giovedì, 29 Ottobre, 2020

Renzi, il Lingotto
e il debito pubblico

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Sulla tre giorni del Lingotto, si è detto ovviamente molto. Le analisi sullo storytelling, che avrebbe dovuto rilanciare l’azione di Renzi, sono state le più disparate. E non di rado si sono differenziate per via dell’appartenenza politica.

Molti hanno visto l’ex presidente del consiglio non particolarmente esplosivo; ed uno dei motivi potrebbe essere la non trascurabile posizione di ripartenza di Renzi: ovvero, quella di uno sconfitto.

Egli ha cercato di ricreare (o creare ex novo?) i “recinti ideali” di un partito con un’identità, il quale abbia i caratteri di una sinistra capace di misurarsi con le sfide che il mondo attuale impone.

Ha provato a smarcarsi da un “io”, risultato ingombrante per eccessiva autosufficienza, al fine di far posto ad un “noi” più tranquillizzante e cooperante.

Uno dei punti qualificanti del suo discorso è stata l’importanza della costruzione dell’Unione Europea; lanciando, di conseguenza, la proposta dell’elezione diretta, da parte dei cittadini, del Presidente della Commissione. E non facendosi mancare qualche bordata ai sempre vituperati burocrati, quelli con la matita rossa e blu in mano e solerti sottolineatori dello “zero virgola”.

Si è buttato anima e cuore sulla parola “compagno”, nei confronti della quale mai aveva nutrito particolare trasporto. Ha riaperto le porte delle “Frattocchie”, riconoscendo esplicitamente il ruolo fondamentale della formazione politica per preparare i futuri amministratori. Ha ridato lustro alla territorialità del partito. A quei circoli che, forse, qualcuno pensava di poter rottamare grazie ai sedentari social network. Ma che, e probabilmente non è un caso, hanno garantito la vittoria del “si” al referendum costituzionale, proprio in quelle zone dove sono ancora diffusi: Toscana ed Emilia-Romagna.

Ha invitato ha rivolgersi al futuro senza paura. Ha elogiato, sostanzialmente, il modello Marchionne. Ha ricordato il problema del Sud. E tentato di rivendicare quella parte di azione di governo che ha provato a dare un cambio di passo al paese. Poi, immigrazione, demografia, garantismo e quant’altro.

Insomma, ha cercato di venir fuori da un momento per lui difficile, provando ad uscire dall’angolo, dove anche le inchieste giudiziarie rischiano di prendere sempre il “bersaglio grosso”. Se ci sia riuscito, non è dato ora saperlo. E non è qui che si vuole appurarlo.

Ma c’è stato un grande assente in tutto il discorso renziano, di cui ognuno ormai si è fatta l’idea che vuole. E non è un’assenza qualsiasi, perché, scusate il giro di parole, è una presenza “pesante”. La quale sarebbe buona ad affossare inevitabilmente qualsiasi ottima idea. O a vanificare ogni sforzo programmatico.

Stiamo parlando del debito pubblico, che grava come un macigno sulla nostra condizione presente, e ipoteca, negativamente, anche il futuro.

I dati ci dicono che, attualmente, esso veleggia intorno al 133% del PIL nazionale. Circa 2200 miliardi di euro!

Secondo uno studio dell’Adusbef, il peso del debito sui cittadini italiani è cresciuto in 20 anni di 14.362 euro arrivando alla fine del 2016 a toccare 36.670 euro pro-capite.

Forse, il Lingotto non era il posto giusto per parlare di debito pubblico? Forse, il dover galvanizzare un partito e un paese non rendeva “agibile” un discorso su questo spinoso argomento? Forse, non essendo neanche Renzi riuscito ad uscire indenne dall’aumento del debito, durante il suo governo, si è preferito soprassedere sull’argomento, che è sinonimo (non solo per Renzi) di sconfitta? Forse, la complessità del discorso sul debito pubblico avrebbe reso farraginosa qualsiasi narrazione?

Forse, appunto. Ma se ci si vuole “prendere cura” di questo paese, rispetto soprattutto alle sue generazioni future, bisogna mettere questo problema sul tavolo. Al fine, anche, di non farselo risolvere sempre dai burocrati europei, che chiedono tagli, e sempre tagli, senza alcuna visione politica, che non sia la “linearità” della necessità economica.

Se si parla di “strategia per i prossimi 10 anni”, bisogna fare i conti con questo mostro enorme. “Stabilizzato”, per ora, dalle riserve del cittadino “formica”, con i conti personali in banca. Ma che, ovviamente, è un equilibrio precario, e  che andrà sempre più erodendosi, per via sia della mancanza di lavoro per i giovani, che delle loro misere paghe da prossimi venturi (se non attuali) “working poor” .

Meno soldi nelle tasche, meno welfare per il futuro, importi da fame per le pensioni che verranno, bassa capacità di investimento personale e statale, servizi essenziali (trasporti, per esempio) sempre più cari. Sono questi alcuni dei problemi che si porta dietro la presenza, per il nostro paese, di un debito di tali dimensioni.

Se non si provvede, il “progetto paese” avrà fondamenta incerte ed insicure. E una discussione sull’argomento va iniziata subito, anche a sinistra e, soprattutto, “da sinistra”. Senza aspettare il prossimo governo tecnico, che con tagli “apolitici” lineari, prenderà le risorse anche là dove andrebbero lasciate. Adducendo come giustificazione: “Ce lo chiede l’Europa”.

Raffaele Tedesco

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