venerdì, 21 Febbraio, 2020

Renzi, un “barbaro intuitivo” ma irriflessivo

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Dovrò procedere per flash per riuscire nello spazio di un articolo a motivare l’assunto del titolo. Partiamo dal “barbaro intuitivo” per il fiuto con cui partì, come i barbari con Roma, alla conquista del partito nazionale, appunto a Roma. I segnali che lo confortavano, tanti, dal tentativo fallito di Bersani con i penta stellati, al venir meno di un sostegno esterno per aver ragione della dissidenza interna, dissidenza manifestatasi, clamorosamente e trasversalmente, nella bocciatura a presidente della Repubblica di Marini prima e soprattutto di Prodi, indicato per acclamazione. Il dato in comune delle due bocciature era la repulsione verso personalità percepite come difesa ad oltranza della vecchia nomenclatura, definita da un barbaro come Renzi col termine dispregiativo di “rottamazione”.

Un Renzi altrettanto intuitivo diede il segnale degli 80 euro a fasce intermedie che temevano il declino verso soglie di povertà, sicchè in un elettorato sempre più liquido fuori da vecchie appartenenze, con l’affidamento ad un leader di fresca nomina, giunse il premio alle Europee di quel 40,8 %, cifra mai conosciuta da una forza di sinistra, più vicina a quelle della vecchia DC. Da qui ha inizio un abbaglio che partorisce accenni tipo quello del partito della Nazione, che presuppone lo sfondamento progressivo sulla destra di un leader in declino inarrestabile che divora i suoi figli senza successori. Si configura un leader solo al comando con scelte simul Berlusconi, dall’esonero dell’Imu sulla prima casa al ponte sullo stretto e tutto questo in piena recessione in Europa ed ancora più accentuata in Italia. Non solo doveva renderlo più riflessivo il fatto che nelle elezioni di mezzo termine, locali nazionali o referendarie che siano, la gente coglie al volo l’occasione per esprimere il disagio in cui versa. Non gli è bastato nemmeno che il suo amico Obama, dopo aver superato la recessione e ricuperato milioni di posti di lavoro, perdesse la maggioranza al Senato, un anticipo della marea trumpiana. E lui che fa, pur col più nobile intento di rendere competitivo il Paese, lo mette in secondo piano e si gioca tutto sul sì al referendum ed ancorché poi mitigata, ci scommette la stessa permanenza in politica.

Trattene le conseguenze con le dimissioni da Presidente del Consiglio, incomincia ad inanellare errori in quel partito da riportare ad unità perché essenziale a fare da massa critica per giocarsi la carta del voto utile per raggiungere quel 40 per cento necessario per riscuotere il premio di maggioranza e poter governare senza condizionamenti esterni, specie di FI, di cui veniva accusato dalla minoranza. Minoranza, caduta nello stesso abbaglio di Renzi, mobilitatasi per far perdere Renzi, ma con la presa d’atto della propria incidenza, senza preoccuparsi del fatto che il pericolo montante era all’esterno del Pd in uno tsunami dalla destra, dalla Brexit alla vittoria di Trump. All’interno del PD ha fatto ancora di peggio. Preavvertito che il sostegno al referendum era condizionato a modifiche all’Italicum, in primis dei capilista bloccati, in preda ancora alla sbornia europea, Renzi non tiene in debito conto il timore della minoranza di essere tagliata fuori dalla rappresentanza. Infatti nei collegi piccoli, una volta assicuratisi i capilista, sarebbe stato un gioco concentrare i voti e prenotare anche il secondo eletto, graziando i meno ostili con una manciata di posti. Da parte sua la minoranza si è distinta per una gamma di ritorsioni, a partire dalla scissione minacciata e realizzata dai più impazienti, alla votazione di volta in volta e perfino al voto contrario sulle fiducie. Uno stillicidio di stile anarchico, nemmeno sfiorata di far dipendere la rottura definitiva al congresso, questa sì di chiara ascendenza ulivista e plurale, nel caso di mancata approvazione di una norma statutaria che imponesse nei collegi le primarie di lista in modo tale che risultasse capolista il primo eletto e nell’ordine tutti gli altri, una norma altrettanto valida se si dovesse tornare ai collegi uninominali. In sostanza un dialogo tra sordi senza fantasia e lungimiranza con vistosi rigurgiti identitari a cui non sono estranee nostalgie proporzionaliste vecchie e nuove pur di contare qualcosa con la condanna del Paese all’instabilità. E poi qualcuno lamenta il complotto dell’esclusione dell’Italia dal gruppo di testa nell’Europa a più velocità…

Roca

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