mercoledì, 3 Giugno, 2020

Renzi e il Sindaco d’Italia

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Non si contano più i contorcimenti di Renzi per riprendersi la scena, l’ultimo quello in cui si è esibito a Porta a Porta lanciando, meglio rilanciando, “Il Sindaco d’Italia” la proposta pauperistica lanciata a suo tempo da Mario Segni e subito naufragata. La storia d’Italia insegna sin dall’origine che “l’itala gente dalle molte vite” non ha mai tollerato semplificazioni ed identificazioni forzate. Perdura la crisi depressiva di Renzi per la bocciatura delle sue riforme elettorali ed istituzionali ed il manato riconoscimento delle scelte di classe dirigente che hanno onorato il Paese e di riflesso l’intero PD, due su tutte Mattarella e Gentiloni.

L’impazzimento di Renzi è la naturale conseguenza dell’aver intuito la vera posta in gioco nel Paese, che si sarebbe incartato in una spirale di elezioni anticipate alla spagnola, se non fossero andate in porto le riforme da lui perseguite (realizzate e poi bocciate), a cui aveva condizionato la sua stessa permanenza in politica. Smentito il suo proposito di ritiro, che ha fatto da collante di tutti i suoi oppositori esterni e interni al PD, una volta ritornato a battersi, qualcosa è mancato che potesse rincuorarlo riconoscendo accanto alle sue criticità i meriti acquisiti. Se Zingaretti, che meritoriamente si è speso e si spende per ”il campo largo”, l’inclusione e non l’annessione, avesse messo uguale impegno a riportare all’ovile la pecorella smarrita (lui e i suoi amici certo più numerosi degli scissionisti) non saremmo arrivati a tanto o nella peggiore delle ipotesi Renzi non avrebbe il peso per rappresentare uno dei tanti aghi della bilancia, da Di Maio a Conte. Tornando ai misconosciuti meriti di Renzi come non ricordarne due su tutti: avere strappato nell’Italicum alla destra sempre contraria il ballottaggio per sapere a scrutinio concluso a chi fosse affidata la guida del Paese, senza dover ricorrere ai temuti inciuci del Nazzareno, l’esatto contrario di quanto gli veniva addebitato; aver posto fine altresì, sia pure parzialmente, a quella palla al piede, unica sopravvissuta in Europa, del bicameralismo perfetto, col suo esasperato ping-pong da una Camera all’altra, che partorisce raffiche di voti di fiducia e la conseguente esclusione dell’apporto dei parlamentari sia di minoranza che di maggioranza.

Stretto all’angolo dei buoni propositi il Presidente Fico non è riuscito ad andare oltre la sua rivendicazione della “Centralità de Parlamento”. A questi innegabili meriti del PD a guida Renzi come non aggiungere la scelta di un Gentiloni riconosciuto anche a livello europeo con un incarico significativo in materia economica e di sviluppo? Dulcis in fundo la scelta di Mattarella, riconosciuto a livello europeo ed internazionale come il sapiente timoniere di un Paese ad equilibri instabili. Nomina di Mattarella per giunta scrollandogli di dosso ogni tentata ipoteca berlusconiana di essere ricambiato del sostegno con un salvacondotto rispetto ai suoi guai giudiziari. La rottura che n’è seguita ha pesato e come sull’esito referendario contro Renzi. Questi gli indubbi meriti della gestione Renzi mentre le dolenti note si sono fatte sentire nello scardinamento del disegno costituzionale dello Stato delle autonomie tentando la soppressione delle Province a partire dalla loro anima di rappresentanza: l’elettività. Non era un caso che il PD fosse nato con la più grossa dote, la più diffusa e preparata classe dirigente locale e che, non potendo esercitare le deleghe, causa la soppressione delle Province, con la maggioranza di comuni medio-piccoli, accentuava la tentazione di un neocentralismo, non solo statale ma per quante sono le regioni.

Ma lo scadimento di fiducia in Renzi è stato quando in una delle sue apparizioni televisive, per rimarcare le divergenze con la commissione europea, ostentatamente ha fatto rimuovere alle sue spalle accanto a quella italiana la bandiera europea che rappresenta il sangue versato dalle nazioni europee per affrancarsi dalle proprie divisioni e per essere d’esempio al mondo di un lievito di libertà e di diritti umani da non conculcare. Infine solo un accenno per riprendere la strada maestra delle riforme a tutti i livelli salvando la legislatura e dando dignità alla democrazia rappresentativa contro i suoi denigratori”. La sorte ch’ebbe la proposta formulata a suo tempo da Segni non gli ha insegnato niente e nemmeno la richiesta di Salvini dei pieni poteri che per essere giudicata con obbiettività va collegata al quadro di amicizie ed alleanze che Salvini persegue in Europa e nel mondo, con affinità dichiarate per regimi inclini all’autoritarismo. Il modello non è nemmeno con i suoi bilanciamenti quello americano o francese ma esposto alle peggiori involuzioni, specie quello sudamericano, uno per tutti basti citare quello argentino, fallimentare anche in economia, la sorte che attende chi vuole uscire dalla solidarietà europea.

Roca

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