sabato, 28 Novembre, 2020

Riflessioni sull’etica politica del dirigente di partito

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Tempi difficili quelli dell’Italia tra gli anni sessanta e novanta. Dopo la povertà vissuta dalla nazione, il boom economico degli anni ’50-’60, i contrasti politici internazionali dovuti alla ‘guerra fredda’, allora la situazione politica italiana necessitava di una linea-guida per condurre il paese nel mantenimento del benessere socio-economico e anche nello stabilire il suo orientamento politico a livello nazionale e internazionale. In questo clima di forti tensioni l’Italia non poteva, e non doveva, essere esclusa dalle dinamiche della politica mondiale, ma non poteva, e non doveva, nemmeno farsi travolgere dagli squilibri interni. Necessitavano, quindi, intese tra il passato, il presente e il futuro, tra la tradizione e l’innovazione. Motori importanti di queste intese furono certamente Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Per entrambi lo scopo della loro azione politica era lo sviluppo e il benessere della nazione. Democratico-cristiano il primo, comunista il secondo, insieme provarono a far incontrare le loro ideologie nel cosiddetto “secondo compromesso storico”, attraverso il quale l’ala più moderata della Dc si apriva verso le ideologie della sinistra e la sinistra, con il Pci di Berlinguer, si staccava da Mosca per avvicinarsi alla più influente corrente politica italiana, che fino ad allora aveva goduto del favore della popolazione, e non solo. Il pensiero di Moro allora si muoveva intorno alla tendenza all’inclusione di tutti i cittadini nella vita dello stato ma anche di tutte le culture politiche – cattoliche, socialiste, comuniste – all’interno della dinamica democratica. Certo nel pluralismo sociale e nel compimento della democrazia, Moro percepiva nella politica e nelle istituzioni una condizione di incompiutezza e di provvisorietà, soprattutto di fronte ad una società che egli riconosceva come ‘più mossa ed esigente’. Da qui derivano le sue riflessioni sulla crisi della forma ‘partito’ o sulla ‘democrazia bloccata’, i suoi timori in merito all’emergere di uno stato rigido e statico, a fronte di una crescente fluidità della vita sociale, e l’idea di una ‘terza fase’ della democrazia italiana, aperta alla prospettiva dell’alternanza. E proprio in tale riflessione lo statista incontra il pensiero di Enrico Berlinguer secondo cui la politica italiana necessitava di un rinnovamento innanzitutto morale giacche’ il socialismo, attraverso una pianificazione ed una effettiva direzione dell’economia nazionale nell’interesse della collettività, era in grado di garantire la continuità dello sviluppo produttivo e la crescita progressiva del benessere sociale e un clima morale superiore. Il Pci di Berlinguer, specularmente alla Dc di Moro, si ritrovava, quindi, alla metà degli anni ‘70 ingaggiato in un dilemma dell’anima, il “compromesso storico”, che rappresentava per Berlinguer la tappa obbligata sulla via del passaggio dell’Italia da una democrazia capitalistica ad una democrazia socialista anche se la democrazia socialista in Italia non sarebbe necessariamente dovuta essere simile a quella realizzata nell’Urss e negli altri paesi socialisti. Come per Moro, anche per il segretario del Pci, condizione ineliminabile per raggiungere l’obiettivo strategico era l’unità del partito. La questione dei rapporti con la Dc va, dunque, storicamente affrontata sulla base di queste premesse. La Dc era il referente politico di potenti forze conservatrici e reazionarie, ma anche di un gran numero di lavoratori di tutte le classi e ciò la rendeva essenziale per la realizzare del “compromesso storico”, dopo che fosse stata battuta la parte della sua classe dirigente più legata a retrivi interessi borghesi e capitalistici. Il concetto moderno di sovranità popolare, che trova in Rousseau uno dei suoi massimi cantori, era per i due statisti proteso a rendere possibile ed accelerare un nuovo ordine nel mondo e trarre ispirazione proprio dalla simbiosi degli ideali di eguaglianza e fratellanza. Assumendo l’eguaglianza a mezzo della leva del ‘politico’, come nucleo fondante delle forme politiche e della socialità, la legittimazione dei poteri non può che essere dedotta e costruita dal basso, dal popolo. Quest’ultimo concepito non come massa indistinta, ma come condensato articolato di individualità differenti, titolari di diritti inalienabili ed inviolabili. Nella democrazia moderna il sovrano non è il popolo ma sono tutti i cittadini. Non più la massa è portatrice di socialità bensì gli individui che si aggregano in società. Se fondamento della democrazia degli antichi era la “comunità” adesso fondamento della democrazia dei moderni doveva essere l’individuo. La democrazia moderna riposa sopra una concezione individualistica ed a fondamento dell’individualismo sta un’etica in quanto all’individuo umano, a differenza di tutti gli altri esseri del mondo naturale, viene attribuita una personalità morale che ha una dignità, e non un prezzo.

