venerdì, 22 Novembre, 2019

Governo Conte, Nencini: “Temo la deriva reazionaria della Lega”

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L’Italia è una repubblica parlamentare, la Costituzione impone di chiamare gli italiani al voto ogni cinque anni. Se cade un governo, è d’obbligo provare a costruirne un altro nelle condizioni date. E le condizioni sono quelle di un anno fa: non esistono in parlamento maggioranze omogenee. Tuttavia sbaglia chi sostiene che nulla sia cambiato rispetto alle elezioni del 2018. La deriva reazionaria della Lega è oggi sotto gli occhi di tutti. Salvini ha provocato, pur non da solo, una pericolosa ferita nel rapporto tra Italia ed Unione Europea e soprattutto, con due decreti sicurezza profondamente illiberali e con l’evocazione di pieni poteri, ha definitivamente reso noto il suo disegno accarezzando l’Italia del rancore e della rabbia. Cento anni fa, Nenni, da par suo, coniò il termine ‘diciannovismo’ per fotografare un paese alla ricerca dell’uomo forte.

L’ho scritto già nel gennaio scorso: non prevedo ritorni al fascismo olio di ricino e manganello, ma non c’è dubbio che la società aperta, libera, disegnata dai socialisti nel secondo dopoguerra – non da soli, ad essere sinceri – è l’opposto della società che ha in testa il leader leghista. Per questo stupisco quando leggo sottovalutazione di questo fenomeno o addirittura condivisione da parte di sedicenti compagni. Nella visione di Salvini non c’è nulla, proprio nulla che possa rientrare nella cultura, nella storia del socialismo riformista italiano da Turati a Craxi. Se una visione populista, di destra radicale, viene messa in un angolo, c’è solo da gioirne. Non per caso, da Formica a Martelli, da Intini a Acquaviva a Covatta fino a chi scrive non c’è dissenso sul punto.

Ora che il governo è caduto, sono due le domande che i socialisti devono porsi: qual è l’orizzonte in cui si pone il nascente esecutivo? La gestazione è da considerarsi adeguata per ancorare l’Italia a un sistema democratico e recuperare un ruolo in Europa? Questa è la riflessione, non un dibattito cieco su poltrone e dintorni. Discutano altri di bischerate. Noi siamo stati educati a guardare la luna, non il dito.

Uno. Non basta dire governo lungo, di legislatura. Bisogna che ci siano una strategia e un programma. Molto dipenderà dai Cinque Stelle. Nascono come partito antisistema, da campagna elettorale più che da responsabilità di governo, obtorto collo hanno condiviso anche le scelte più cupe. E però, o rovesciano la loro natura diventando una sorta di Podemos spagnolo o l’esperienza è destinata a fallire. Dipenderà anche da noi, dai partiti che si richiamano al socialismo europeo. Domando: è prevedibile un diverso bipolarismo, legato a una diversa legge elettorale, che metta fine all’anomalia italiana?
Quanto al programma, gettare in un cestino il contratto notarile e sciogliere ora i nodi politici. O c’è un progetto o non c’è nulla, o si lavora sodo sul fronte delle povertà e del rilancio economico o la pancia di una massa ampia di italiani continuerà a gonfiarsi. Servirebbe la visione che ebbe il primo centro sinistra. Servirebbe un’idea su quale sinistra mettere in campo, non ci interessa sapere come il Pd intende sciogliere i nodi al suo interno.

Due. La gestazione, fino ad oggi, è stata decisamente inadeguata. Troppe questioni personali, la sorte di Di Maio su tutte, troppi totoministri, un ballo a due e ciao a tutti. Da ieri, forse, e dico forse, una leggera inversione di rotta. Vediamo. È necessario che alle due domande ci sia una sola risposta, questa si di ampie vedute.
In definitiva, c’è più di qualche ora per alzare o abbassare la saracinesca.

Postilla. Si dibatte, ai margini della crisi, di un’alleanza con Calenda e Più Europa.
Calenda da tempo dichiara di voler fondare un suo partito. Registro che intanto è stato eletto nelle liste del Pd al parlamento europeo. Lo farà? Quando lo farà? Costruire un partito non è come spezzettare una pizza. Quanto a Più Europa, noi abbiamo già un’alleanza non ancora resa esecutiva, e non per colpa nostra. Più Europa è divisa sull’appoggio al governo. Deciderà a giorni.
Insomma, mai trasformare le proprie speranze in realtà.

Riccardo Nencini

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