lunedì, 18 Novembre, 2019

Rinnovarsi a partire dalle idee

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Carissime compagne, cari compagni,

è un momento delicato, per l’Italia e nella vita dei partiti. Noi non facciamo eccezione. Ed è di noi che voglio parlare. Senza veli e senza ipocrisie. Per questo mi affido a una nota inviata a tutti i dirigenti, locali e nazionali. Meditata e formale. La preferisco alla rete. Che rimanga, come traccia per un disegno e come risposta a fantomatiche ricostruzioni di un passato recente, tanto più gravi quando provengono da chi condivise le decisioni sedendo nella segreteria nazionale. Avrei molti esempi da portare. Ne basti uno: come arrivammo alle elezioni politiche del 2013 – con voto unanime meno Bartolomei – e la rappresentazione che in seguito taluni hanno dato. Fasulla! Salvo che Bartolomei sia uno e trino.

Ma il punto non è il passato. Il nodo è il futuro. Ed e’ del futuro che bisogna discutere. Per non disarmare.
Un sistema politico in evoluzione dove non vedo forze autosufficienti, la crisi più acuta del socialismo europeo, afono rispetto ai mutamenti epocali che tagliano l’universo mondo, il cambio di marcia imposto alle democrazie occidentali dalla congiunzione ‘perfetta’ di finanza e tecnologia, letale per la cultura socialdemocratica se non si rinnova, un governo che ci invita a nuove sfide.

Siamo di fronte a quattro novità. E ora parlo di noi. Non prima però di evidenziare un fattore che di tanto in tanto si riaffaccia: l’antico conflitto – uso termini tradizionali – massimalisti/riformisti. Non si è mai spento. Nemmeno negli anni di massimo splendore, tra il 1983 e il 1987. Fummo i primi, allora, a parlare di voucher per scegliere tra scuola pubblica e scuola privata. Fummo i primi, allora, a parlare di riforma della democrazia parlamentare, considerata inadeguata ad affrontare le emergenze di fine secolo (Nenni, Severo Giannini e Calamandrei, in verità, proposero un senato con funzioni diverse dalla Camera già durante i lavori della Costituente).  Fummo i primi, allora, a pretendere modifiche incisive per il mondo del lavoro e ad aprire una finestra sul terziario e sul ‘piccolo e’ bello’. Fummo i primi, allora, a rimettere nel gioco parlamentare la destra almirantiana. Fummo i primi, allora, a porre la questione di una riforma decisa degli enti locali. Fummo i primi, allora, a concepire un’idea di Europa libera e sovrana – ricordate la polemica sui missili e la prosopopea dei ‘Comuni denuclearizzati’ imposta dal Pci?

Ci siamo vantati a lungo per aver assunto quelle posizioni poi rivelatesi giuste. Ma allora non fu ovunque così. Nella casa socialista fioccarono le polemiche e i ‘distinguo’ a tal punto da mettere a rischio il voto sul referendum sulla scala mobile. Mondoperaio ha pubblicato un interessante studio su quel voto: il 15% dei comunisti non sposò le posizioni di Berlinguer; il 48% (quarantotto!) degli elettori socialisti tradì le indicazioni di Craxi. Per non parlare della raccolta delle firme sul doppio referendum nucleare – giustizia giusta. Furono soprattutto i radicali a fare il lavoro sporco. Lo si evince dai tabulati.
L’altra faccia di questa dualità e’ rappresentata dalle frequenti scissioni e dalle rare unificazioni. Nell’ultimo ventennio ne ho contate almeno cinque. Oggi siamo rimasti da soli a reggere il testimone.

