martedì, 22 Ottobre, 2019

Ricerca pubblica e il circolo vizioso del Precariato… di Stato

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Il nostro è un Paese che ha smesso di credere e di investire sul futuro, non solo i giovani e il lavoro, ma anche la ricerca. Appare infatti paradossale che nel momento in cui nella ricerca pubblica esistono norme (D.Lgs. 75/2017, circolare n. 3/2017 del Ministero della Funzione Pubblica) e fondi per passare da un precariato diffuso, sfruttato e sottopagato a un sistema di reclutamento ordinario, alcuni enti di ricerca di converso blocchino il processo e, licenziando i precari ‘madiabili’, tornino ad assumerne altri.
Dopo anni in cui sembrano essere spariti dall’agenda setting dei Media tornano a farsi sentire ancora una volta i precari della Ricerca che protesteranno davanti alla sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche durante il convegno del 21 marzo organizzato dalla Pastorale della ricerca al CNR – al quale si prevede la presenza di tutti i presidenti degli EPR in questione. Quindi un’opportunità per farsi sentire e la sede adatta a una contestazione diretta per chiedere ai presidenti di sanare immediatamente la situazione.
La Riforma Madia, quella che appunto puntava a superare il precariato permesso dallo Stato, è stata ancora una volta ‘superata’ per tornare al punto di partenza.
A bloccare le stabilizzazioni previste dalla riforma Madia il disegno di Legge Bongiorno che oltretutto non aumenta i fondi per la ricerca già in crisi.
Ma innanzitutto, proviamo a definire il problema del precariato: negli enti di ricerca i precari sono mantenuti in servizio ben oltre il periodo di formazione (di solito individuato nei 3-4 anni post-lauream) usando forme contrattuali senza alcuna garanzia e con ben pochi diritti come l’assegno di ricerca, le borse di studio e di dottorato, i contratti Co.Co.Co. in maniera del tutto illegittima. Tant’è che USB ha sempre definito come ‘lavoro grigio’ se non addirittura ‘nero’ queste forme di reclutamento.
Anche quando il precario ‘formato’ – in genere non prima di 6-8 anni di precariato – raggiunge il tempo determinato (con salari superiori, diritti e finalmente il riconoscimento del lavoro subordinato che ha sempre svolto), si trova ad affrontare altri anni di precariato senza certezza di assunzione, anche perché una considerevole parte dei concorsi è ancora gestita in maniera baronale.
Recentemente, partendo dalle lotte ‘primigenie’ dell’ISS e dell’ISTAT, il governo Gentiloni ha avviato attraverso norme ad hoc (articolo 20 del D.Lgs. 75/2017) la stabilizzazione dei precari, inclusi quelli della ricerca pubblica. Queste norme sono state accompagnate da finanziamenti dedicati che, nei casi in cui USB ha mantenuto la guida della lotta, stanno portando all’assunzione della stragrande maggioranza degli ‘stabilizzandi’ (ISS, ISTAT, CREA, Indire, ISPRA, ENEA). Questi processi sono in fase di completamento.
Invece, pur avendo ricevuto fondi ad hoc dall’ultima legge di bilancio e dalle integrazioni parlamentari (si veda la destinazione del fondo definito ex premiale destinato agli enti prima del 2018 in considerazione della loro produzione), alcuni enti, in particolare INFN, INAF, INGV e CNR, stanno portando avanti le stabilizzazioni in maniera discontinua, utilizzando spesso i fondi per altri scopi.
Riassumendo brevemente: il CNR ha assunto a fine 2018 circa 1200 stabilizzandi, usando solo 61 mln di euro sui 94 disponibili (ma va precisato che la legge gli permetteva in realtà di destinare fino a 114 mln alle stabilizzazioni). Inoltre appare chiaro da recenti deliberazioni che tutti gli altri precari con diritto di stabilizzazione (più di 1500) possono essere stabilizzati quest’anno con una spesa complessiva di circa 43 mln (e come detto 31 mln sono derivati da fondi ministeriali già assegnati).
Casi simili sono quelli dell’INAF e dell’INFN dove circa 250 stabilizzandi per ente sono in attesa di assunzione (INFN ha addirittura deciso di non bandire la selezione per gli assegni di ricerca).
All’INGV sono solo circa 40 i precari aventi diritto alla stabilizzazione secondo il comma 2 dell’art. 20 del D.Lgs. 75/2017 in attesa di risposte. Anche per loro la possibilità di una selezione ad hoc è stata sinora negata, pur in presenza di turnover.
Ciononostante i quattro enti vivono come se nulla fosse. Nel frattempo cresce la rabbia di chi da anni (circa 8 in media) lavora per la ricerca pubblica sotto ricatto, tant’è che i precari fanno sapere che chiederanno anche le dimissioni dei vertici di INAF, INFN, CNR e INGV.
Chi ha dedicato la vita in studi e ricerche non riesce a spiegarsi perché i vertici degli enti abbiano deciso di non sanare queste gravi illegittimità nel reclutamento di nuove risorse e soprattutto nell’utilizzo improprio dei fondi dedicati alle stabilizzazioni.

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