venerdì, 20 Settembre, 2019

Resistenza alla “tecnofobia” e riscatto del lavoro

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Marco Bentivogli, segretario nazionale della Federazione Italiana dei Metalmeccanici della CISL, nel libro “Contrordine compagni. Manuale di resistenza alla tecnofobia per la riscossa del lavoro e dell’Italia”, passa in rassegna le grandi tendenze dell’innovazione (quella già in atto e quelle che si prospettano nel medio-lungo periodo). Egli si propone, da un lato, di diffondere una maggior conoscenza circa i contenuti della quarta rivoluzione industriale (della quale dovrebbe essere portatore il progetto “Industria 4.0”) e delle tecnologie che la renderebbero possibile; dall’altro lato, intende però dimostrare quanto sia necessario vincere la ritrosia della politica e del sindacato ad accettare l’inevitabilità dell’innovazione nell’ambito del mondo del lavoro.
Bentivogli è certo che la conoscenza anticipata delle implicazioni dell’innovazione possa costituire, se ben governata, uno straordinario mezzo per la soluzione dei principali problemi economici attuali e per il miglioramento della condizione umana. Il “Manuale” ha infatti l’obiettivo di spiegare, nel modo più chiaro possibile, che “il futuro è un formidabile terreno di sfida in cui nulla è predeterminato”, per cui è importante “cogliere alcune tendenze già in atto, e soprattutto decidere cosa e come fare perché la persona resti il fine di ogni progetto umano, che sia economico, industriale, tecnologico o sociale”.
Dalla prima grande rivoluzione nella storia dell’umanità, quella neolitica, sono stati necessari diversi millenni – afferma Bentivogli – “per fare il successivo passo in avanti di portata paragonabile: l’introduzione di tecnologie industriali mai sperimentate precedentemente, alle quali è dato convenzionalmente il nome di Rivoluzione Industriale”. La rivoluzione neolitica, nel X millennio A.C., attuatasi in periodi diversi in varie aree del mondo, ha portato alla transizione da una economia di sussistenza (basata su caccia e raccolta) all’addomesticamento di animali e alla coltivazione di piante. Essa ha avuto profonde conseguenze, non solo sul piano strettamente esistenziale, ma anche sulla struttura sociale delle comunità preistoriche; mentre la pratica dell’attività della vita nomade giustificava l’esistenza di piccole comunità di limitate dimensioni e poco strutturate da un punto di vista sociale, l’”invenzione” dell’agricoltura stanziale ha dato inizio alla formazione di comunità sedentarie di sempre maggiori dimensioni e complessità.
L’incremento della popolazione verificatosi con il consolidarsi della sedentarietà delle comunità ha dato luogo, a sua volta, ad una strutturazione della società fondata sulla divisione del lavoro, nonché allo sviluppo degli scambi e del commercio. Inoltre, con la rivoluzione agricola, l’uomo ha iniziato lo sfruttamento dell’ambiente naturale, reso possibile da un continuo miglioramento degli strumenti di lavoro, inaugurando in tal modo un’attitudine che ne ha caratterizzato, nel bene e nel male, la sua successiva storia come essere sociale.
Oggi, col termine “Industria 4.0” viene indicata la moderna tendenza all’automazione nell’attività industriale, con l’adozione do nuove tecnologie produttive fondate sull’”Intelligenza Artificiale”, che consentono di migliorare anche le condizioni di lavoro. In termini tecnici, l’intelligenza artificiale è un ramo dell’informatica che permette la programmazione e la progettazione di tecnologie in grado di dotare le macchine di determinate caratteristiche considerate proprie dell’uomo. Un sistema intelligente è infatti realizzato cercando di ricreare una o più di queste caratteristiche che, sebbene siano definite umane, in realtà sono il risultato di particolari comportamenti riproducibili meccanicamente.
Sull’impatto dell’introduzione dell’intelligenza artificiale nell’organizzazione della produzione non vi è accordo tra gli esperti, sia riguardo alla conservazione dei livelli occupazionali, sia riguardo alle condizioni alle quali sono costretti ad attenersi i lavoratori nell’espletamento delle proprie mansioni. Per alcuni, il miglioramento dei livelli occupazionali e delle condizioni del lavoratore sarebbero solo promesse, simili a quelle che ogni trasformazione tecno-organizzativa sinora verificatasi ha di solito portato con sé; per altri, invece, la complessa riorganizzazione del mondo della produzione, realizzata con gli investimenti in infrastrutture, scuole, sistemi energetici, enti di ricerca ed altro ancora, oltre che aumentare i livelli produttivi, consentirebbe di migliorare anche le condizioni del lavoratore.
La disparità di questo può essere compresa solo considerando in una prospettiva storica intesa solo giudicando i continui miglioramenti tecnologici verificatisi dopo l’”invenzione” dell’agricoltura stanziale, rilevandone le diverse fasi che si sono succedute nel tempo; ciò rende possibile valutarne l’impatto sul mondo del lavoro in relazione alle condizioni esistenziali prevalenti in ognuna della fasi considerate.
Dalla rivoluzione neolitica sino alla fine del XVIII secolo, il progresso tecnologico ha proceduto molto lentamente, tanto da caratterizzare l’intero intervallo temporale come l’era della “scarsità” e di un’esistenza dell’umanità caratterizzata da condizioni di prevalente povertà. Alla fine del XVIII secolo, sulla scorta delle idee dell’Illuminismo e del progresso scientifico e tecnologico verificatosi con la Rivoluzione Industriale ha avuto inizio il riscatto dell’umanità dalla povertà.
Questa “Rivoluzione” ha avuto cadenze temporali diverse: una prima fase ha interessato i settori produttivi che hanno potuto avvalersi dell’introduzione della macchina a vapore. Una secondo stadio, sviluppatosi intorno agli anni Ottanta dell’Ottocento, è stato contrassegnato dall’introduzione dell’energia elettrica nei processi produttivi e dall’aumento della rete commerciale internazionale, reso possibile dalla diminuzione del costo del trasporto. Una terza fase, il cui inizio è collocato convenzionalmente nella seconda metà del secolo scorso, ha determinato una stretta connessione dell’informatica coi processi produttivi; con questa connessione viene anche identificato l’insieme dei processi di trasformazione della struttura produttiva, caratterizzati da una forte propensione all’innovazione tecnologica e dal conseguente sviluppo economico dei sistemi sociali, resi sempre più integrati tra loro dal processo di globalizzazione delle economie nazionali.
Infine, un’ulteriore rivoluzione industriale, tutt’ora in corso, è destinata a caratterizzare il futuro delle moderne economie industriali; il suo obiettivo è quello di introdurre il tele-lavoro, le cui caratteristiche sono espresse dal progetto “Industria 4.0”. Con il lento materializzarsi degli esiti di questa nuova rivoluzione industriale, saranno i sistemi produttivi strettamente connessi con i sistemi informatici a determinare le trasformazioni del mondo del lavoro. Queste ultime provocheranno il decentramento dei processi produttivi, che si svolgeranno, non più all’interno dei ristretti confini degli Stati-nazionali, ma all’interno del mercato globale nato dalla integrazione delle economie nazionali.
E’ diffusa l’opinione di molti esperti secondo i quali l’avvento della quarta rivoluzione industriale influenzerà profondamente l’evoluzione delle modalità produttive e lavorative; esso avrà l’effetto di creare molti milioni di nuovi posti di lavoro, ma contemporaneamente anche quello di distruggerne molti di più. Oltre ai benefici, soprattutto in termini di efficienza, la realizzazione del progetto ”Industria 4.0” provocherà un radicale cambiamento delle relazioni tra il mondo della produzione e lo svolgimento delle attività lavorative; ciò perché diventerà possibile organizzare il “lavoro in remoto”, dando luogo ad una generalizzata sostituzione dell’uomo nella gestione della produzione.
Alcuni centri di ricerca prevedono che entro il 2025 circa un quarto dei lavori che oggi si conoscono saranno sostituiti da robot intelligenti. La nuova rivoluzione industriale è sicuramente ancora all’inizio, ma è certo che con l’avvento del tele-lavoro non sarà più possibile, come avveniva nel passato, avvalersi delle tradizionali politiche attive del lavoro per assicurare un ruolo lavorativo a quanti saranno coinvolti nella crescente disoccupazione strutturale irreversibile.
