giovedì, 25 Febbraio, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Riflessioni sulle elezioni americane

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Nei primi anni del secolo scorso, l’arrivo delle automobili sulle strade pugliesi provocò una vera e propria strage di galline. Destinata però a cessare; e proprio quando aumentava il numero delle macchine e la loro velocità. E non in virtù di messaggi trasmessi dall’aldilà o da qualche testimone oculare. Ma di un affinamento del naturale istinto di sopravvivenza.
L’homo sapiens può invece decidere di non vedere; o di guardare da un’altra parte. Così fecero le classi dirigenti europee dopo l’avvento di Hitler; per ricredersi solo dopo l’invasione della Cecoslovacchia.
Oggi, abbiamo fatto anche di peggio. Subendo, se non assecondando, la distruzione di tutte le regole della convivenza collettiva operata da Trump. E indirizzando le loro paure verso i pericoli esterni, senza accorgerci del Male dentro di loro.
Poi è avvenuto l’attacco al Congresso; l’equivalente, diciamo, in termini di psicologia collettiva, della già citata invasione della Cecoslovacchia. Allora, in molti hanno aperto gli occhi, anche se in modo, talora, fuorviante (“era un pazzo”…) Mentre, da noi, il messaggio è addirittura scivolato via, come l’acqua sulla pietra. Tutti a parlare di Renzi e di Conte. Nessuno, a parte Massimo Giannini e quelli del Foglio, che si prendesse la briga di rispondere per le rime alla Meloni, Quando, proprio in questi giorni, esaltava Trump come un grandissimo presidente, il cui unico sbaglio era stato quello di aver incoraggiato i suoi fans ad invadere il congresso. Magari, chissà, involontariamente. Come è casuale il fatto che il giudizio su Trump vale anche per Mussolini…
Per nostra fortuna, i cittadini della Georgia hanno percepito gli eventi in modo completamente diverso. Sino a ribaltare il voto di novembre. Allora i due senatori uscenti, ultras del trumpismo, avevano vinto nettamente (senza superare, però, il 50% richiesto dalla legge locale); oggi, la situazione si è rovesciata. Molti più votanti. rispetto alle presidenziali. Crescita del voto repubblicano; accompagnata, però, da quella assai più consistente, di quello democratico
Fino a metà primavera, però, il quadro appariva diverso.
Fino ad allora Trump poteva giocare su molte corde. Poteva fare campagna sui suoi disegni internazionali: nuovi rapporti con la Russia (Nixon non aveva forse aperto alla Cina , ai tempi della in piena rivoluzione culturale?), l’uso massiccio delle sanzioni al posto dell’intervento militare diretto, l’uscita dai vincoli dei trattati e delle alleanze che ne limitavano la libertà d’azione; ma non aveva né l’intelligenza né il coraggio per affrontare sia i falchi del complesso militare/industriale che i guardiani dell’ortodossia atlantica. Poteva giocare la carta dell’economia, condendola però con un po’ di sano populismo (del tipo “non consentirò che i Ceo vedano crescere i loro emolumenti mentre i salari rimangano stagnanti”); ma da supertycoon senza complessi del tutto insensibile al tema.
Ad avvantaggiarlo c’era poi la convinzione che la campagna elettorale del 2020 fosse una ripetizione di quella del 2016. Allora, a furia di volgarità e di colpi sotto la cintura il Nostro aveva demolito prima i suoi avversari alla primarie repubblicane e poi la stessa Hillary, competente ma priva di qualsiasi appeal e in rotta con la sua sinistra . Ora, si riproponeva lo stesso scenario: un Biden debole e vulnerabile; gli altri candidati, una cacofonia di voci unite solo nell’attaccarlo ( mentre Trump aveva dietro di sé tutto il partito e la benedizione di Wall street).
A cambiare radicalmente le carte in tavola tre eventi: l’esplosione della pandemia e la sua gestione; l’entrata in campo di Obama; e l’omicidio in diretta di Floyd.
Tutto ciò muta radicalmente i termini dello scontro. E a tutto vantaggio dei democratici: capaci, in breve tempo, di recuperare la loro unità interna, con una visione comune ad un tempo equilibrata e chiaramente alternativa a quella di Trump.

Quest’ultimo, invece, punta sulla radicalizzazione dello scontro, trasformandolo in un’ordalia tra difensori e nemici dei valori dell’americanismo. Manifestazione estrema di questo disegno, l’annuncio che i democratici avrebbero fatto ricorso a brogli massicci per rubargli la vittoria.
Una linea, portata avanti fino all’invasione del Congresso e con il triplice effetto di: trasformare l’elezione in un vero e proprio referendum sull’identità americana (per inciso, quelli che si stupiscono del fatto che i democratici non abbiano ottenuto una vittoria più netta, dimenticano che il referendum non era su Trump ma sull’America ); di provocare una frattura irreparabile nel partito repubblicani; e di lasciare dietro di sé diecine e diecine di milioni di elettori convinti di essere stati derubati e poi abbandonati; e di vedere a rischio l’universo in cui sono vissuti
(Rivelatrice, a questo riguardo, l’analisi del voto: dove , fermo il discrimine tra difensori del primato dell’economia e quelli del primato della difesa della salute, come tra i sostenitori della polizia e quelli del “black lives matter” e, infine, l’aumento del voto femminile per i democratici ( un dato, quest’ultimo , di grande interesse), fattore decisivo non è stato il livello di ricchezza/povertà o tipo di lavoro, ma il luogo dove si viveva. Da una parte gli abitanti delle città, a costante contatto con altri; dall’altra gli “uomini soli del sud e del’America profonda).
E ora, che fare ? L’opinione corrente volge verso i due estremi dell’impeachment e del colpo di spugna, pardon della pacificazione nazionale..
Meglio sarebbe , sul primo fronte una condanna (qui si tratta di istigazione all’insurrezione), seguita però da un p.erdono in cambio del ritiro dalla vita pubblica. Trump va disinnescato e messo in condizione di non nuocere, non punito a rischio di farne un martire ( già la Meloni lo ha definito un” perseguitato”.
Per altro nessun bisogno di “venire incontro”. Se non nel significato di avviare politiche che vengano incontro ai bisogni e agli interessi di tutto il popolo americano; magari riprendendo le indicazioni di Obama… Anche perché la pacificazione presuppone il riconoscimento della sconfitta.
Ultimo consiglio: stare sereni (senza virgolette…) e fare attenzione. Stare sereni perché la destra americana ha subito una sconfitta da cui sarà difficile risollevarsi. Fare attenzione, perché se, contro ogni evidenza, milioni di americani continuano a credere che l’asino voli, c’è qualcosa che non funziona.

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