 

La democrazia non è, pertanto, soltanto una “forma di governo” giacche’ lo stesso Norberto Bobbio stesso nell’individualismo aveva felicemente colto anche un’etica. Oggi, tuttavia, assistiamo, purtroppo, alla variante contemporanea della dissociazione tra etica e politica su cui si è incardinato il pensiero politico contemporaneo. Se certamente e’ vero che l’unico regime etico è appunto la democrazia sappiamo, pero’, benissimo che il mondo in cui viviamo non è conforme all’etica, e che quest’ultima è un riferimento a cui ci ispiriamo, senza che sia mai possibile metterla in pratica compiutamente. La considerazione etica è semplice: la forma di governo deve essere tale da trattare tutti gli esseri umani come tali, e non semplicemente come oggetti di dominio e prezzo di acquisto. L’uguaglianza dei cittadini discende anch’essa con immediatezza dal principio fondamentale. L’uguaglianza richiede, però, anche la partecipazione dei cittadini all’esercizio del potere. Il governo della legge significa che tutti, comprese le più alte cariche dello stato ed i detentori di grandi ricchezze, siano soggetti alla legge, senza eccezioni. Senza questa condizione, tutte le altre sono vane, perché le garanzie legali e procedurali di cui abbiamo parlato sarebbero svuotate di ogni contenuto concreto. Non si deve però cadere nel vizio del massimalismo, per cui ogni grado inferiore alla totalità equivale allo zero. Ciascuno stato e ciascuna società umana è conforme ad esse in una misura variabile, e l’impegno politico delle persone moralmente consapevoli deve essere teso ad una loro realizzazione più estesa, pur nella consapevolezza che non sarà mai possibile ottenerla in modo perfetto. Il sistema sociale in cui viviamo oggi è purtroppo una plutocrazia, che Platone chiamerebbe oligarchia, in cui sono stati progressivamente inseriti elementi di democrazia istituzionale e sociale. D’altronde Platone stesso sapeva benissimo, come lo sappiamo noi, che il potere del denaro è il veleno che uccide la democrazia. Il mondo in cui viviamo si sta distruggendo a causa della cieca prepotenza del potere finanziario. La via giusta alla rinascita valoriale politica sarebbe certamente quella di Socrate, che dialogava con i giovani per aprire le loro menti, senza cercare di imporre una dottrina preconfezionata. La stessa linea guida da cui discese il modello platonico della giustizia che comporta, infatti, che i reggitori dello stato siano soggetti a regole ferree e si adoperino per il bene collettivo.

 

Proprio a lui dobbiamo la formalizzazione del concetto del governo della legge, fondamentale nel nostro modello politico. La politica è prima di tutto conciliazione di interessi individuali ma anche di strutture e gruppi della società umana. La società umana deve fondarsi su una solida base etica, senza la quale degenera in una dittatura brutale dei pochi sui molti. La crisi di fiducia degli elettori nei riguardi delle persone che occupano cariche pubbliche oggi è un fatto scontato. La corruzione è forse l’aspetto più deleterio dell’esercizio del potere politico, quando persone deputate ad occuparsi dell’interesse pubblico agiscono, invece, per ottenere vantaggi per se stessi. La costruzione democratica implicherebbe, invece, che i cittadini, specie i giovani, siano competenti e s’impegnino nella democrazia partecipativa. Una volta finita una campagna elettorale e preso atto dei risultati delle urne in termini sportivi (chi ha vinto e chi ha perso), i cittadini sono informati delle iniziative originate dall’alto senza che essi ne capiscano la necessità, le logiche generatrici e le conseguenze per il futuro, al di là degli slogan ufficiali che sono loro forniti. Per recuperare il divorzio tra etica e politica occorrerebbe, quindi, combattere l’inamovibilità, la mancanza di trasparenza, le menzogne ed il voltafaccia. Certo le soluzioni a tempi brevi sono quelle che hanno come scopo di alleviare gli inconvenienti urgenti e contingenti; sono le proposte palliative e non risolutive che aiutano le vittime di un problema sociale, senza preoccuparsi che il problema si ripeta nel futuro e troppo spesso questo è stato il modus operandi prediletto dai nostri governanti contemporanei. Comincia a diventare chiaro, quindi, che introdurre una riflessione etica nella politica richiede una critica della democrazia come praticata attualmente nella maggior parte dei paesi cosiddetti democratici. Non sembra possibile immaginare l’introduzione dell’etica nella politica senza la figura del cittadino, che in gran parte manca nella nostra attuale democrazia. Lo scopo essenziale è quello di evitare la costruzione di un individuo egoista, il progetto implicito corrente, a favore dello sviluppo di un membro responsabile della comunità, che probabilmente è la predisposizione naturale degli esseri umani. Un giovane preparato alla cittadinanza attiva ed informato sulle problematiche sociali e le alternative risolutive diventa un consumatore esigente nei riguardi delle buone pratiche politiche. La vita di partito può, certamente, offrire una buona palestra di dialettica, una ricca scuola di idee, ma la presenza del cittadino è una condizione necessaria per il cambiamento verso una politica etica.

 

Uno scopo importante dell’analisi etica della politica è di stabilire le condizioni necessarie per ottenere un buon livello di governabilità del paese. Il concetto di governabilità riguarda la qualità della democrazia, la capacità di combinare stabilità politica e efficacia decisionale. Ma proprio su questo binomio stabilità ed efficacia potrebbe scivolare la democrazia, se si abbassa la guardia dell’etica. Max Weber, che è un classico sul tema del rapporto tra etica e politica, ha scritto sulla politica come professione in cui ha tracciato quelli che sono gli elementi fondamentali di un’etica politica. Max Weber si pose questa domanda: «che tipo di uomo è quello che può fare politica, cioè che può mettere mano agli ingranaggi della storia e perciò decidere di condizionare i destini e la vita della altre persone?». Ebbene per Max Weber chi si impegna in politica deve avere tre caratteristiche etiche principali: deve avere la passione nel senso di dedizione ad una causa, deve avere razionalità e deve avere soprattutto il senso della responsabilità, che vuol dire rispondere delle conseguenze delle proprie azioni. L’esercizio del potere politico deve essere costantemente disposto a rendere conto agli altri delle proprie azioni. E’ vero che si va a votare, ma la limitata competenza politica dell’elettorato rende l’esercizio inefficiente, quasi un rituale. L’introduzione di valori etici nella politica potrebbe essere un passo decisivo verso la democrazia come implicitamente intesa nella costituzione repubblicana. Questo significa democrazia partecipativa dei cittadini ed impegno civile di tutti in tal senso. Significa riavvicinamento alla politica, significa aborrire l’apatia politica attuale e creare una classe politica dirigenziale che risorga dalla decadenza contemporanea. Significa oggi, come ieri, trasformare lo scudo crociato in un ideale di vita e di servizio alla collettività, significa riabbracciare i nobili ideali aristotelici di senso della politica e dare una sola risposta al quesito di Weber, significa riportare a vita i valori omocentrici del partito comunista delle origini.

 

L’uomo che può fare politica, che può mettere mano agli ingranaggi della storia e decidere di condizionare i destini e la vita delle altre persone è l’uomo figlio della nostra tradizione politica cattolica e socialista e che, come sosteneva Karl Popper, sia disposto a sacrificare tutto se stesso per i suoi ideali senza un grazie. Solo quello è un uomo libero, solo quello non è servo di alcuno e solo quello può avere l’onore e l’onere di rappresentare il più nobile tra i popoli europei per storia e caratteristiche culturali quale quello italiano. Antonio Gramsci odiava gli indifferenti poiche’ vivere voleva dire essere partigiani. Secondo lo stesso il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare. Chiedere conto a ognuno del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto dovrebbe, essere la chiave di lettura di tutta la condotta di vita del dirigente di partito come anche di colui che ambisce a diventare tale. Scorre fuori il tempo e le lancette dell’orologio si dilatano come in un quadro di Salvador D’alì e senza che ce ne si accorge passano le ore ed i momenti della sua vita officiando il suo mandato con senso della morale e convinzione che etica e politica debbano andare di pari passo. Certo a vivere così a volte ci si sentirà spesso un’eccezione ma per fortuna in Italia di eccezioni ce ne sono tante. Il problema e’ che non sono la regola, specialmente in questa nostra terza repubblica post scudo crociato, post falce e martello ed post anche etica…

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