lunedì, 24 Febbraio, 2020

Riformismo e riformite

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Stiamo per descrivere due strategie di cambiamento tra loro diverse. Anzi opposte. La prima obbedisce ad un disegno razionale (e cioè coerente anche se non necessariamente vincente) di trasformazione del sistema. E, in quanto tale, può essere espressa da qualsiasi cultura politica: da quella socialdemocratica a quella cattolico-sociale, da quella liberale a quella della destra “bonapartista” (vedi De Gaulle) o tout court autoritaria (vedi il ventennio fascista, con la riforma Gentile, l’Iri e la legge urbanistica). Con approcci diversi che presuppongono però tutti la centralità dello Stato nei suoi rapporti con la società.

Una centralità dello Stato che è presente anche, è bene sottolinearlo, nel riformismo liberale (quello dei Keynes e dei Beveridge), ma anche in quello thatcheriano; in quest’ultimo caso, alla diminuzione del ruolo dello Stato come regolatore dell’economia si accompagnerà il suo rafforzamento nella veste di regolatore della politica e della società (a scapito delle istituzioni intermedie, enti locali, sindacati, ma non solo).

Nella seconda, invece, il cambiamento rappresenta un fine in sé. E’ l’eliminazione del vecchio senza la costruzione del nuovo. E’ un processo senza un disegno, potenzialmente autopropulsivo, che può determinare l’indebolimento dello Stato non accompagnato dal rafforzamento della società. Ed è, infine, per venire al dunque, un modello di cambiamento che ha una molteplicità di padri, ma che, nel contempo, si va manifestando oggi, nella sua forma più compiuta, nell’Italia della Seconda Repubblica.

Cos’è successo? Per capirlo, è il caso di ricorrere, ancora una volta, a Colui che, come massima sintesi della cultura della seconda repubblica, è in grado di svelarcene meglio di chiunque altro la prassi. Parliamo, beninteso, di Matteo Renzi.

Il Nostro ha come suo mantra le “riforme”o, più esattamente, il “volere fare le riforme”; restando inteso che, prima del suo Avvento risolutore le sullodate riforme non le avrebbe fatte nessuno. Di più però non si è in grado di saper o di capire: che si tratti del disegno complessivo, della direzione di marcia con le relative priorità o del valore concreto di questo o quel progetto. Mentre è assolutamente chiaro, invece, che il tutto si definisce in negativo, nei due grandi bersagli da colpire. Da una parte lo Stato e le sue istituzioni; dall’altra le “categorie fisiche” in cui tutto ciò si incarna: magistrati, burocrati, titolari di organismi elettivi e di controllo, sindacalisti e sindacalizzati e così via.

E’ lo schema, vecchio come il mondo, del populismo dall’alto: da una parte il re buono e operoso in presa diretta con il suo popolo; dall’altra la gente che plaude oppure si lamenta, comunque in una condizione di attesa passiva; in mezzo i rappresentanti del potere i cui scalpi vengono di volta esibiti alla plebe per soddisfare, se non altro, i suoi antichi rancori. Uno schema a prova di bomba, almeno per qualche tempo; ma anche un disegno che non ha nulla a che fare con la razionalità riformista contribuendo per altro verso a quel processo di demolizione dello stato già in atto da decenni.

Ora, nella narrazione renziana, c’è l’opinione, ossessivamente ripetuta dal Capo e dai suoi corifei e non contestata da alcuno, secondo la quale l’Italia, prima dell’avvento del suo Salvatore, sarebbe rimasta bloccata per anni dall’assenza di riforme.

Una evidente menzogna. Perché, in realtà, almeno a livello di produzione legislativa, la Seconda Repubblica è stata segnata da un susseguirsi parossistico di cambiamenti. Dai fondamenti stessi della Costituzione (la Repubblica basata sul pareggio di bilancio…) alle leggi elettorali (ben tre nel corso di vent’anni; le grandi democrazie non le hanno modificate da decenni, anzi da secoli), dal lavoro alle pension, dalle istituzioni all’economia. In un orizzonte, tipico della riformite, in cui il nuovo diventa vecchio dopo qualche mese, per essere sostituito del più nuovo.

Ora, perché questa menzogna è stata tranquillamente accettata; e non solo dal “popolo bue”, ma anche dalla classe politica e dagli opinionisti?

Azzardo una ipotesi di lavoro, volutamente provocatoria. Penso che l’esperienza di questi vent’anni sia stata cancellata dalla memoria in linea generale perché del tutto controproducente rispetto ai suoi conclamati obbiettivi di moralizzazione e sviluppo del Paese; e, nello specifico, perché il succedersi sfrenato di provvedimenti tra loro spesso contraddittori, e sullo stesso tema, gli abbia relegati, nell’immaginario collettivo, alla stregua di grida manzoniane. Oltre tutto mal scritte; mai veramente discusse; mai seriamente verificate nei loro risultati; anche perché mai seriamente applicate se non propriamente sabotate.

Alla fine del processo uno stato totalmente privo di autorità e di credibilità. E una società civile irriformabile perché totalmente destrutturata. Con un governo che ci presenta le stesse ricette; ma in dosi ancora maggiori.

Urge, quanto minimo, una pausa di riflessione. Una formula da Prima Repubblica. Ma non per questo meno valida.

Alberto Benzoni

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