Le società del futuro avranno a loro disposizione minori strumenti con cui opporsi alle conseguenze delle innovazioni tecnologiche, in quanto la rivoluzione digitale sarà caratterizzata da dinamiche diverse da quelle proprie delle precedenti rivoluzioni. Ai tempi della meccanizzazione dei processi produttivi, i mutamenti originavano sconvolgimenti nelle combinazioni produttive solo in settori specifici dell’economia, mentre gli esiti della rivoluzione digitale avranno carattere generale e investiranno indistintamente tutti i settori produttivi. La domanda alla quale occorre allora dare una risposta è: sino a che punto il sistema sociale potrà sopportare la formazione al suo interno di una crescente massa di disoccupati strutturali, senza correre il rischio di collassare?
Il vero problema della condivisione della quarta rivoluzione industriale è la mancata previsione delle procedure da attuare per tutelare chi non potrà più disporre di un reddito attraverso la partecipazione al lavoro. Coloro che condividono con entusiasmo acritico l’attuazione del progetto “Industria 4.0” solitamente non indicano il rimedio a questo problema, limitandosi ad osservare che la riorganizzazione del mondo della produzione comporterà la necessità di una nuova politica sociale. Il silenzio su questa carenza viene meno solo per iniziativa di chi è propenso ad esaltare la digitalizzazione dell’economia senza una razionale valutazione del come risolvere i problemi sociali conseguenti, qualificando le proposte volte a garantire in ogni caso un reddito a chi suo malgrado resta senza lavoro dotate di un “fascino sinistro”; ciò perché, a parere di chi è acriticamente affascinato dalla progetto “Industria 4.0”, queste proposte varrebbero solo a “spezzare” il legame tra sforzo e ricompensa”. Conseguenza, questa, considerata negativa ai fini della crescita e del progresso dell’umanità, perché avrebbe l’effetto di impedire alla forza lavoro disoccupata involontariamente (ma senza la possibilità di un reinserimento in un nuovo rapporto di lavoro) di essere valorizzata.
Ma come può essere valorizzata la forza lavoro espulsa involontariamente dalla stabilità occupazionale e destinata solo ad aumentare l’”esercito della disoccupazione strutturale ed irreversibile”? Su questo punto Bentivogli non ha dubbi: occorre accompagnare la nuova rivoluzione industriale con una rivoluzione culturale. È questa una condizione che non ha alternative, perché per le società, tra le quali l’Italia, i cui componenti si sono trovati soli di fronte agli esiti negativi della crisi del 2007-2008, non “esistono scorciatoie”; per le società in crisi non esistono, “né le facili ricette della ‘rottamazione’ […], né la spinta verso il sogno perpetuo […] di un cambiamento radicale”. A parere del sindacalista Bentivogli, entrambi gli approcci sfocerebbero “nella fragile personalizzazione della politica e nel populismo”.
Che fare allora? Nel breve periodo, occorrerebbe dare “contenuto e forma alla rabbia e alla disperazione delle persone”, assolvendo a quella che da sempre è la tipica funzione dei sindacati; per cui questi ultimi dovrebbero abbandonare il ruolo di presidio degli insostenibili livelli occupazionali. In particolare, i sindacati, secondo Bentivogli, farebbero meglio a “ridurre” il dibattito sugli aspetti tecnologici ed economici della fase attuale di ristrutturazione del mondo della produzione e del lavoro, spostando il focus della discussione circa gli effetti della rivoluzione digitale in atto “su un terreno culturale, etico e di senso”. I sindacati, infine, dovrebbero soprattutto tenere conto che, per “effetto delle rivoluzione digitale, la cultura si deterritorializza”, in quanto la “condivisione di credenze, valori, esperienze, tradizioni, non avviene più all’interno del ghetto della comunità organica chiusa, ma si apre all’influenza e alla contaminazione dello spazio aperto dalla comunicazione globale”.
Per quanto possa sembrare condivisibile, l’approccio di Bentivogli ai problemi attuali delle moderne società industriali, è privo però della messa a punto di una pre-condizione ineludibile, espressa dalla necessità di indicare preventivamente come rendere possibile lo spostamento della discussione circa gli effetti della rivoluzione digitale “su un terreno culturale, etico e di senso”, risolvendo senza pregiudizi il problema della riforma delle modalità di distribuzione del prodotto sociale e prescindendo dal legame, sinora considerato insopprimibile, tra “sforzo e ricompensa”.

Gianfranco Sabattini

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