martedì, 10 Dicembre, 2019

Riccardo Lombardi per il Socialismo e la Libertà

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Nel Pantheon socialista è senza alcun dubbio una delle figure di maggiore rilievo, e in riconoscimento di tale valore gli storici del movimento operaio e socialista italiano gli hanno dedicato pagine intense con giudizi altamente positivi. Nacque a Regalbuto, in quel di Enna, il 16 agosto del 1901, in una famiglia di origine toscana. Compiuti gli studi primari e secondari nel Collegio Pennisi di Acireale frequentò i corsi di ingegneria nel Politecnico di Milano fino al conseguimento della laurea in ingegneria industriale.

La sua partecipazione all’attività politica si realizzò inizialmente nelle file del Partito Popolare Italiano sturziano: fu una adesione di breve durata ma intensa ai principi del cristianesimo sociale. All’indomani della Grande guerra si schierò con le forze popolari e progressiste e nei confronti del fascismo in ascesa si collocò su posizioni di netto rifiuto e di lotta collaborando alla stampa cattolica più combattiva. Dopo il ’26, essendo stati sciolti i partiti avversi al regime fascista, si aggregò ad elementi che si impegnavano nell’attività clandestina e svolse attività di propaganda. Per questo nel ’31 venne malmenato dai fascisti. Arrestato, subì la tortura e ne soffrì poi le conseguenze per tutta la vita.

Assunto da una società tedesco – olandese di impiantistica, si affermò come tecnico di grande valore. Quando si approssimò la fine della dittatura fascista, tornò all’attività politica. Sempre alla ricerca di un soddisfacimento ideale, lo trovò per qualche tempo nel socialismo liberale interpretato dal Partito d’Azione, del quale promosse l’organo di stampa “Italia libera”. Partecipò alla Resistenza armata contro i nazi-fascisti aggregandosi alle brigate “Giustizia e libertà” e fu tra i capi partigiani del CLN che seguirono le trattative di resa dei “repubblichini” di Salò rappresentati da Mussolini, Graziani e altri.

All’indomani della Liberazione aderì al Partito Socialista Italiano, avviando una fase nuova del proprio impegno politico destinata a essere l’ultima, la più ricca di contenuti e la più intensamente vissuta. Meritando la piena fiducia dei partiti antifascisti e degli Alleati venne nominato prefetto del capoluogo lombardo, e tenne l’incarico con raro equilibrio e al tempo stesso con forte impegno.

Nel dicembre del ’45 venne chiamato a far parte del primo governo De Gasperi, nel quale tenne il Dicastero dei Trasporti e si impegnò per avviare la ricostruzione della rete ferroviaria, antiquata e gravemente colpita negli anni del conflitto.
Sostenne allora con forza la ricostruzione del Mezzogiorno, con una agricoltura ancora arretrata e privo di industrie, ottenendo tra l’altro la costituzione dell’Ente Siciliano di Elettricità e da questa anche le centrali idroelettriche del Pelino, di Troina e del Carboi, atti a potenziare le infrastrutture rinnovatrici, e inoltre gli impianti termici di Augusta e di Termini Imerese.

Per qualche tempo fu segretario del Partito d’Azione, e in tale veste nell’ottobre del ’47 guidò la maggioranza del partito nella adesione al PSI. Pienamente inserito tra i maggiori dirigenti del partito, concorse a far sì che i socialisti favorissero l’adesione del’Italia all’EURATOM e si astenessero sulla adesione alla CCE.

Fu tra gli “autonomisti” che avversavano lo stretto legame del partito con il Partito Comunista e con l’Urss voluto dalla corrente “frontista” allora capeggiata da Nenni, Lizzadri, ecc. Per questo avversò le liste unitarie presentate col Pci nelle elezioni del ’48. Dopo i risultati assolutamente deludenti in termini di eletti ottenuti dal Psi, portato dal congresso nazionale, con Jacometti, Giancarlo Matteotti, Vittorio Foa, Fernando Santi e altri alla testa del partito, diresse l’Avanti”. Quando però di lì a un anno, la corrente nenniana tornò alla direzione del partito, preferì autoemarginarsi.

Nel ’56, ricollocatosi il Psi su posizioni di autonomia dopo i fatti di Ungheria, che avevano dato prove inconfutabili del falso internazionalismo dell’Urss, riprese il suo posto di lotta. Convinto sostenitore del passaggio alla politica di centro-sinistra e alla nascita dei governi che se ne facevano interpreti, sollecitò con risultati positivi la riforma della scuola media, con l’introduzione della scuola media unica, il nuovo diritto di famiglia con l’introduzione del divorzio, dell’ aborto, ecc..
Successivamente apparve molto preoccupato per la resistenza opposta dalla Dc sotto la spinta delle orrenti più conservatrici alla realizzazione di nuove importanti riforme, tra cui la riforma urbanistica, che a suo parere era assolutamente necessaria.
Si battè allora per l’ “alternativa socialista” e insistette con forza a sostenere la necessità di nuove iniziative atte a introdurre altri elementi di rinnovamento e di modernizzazione nella economia e nella società. Durante la segreteria di Francesco De Martino considerò con preoccupazione le sconfitte subite dal partito, e nel ’76 sostenne l’ascesa di Craxi, condividendo molte delle idee rinnovatrici del giovane leader, tra cui l’adeguamento delle strutture organizzative ai tempi nuovi, e nell’80 fu per due mesi presidente del partito. Subito dopo, però, assunse una posizione di forte critica rilevando carenze, per lui inaccettabili, nella gestione del partito, in particolare l’accentramento e la personalizzazione.

Sostenne allora l’ “alternativa di sinistra”, auspicando che attorno a questa formula si realizzasse l’unione di tutte le forze progressiste. Morì il 18 settembre dell’84 per fibrosi polmonare e insufficienza respiratoria.

Giuseppe Miccichè

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