giovedì, 9 Aprile, 2020

Renzi, se volesse passare alla storia…

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Quando la Storia, con la s maiuscola bussa, alla porta è necessario aprirsi e non pensare prima a se stessi. La decisiva sfida che contiene e condiziona tutte le altre, e non viceversa, è il futuro dell’Europa, quella di restare in Europa per cambiarla in meglio come si fa in ogni famiglia che si rispetti. Il valore di questa scelta ha un’aggettivazione, che si può definire “degasperiana”, cioè di tenere insieme tutte le forze che vi si riconoscono senza ambiguità. Il riferimento alla scelta degasperiana è più di un riferimento storico, è una palpitante eredità nel momento in cui, e bene ha fatto Prodi a ricordarlo, una difesa comune europea (il sogno di De Gasperi del 1954 fatto fallire da De Gaulle) e relativo esercito s’impone per far fronte ai disimpegni di Trump. E’ la linea che caratterizza Macron in Francia, e che dovrebbe battere la Le Pen, è quella che, pur in forma competitiva tra loro, contrassegna la gara elettorale in Germania. In Italia ne discende che bisogna concretamente aiutare FI a sottrarsi alla morsa tra Lega e Fratelli d’Italia, riconoscere quanti la scelta l’hanno già fatta e pertanto battersi per il ritorno alle coalizioni, pur se in competizione tra loro, anzi proprio per questo il miglior antidoto all’integralismo ed all’isolamento grillino. Solo dopo vengono le legittime preoccupazioni sulla frammentazione del sistema politico e sulle misure per farvi fronte.

In questo quadro Renzi deve farsi carico di un errore che ha concorso alla frammentazione, impropriamente chiamata scissione, e che potrebbe ripetersi (principale indiziato Emiliano tentato dal populismo alla De Magistris). L’errore più volte da me denunziato è quello di aver fatto temere, attraverso i capilista, di poter cedere da parte di Renzi alla tentazione di un partito omologato a sua immagine e somiglianza. La garanzia per tutti è un ritorno allo spirito ed alla prassi aggiornata dell’Ulivo per un partito effettivamente plurale. Basterebbe che nello statuto fosse stabilito che ogni indicazione di candidatura singola, specie se sottratta al voto popolare, come accadrebbe con i capilista, va rimessa alle primarie, insieme all’intera lista, risultando capolista il più votato. Nessun cedimento, ma condizione essenziale per un riassorbimento graduale della base dei dissidenti e del possibile raggiungimento del 40% per ottenere il premio di maggioranza. La ciliegina sulla torta sarebbe l’introduzione delle primarie per legge ma facoltative ed in contemporanea per limitare lo spostamento di truppe cammellate. L’effetto più rilevante sarebbe liberare i pentastellati dal burka della rete. Esigui i costi limitati alle spese vive potendo contare sul volontariato. Ristabilite le condizioni di una coalizione che faccia perno sul PD, coraggiosamente secondo la lezione morotea (ci sono due vincitori e propose il governo di solidarietà nazionale), prenderei atto che il sistema è prevalentemente tripolare e che pertanto per garantire la governabilità e la stabilità, una volta soppresso il ballottaggio, la soglia dal 40% va portata se non al 33 al 35% con l’incentivo del richiamo al voto utile per garantire la governabilità del Paese.

Roca

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