per l’export si tratta della riduzione più consistente dal gennaio 2009. La situazione dell’economia tedesca, dopo il taglio delle stime di crescita anche da parte del Fmi, fa temere una recessione se il terzo trimestre dovesse segnare un calo ulteriore del Pil. Per questo molti economisti spingono sul governo di Angela Merkel perché stimoli la crescita aumentando gli investimenti in infrastrutture. Gli analisti economici temono anche un effetto negativo dell’applicazione del salario minimo anche se il provvedimento dovrebbe far crescere la domanda interna di nove miliardi di euro.

Non è un caso dunque se il ministro delle Finanze tedesco, considerato un ‘falco’ rigorista, Wolfgang Schaeuble, intervendo oggi a Washington al Fondo monetario, ha affermato che in Europa c’è un problema di mancata crescita e per questo – ha detto – “dobbiamo dare priorità agli investimenti e lottare per portare più crescita” nel continente. “La situazione in Europa – ha aggiunto – cambierà quando Francia e Italia attueranno le riforme strutturali”. Le parole di Schaeuble  fanno da pendant a quelle del presidente del FMI, Christine Lagarde, che teme una nuova ondata recessiva in Europa e ha invitato la BCE a intervenire acquistando titoli di stato dei Paesi membri in difficoltà.

Redazione Avanti!

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