martedì, 29 Settembre, 2020

Ridateci le ideologie

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Ho raggiunto la definitiva convinzione che l’origine del degrado morale ed intellettuale in cui versa la politica, in Italia ma anche globalmente, sia da ravvisare nella fine delle ideologie. Naturalmente in termini ancor più originari, non è da escludere che alla fine stessa delle ideologie, intese come slancio ideale, abbia concorso a sua volta l’avvento di un processo culturale di declino intellettuale e morale della società contemporanea. Ciò a segnalare come l’unità della cifra morale con quella intellettuale si intrecci identitariamente con la dimensione dell’idealità. Il termine ideologia comporta diverse accezioni e la sua origine si rivela antitetica alla sua finale e comune declinazione.

 

Mentre In chiave sociologica il significato di ideologia rimanda a quel complesso di ideali e di valori che sorregge l’esperienza di movimenti politici organizzati, sul terreno storico il suddetto termine ha assunto il carattere filosofico di visioni del mondo totalizzanti, dogmatiche, che, in particolare, hanno pesantemente segnato il corso del novecento. L’elemento paradossale che colpisce, tuttavia, risiede nel fatto che la categoria ideologica ha finito per assumere proprio il senso negativo descritto, in rapporto all’accusa mossa nientemeno che dal regime napoleonico all’indirizzo dei cosiddetti “ideologues” francesi, portatori viceversa di istanze riformistiche, antidispotiche, empiristiche ed antimetafisiche. Da noi, il nuovo corso socialista degli anni ottanta, giustamente, ha contribuito rilevantemente all’emancipazione dalle ideologie novecentesche, cercando di contrapporre una nuova impronta culturale, di stampo fondamentalmente liberalsocialista. Ciononostante nel complesso, come la storia si incarica spesso di dimostrare, insieme “all’acqua sporca è stato buttato il bambino”.

 

Che bisognasse liberarsi di visioni dogmatiche, integralistiche, fondamentalistiche, non credo possa essere messo in discussione, ma che ciò comportasse il totale abbandono di qualsivoglia riferimento culturale, ideale, valoriale, è stato elemento profondamente sottovalutato, dalle conseguenze evidentemente nefaste. Si è in sostanza passati dal fondamentalismo al nichilismo, dall’integralismo al più sfrenato individualismo, dal dogmatismo al populismo. Si è passati, con stupefacente legittimazione politica, dalla centralità della cultura alla più diffusa ignoranza, dalla raffinatezza elaborativa alla sfrontata demagogia, dalla monolitica coerenza al vagabondaggio politico. Tutto ciò va fatto risalire all’avvento della tanto decantata epoca postideologica, che con questa velocità, nell’imperante cornice tecnico-economica, si appresta a trascolorare in postpolitica. Stringiamo a questo punto il campo visivo sugli elementi essenziali che diffusamente avvertiamo quali espressioni del degrado della politica. Il ventaglio sopra rappresentato può essere sintetizzato nella evaporazione dei due elementi costitutivi maggiormente rappresentativi, quello intellettuale e quello morale. La politica oggi non inseguendo più l’ideale, si manifesta per ciò stesso spogliata tanto dell’abito intellettuale, tanto di quello morale, ed un soggetto politico privo di tale rivestimento non può che restare nudo al cospetto del solo spirito di conservazione, adattamento, opportunismo.

 

La politica, per sua natura, è sguardo d’insieme, ampio e profondo, è idealità ed è qui la sua grandezza, è profondità intellettuale, per cercare di precorrere il corso della storia e profondità morale, per cercare di declinare adeguate e giuste soluzioni collettive. E’ ciò che nel mio “ecosocialismo” ho definito “coscienza di specie”, in termini di naturale autocoscienza umana, intellettuale e morale. D’altra parte Popper, non Platone, definì l’uomo “animale ideologico”, intendendo significare che proprio sul piano empiristico, naturalistico, e non metafisico, la dimensione umana non può prescindere dalla sua caratterizzante produzione ideale. Rinunciare a fondare l’impegno politico su una visione del mondo, su un sistema di ideali e di valori, comporta da un lato la rinuncia ad una dimensione morale, quale fondamentale manifestazione di fedeltà ed appartenenza agli ideali ed ai valori stessi, d’altra parte determina contemporaneamente la rinuncia alla cultura, quale fondamentale e faticoso strumento per riconoscersi in una grande visione, per essere in grado di sostenerla, di difenderla dalle critiche ed essere all’altezza di produrre le conseguenti elaborazioni strategiche a vantaggio dell’umanità. Discende da ciò, inesorabilmente, la fine dei partiti, quali strutture organizzative per un verso di appartenenza ideale, di cui, in quanto tali, ci si senta parte e non padroni, strumento e non fine, per altro verso veicoli autorevoli di culturale selezione della classe dirigente, in grado di far rappresentare il proprio ideale al più alto livello di presentabilità. “Nomina sunt consequentia rerum”, per cui dalle insegne di “comunismo”, “socialismo”, “liberalismo”, “repubblicanesimo”, “cristianesimo democratico” ed alte formulazioni intermedie, siamo approdati ai ridicoli nomi delle residue strutture partitiche, i quali, tra diffuso richiamo “all’Italia” e vuoti slogan, rimandano alla totale assenza di contenuto, nella cornice di “listoni civici” esclusivamente funzionali alle carriere dei singoli. Il tutto ammantato dal richiamo al “pragmatismo”, quale copertura, sempre più palese, dell’ignoranza e della furbizia. Non abbiamo assistito, in sostanza, alla sostituzione dei politici “idealisti” per nobile esigenza di “realismo”, dicotomia, tra l’altro, solo convenzionale e formale, ma per declino di tensione morale e spinta intellettuale.

 

Serrando all’estremo le presenti argomentazioni, la tesi è la seguente: nel recinto storico-politico, la fine dell’ideologia ha comportato per trascinamento la fine dell’ideale, ambito eletto, quest’ultimo, di sovrapposizione della sfera morale con quella intellettuale. Di qui il degrado della politica, ormai incapace di traguardare il futuro per dare risolutive e durature risposte ai problemi dell’epoca ma solo levatrice di brillanti carriere politiche, non dei più qualificati ma dei più scaltri. Quegli individui, in sintesi, che hanno capito come assecondare le esigenze, sempre individualistiche, dell’altro, sia accarezzando le pulsioni primitive del popolo, leggasi populismo, sia, nell’ambito di ciò che rimane dei partiti, intesi come autobus in funzione della propria destinazione, le smanie carrieristiche del proprio potenziale benefattore.

 

Naturalmente la presente tesi non vuole sostenere il recupero del vecchio impianto ideologico, nella radicata consapevolezza che il mondo è profondamente cambiato e che, al contempo, preziose ed imprescindibili risultano le competenze settoriali di natura tecnico-scientifica. Tuttavia, corrispondendo all’originaria interpretazione del concetto di ideologia, ha l’ambizione di suggerire la necessità di tornare ad elaborare visioni, ideali e valori per il nuovo mondo, come unica terapia alla degenerazione dell’attuale cammino storico-politico, il quale, mancante di qualsiasi fondamento, non potrà mai risolvere i problemi complessivi e collettivi, risultando conseguentemente costituito da soggetti privi di orientamenti culturali, di competenze tecniche ed esclusivamente centrati su interessi meramente individuali. Naturalmente, se tale degradante processo non conoscerà inversione, sarà vano continuare a sperare soprattutto nella rinascita dell’unica organizzazione politica rimasta ancorata al più nobile tra gli ideali, quello socialista.

 

Carlo Ubertini

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