martedì, 22 Ottobre, 2019

Riflettiamo sul perché si sono imposti i movimenti piazzaioli-populisti

0

L’apertura della crisi di governo ha fatto riparlare di “notte della Repubblica”. Restano rari però gli approfondimenti che facciano riferimento al periodo che è all’origine del disordine attuale: gli anni 1992-1994. C’è stato in verità uno studioso accademico, Angelo Panebianco, che sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018 l’aveva scritto chiaro e semplice: «Sul finire della prima Repubblica il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. Arriva Mani pulite ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini e non risalirà più. È allora che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Il ragionamento era questo: sì, i partiti italiani come tutte le forze politiche dell’Occidente democratico hanno bisogno di grandi risorse per le campagne elettorali sempre più costose e molte di esse ricorrono a finanziamenti irregolari e illegali; è un problema critico ma fisiologico che si poteva curare per vie istituzionali, come successe in Germania con Kohl, in Francia con Mitterand: in Italia si preferì un’aggressiva via giudiziaria con l’annientamento dei partiti storici del centro-sinistra ma anche con lo screditamento di tutti i “politicanti” ad opera di rinascenti movimenti piazzaioli-populisti.

È a questa temperie, a quella che Mattia Feltri su “La Stampa” del recente 2 agosto 2019 definisce la rincorsa di coloro che “durante Mani pulite contribuirono a demolire le garanzie costituzionali e lo Stato di diritto nella speranza di ricavarne un vitalizio politico” che proverei a rifarmi: per spiegare la crisi della politica democratica sotto la c.d. seconda Repubblica, dovuta al vuoto creatosi nel centro e nella sinistra italiana, privati forzatamente di personalità e tradizioni di grande livello. I numeri di questa politica “desaparecida” ce li fornisce una personalità insospettabile.

Sulla stagione di Tangentopoli – rivisitata recentemente con la scomparsa del magistrato Saverio Borrelli – ha scritto parole di inaudita verità Luciano Violante, prima magistrato e poi deputato della sinistra. In un documentato saggio pubblicato sulla rivista “Mondoperaio” di giugno 2019 intitolato “Csm – Arcana iuris”, egli definisce Mani pulite un’epoca che “esaltava i magistrati e dileggiava gli imputati, tutti dati per colpevoli”; e invece – enumera Violante – “i processi per corruzione videro procedimenti a carico di circa 12.000 persone e l’emissione di 25.400 avvisi di garanzia; 4.525 persone arrestate, 1.233 persone condannate”. Se si pensa al clima accusatorio d’allora – che come sanno gli esperti tende a influenzare le sentenze – e che bastava un avviso di garanzia per far dimettere un ministro o infangare un indagato, la differenza fra gli “avvisati” e gli effettivamente “condannati” è notevole: il 10 per cento degli indagati per corruzione vennero condannati, 1.233 su 12.000! C’è poi il dilemma di aver perseguito una solo parte delle formazioni politiche, insistendo sui partiti del centro-sinistra storico, meno su altri. E infine corre nelle menti più equilibrate un paragone tra come sono stati trattati negli anni ’90 i possibili reati dei politici e come sono percepiti ora: oggi i famosi 49 milioni della Lega (una somma rassomigliante a quella del caso Enimont, la “madre di tutte le tangenti!” della prima Repubblica) non incidono per niente sui suoi successi elettorali.

È in forza di ciò che tra i protagonisti dell’operazione Mani pulite devono sorgere ora pensieri problematici sull’aver fatto o meno la cosa giusta. Il riferimento, oltre che alla successiva involuzione sociale-politica e pure giudiziaria del nostro Paese – basti pensare alla voragine morale in cui via via sono precipitati esponenti di spicco della magistratura – va anche e soprattutto alla fine che avranno fatto gli oltre 24.000 italiani “avvisati” dalle Procure e poi prosciolti e non condannati! Oltre alla somma pietà per “chi scelse di suicidarsi in quei mesi che cambiarono l’Italia” – come ha rammentato su “l’Adige” il direttore Faustini – c’è da pensare al destino umano e sociale di queste migliaia di persone trascinate impropriamente nel fango della pubblica riprovazione allora furiosa: il vuoto creato dall’affossamento di tante esperienze e organizzazioni è stato ed è un danno rilevante per la nostra democrazia, che spiega la carenza di qualità nella successiva vita politica.

E così tra i giornalisti leali con la deontologia professionale sorgerà lo scrupolo di aver collaborato attivamente in modo “decisivo alla riuscita delle inchieste” (il termine è usato da Piero Sansonetti, allora redattore de “L’Unità” e testimone critico di quelle operazioni di polizia giudiziaria), costruendo il clima favorevole alle azioni contro gli inquisiti. È grazie a ciò – riportiamo ancora le parole calibrate del dott. Violante – che venne creato, attraverso “un’ossessiva campagna dei mezzi di comunicazione che sosteneva le indagini…, un consenso popolare vendicativo ed entusiasta che trasformava i magistrati da potere dello Stato in rappresentanti della società: nella magistratura – continua Violante – cominciò a manifestarsi un sentimento di privatizzazione della funzione, una concezione proprietaria dei poteri, una amnesia delle responsabilità morali e sociali connesse a quel ruolo”.

Se a distanza di 25 anni dai fatti vengono fatte queste considerazioni, ci sarà tanto lavoro per gli storici nel ricostruire quel passaggio tra prima e seconda Repubblica, che già era stato definito con termini forti ma che ora appaiono sempre più convincenti: un colpo mediatico-giudiziario che ha trascinato la Repubblica nella decadenza fino alle giornate odierne. Una decadenza oltre che nel gorgo populista anche economica: il docente di macroeconomia Fadi Hassan ha calcolato che il Pil pro capite italiano è tornato percentualmente allo “stesso livello che avevamo nel 1961”.

Nicola Zoller

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply