lunedì, 1 Giugno, 2020

Ricordando Catullo, il senso del viaggio terreno

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Di un mondo riscattabile si parla nell’ultimo libro di poesia di Nazario Pardini dal titolo (non casuale) “I dintorni dell’amore ricordando Catullo” (con prefazione di Rossella Cerniglia, edito da Guido Milano Editore). Ad apertura del volume nella Lettera ad una amica mai conosciuta il poeta si interroga sul senso della vita, sentendo di essere vicino al termine del suo viaggio terreno. Si domanda se il mare, che appare immenso, infinito, avrà la funzione catartica di assorbire bene e male che viene dal fiume, trasformando la materia purificata in spirito (la portata del fiume è pesante, quanto la nostra memoria). Ma il poeta trova una via di uscita, comune alla più grande poesia: “In me coincidono l’idea di Lèucade e quella di Pneuma. Sono questi due mondi a fondersi in uno. In uno solo, unico. Quel mondo regolato principalmente dal rispetto del bello, perché bello significa amore, spiritualità, dolcezza, abnegazione, forza interiore, amicizia e grande fuga dalla materia verso un cielo che avvolga con tutta la sua purezza, in grado di purificare il male dell’uomo contemporaneo, annullato nella realizzazione dei soli fini materiali”. Per Pardini non ci si deve rassegnare, ma comunque lottare con tutta la forza che la natura ci ha fornito, riconoscendo all’antico, alla nobile annosità sempre forte ed attuale (la vera arma), la capacità di innestarsi nel nuovo e trasmettere gli autentici valori.

Un messaggio (quello dell’amore) da veicolare con forza ai giovani che non sono dei “bamboccioni”, ma solo sfiduciati e che dobbiamo comprendere ed aiutare a riacquistare fiducia. E Pardini ne è ben cosciente perché ha insegnato per molti anni all’Università di Pisa.
E’ solo l’amore a perpetuarsi nel tempo, amore come idea universale dell’amore, se nella vita spesso può non andare a buon fine.
Emblematico “Il Cantico della bellezza”, con i due giovani amanti, rimasti sospesi sono eternamente statici con i loro amori, bella immagine che il tempo non trasforma.
Oggi è senz’altro attuale ripartire dall’idea d’amore, per l’autore l’unica dottrina ad essere in grado di sottrarci dai fanghi della vita, in quanto “non potrà mai essere contaminato dal male, semmai potrà solo crescere sul male, purificandolo attraverso un processo di catarsi spirituale”.
La dedica dell’intero libro a Catullo, ai suoi versi, immensi, eterni e di delicatezza estrema, è un approdo quasi inevitabile nel suo percorso poetico, iniziato nel 1993 con il poemetto “Foglie di campo. Aghi di pino. Scaglie di mare”, in un mondo moderno in cui, ci dice attraverso alcuni versi della poesia La barca “…Aspetto un porto. Un faro che mi illumini, una scia che segni la mia rotta; una guida che franga questo azzurro nero”.
I versi di Pardini, come quelli di Catullo, nascono da una intimità, individuale e universale, attuale e insieme mitologica/altrove.

Di Catullo in tutto il libro c’è molto: il parallelo tra l’amore del poeta verso Delia e quello di Catullo verso Lesbia, i temi delle poesie intimisti traggono in entrambi spunto da sentimenti ed episodi di normale quotidianità e per tale ragione sono universali, lo stile è particolarmente elaborato e curato, le poesie molto rifinite, raffinate.

E non dimentichiamo che anche Catullo (come Pardini) non amava la politica del suo tempo, dominata da politici corrotti che servivano soltanto il proprio interesse. Molto simile anche nella fusione catartica tra storia e leggenda, tra personaggi reali e mitologici.

Nazario Pardini è nato nel 1937 ad Arena Metato, in provincia di Pisa, città dove vive alternandola con Torre del Lago Puccini, laureato in Letterature comparate e in Storia e Filosofia è ordinario di Letteratura italiana e critico (è anche il fondatore ed animatore di “Alla volta di Lèucade”, affermato blog culturale) ed ha al suo attivo molti libri di poesia (circa 30), oltre a racconti e saggi.
Il libro si articola in 3 sezioni, la prima (che dà il nome al libro) è denominata “I dintorni dell’amore ricordando Catullo”, la seconda “Di vita, di mare e di amore” è critica verso l’agire dell’uomo contemporaneo, nella terza “Canzoniere pagano” c’è una idealizzazione della realtà che conserva qualcosa di sacrale.

Altro aspetto non trascurabile la forza e presenza costante della natura, che diventa humus e simbolo, in primis l’onnipresenza del mare quale identificazione con l’infinito (“il mare si avvicina e si allontana, clessidra della vita, immensità che ti rapina”). La Terra è sentita come amica e Madre troppo spesso violentata (“E noi ti demmo morte, e ne facemmo festa zappandoci assatanati nel tuo sangue dopo aver frantumato le campagne e ridotto in poltiglia le buttate che brindavano allegre col maestrale. E noi ti demmo morte senza nemmeno piangere, immemori dei riti tramandati dai pagani pietosi dei cicli della vita”).

La natura viene vissuta come Tempio (… “e affine il bosco a un tempio di colonne che nel cielo sostengono le chiome con i raggi entrati di trafugo. Ad ogni filo di sole che cuce in mezzo ai faggi fitti ricami, corrisponde un suono di vetro o di metallo da uno schiocco di sterpo, da uno zirlo o da un frastuono di stormo che si invola. Odori a un occhio che l’anima trasmette in cerimonie mistiche e sacre asperse dall’incenso o voluttuose d’aria di benzoe denso come il ricordo di una mano”).
E proprio nella natura della Versilia e della sua Toscana, Pardini ritrova la sua Lèucade e il suo Pneuma terrestri, capaci di esprimere Poesia/Amore riposizionando il poeta e i suoi seguaci in una dimensione di eternità.

Maria Grazia Di Mario

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