Dunque, le quattro novità.
Una esigua pattuglia socialista lavora per creare un nuovo partito di sinistra radicale dialogando con Sel, Fassina e dintorni. E’ organizzata, si è data un piano di lavoro, organi dirigenti addirittura. Ha inneggiato a Tzipras e ora e’ alla ricerca di santi patroni più credibili. Domando: si può stare in un partito mentre si lavora a farne un altro?
L’onorevole Di Lello si appresta a entrare, solitario, nel Pd. In segreteria, pochi giorni fa, aveva parlato di una ‘riflessione’ necessaria sul nostro futuro. Benissimo. Poi un’accelerazione violenta. E la riflessione e’ diventata scelta individuale in un nanosecondo. Una riunione con pochissimi invitati, una dichiarazione a un quotidiano, l’affermazione che la spinta viene dal basso – allora perché non portarla al congresso? – e che a settembre, comunque vadano le cose, aderirà al Pd. Di questo percorso non sono mai stato informato, né io né la segreteria. Poco male? Poco male un corno. Io credo ancora alle relazioni umane e ai rapporti politici. Credo al confronto. E c’è addirittura qualcuno che mi attribuisce la colpa del suo gesto come se io fossi il badante e ne avessi concusso il libero arbitrio. Ma per piacere.
Terzo. Via l’ipocrisia. I più duri verso di noi sono quei dirigenti che nel cuore della crisi degli anni ’90 o se ne andarono o nascosero le loro responsabilità dopo aver lasciato in eredità un partito distrutto. Ti guardano con sufficienza e non hanno fatto nemmeno un esame di coscienza. Craxiani acritici e d’un colpo anticraxiani. Folgorati! Sono in buona compagnia. Dirigenti storici fino a ieri mattina, e con incarichi di rilievo – da Labellarte, candidato alle politiche in Basilicata, a Ciucchi, consigliere regionale toscano eletto infine nelle liste del Pd e segretario regionale dal 2001 al 2014, da Sollazzo, sostenitore in toto di una lista elettorale unica con il Pd di Bersani, a Biscardini, già eletto con il Pd a Milano – si ostinano a narrare da marziani fatti di cui sono stati protagonisti. Leggo e non li riconosco. Nessuno li riconosce. C’erano tutti, eccome se c’erano. Ciucchi, in verità, più distante, e così Biscardini, che in quei giorni si curava da una brutta malattia. Basta rileggersi i verbali delle riunioni e le dichiarazioni rese fino al gennaio 2013. Perché il Psi non ha mai avuto un uomo solo al comando.
Abbiamo bisogno della loro intelligenza e della loro esperienza. E se ci saranno posizioni diverse, sarà il congresso a valutarle.
Infine il segno più. Nelle regioni, dall’Abruzzo alla Sicilia, dalle Marche alla Campania, crescono le adesioni al partito, dentro e fuori le istituzioni. Sono recenti la riapertura della federazione di Pescara, amministratori che aderiscono in Campania, l’elezione di un presidente socialista alla provincia di Imperia e la formazione di un gruppo di cinque eletti presso l’Assemblea Regionale siciliana.
Bene ma non basta. La priorità è uscire dai fatti contingenti.

Dal 2008 ad oggi abbiamo tenuto in vita il partito, unica forza politica della prima repubblica a resistere in uno scenario profondamente cambiato. Scomparsi tutti gli altri, anche quella Scelta Civica con un bagaglio elettorale del 10%.
Va detto che oggi operiamo in una cornice diversa anche rispetto all’età boselliana. Dal bipolarismo sostenuto da una pluralità di partiti al tripolarismo elettorale che si regge grazie al trasformismo parlamentare; dalla politica finanziata con denaro pubblico alla cancellazione di ogni contributo statale; dalla presenza in parlamento di forze molto piccole a sbarramenti elettorali diffusi ovunque; dalla proliferazione dei partiti alla moltiplicazione dei gruppetti parlamentari. Un altro mondo.
Eppure siamo in piedi. Nonostante tutto.
Nonostante le ruggini post elettorali, nonostante una campagna, tutta interna, ispirata al più nero disfattismo, come se il confronto andasse fatto tra noi e il PSI pre tangentopoli, nonostante la caduta di Italia Bene Comune cui avevamo affidato il nostro destino, nonostante lo spirito polemico che pervade l’essere socialista, decisamente meno solidale di chi è stato democristiano, nonostante alcuni errori di cui anch’io porto la responsabilità.
Ma rimestare in questa scodella è un errore. Urge una riflessione più larga, serena, perché la posta in gioco è alta. E’ questa la ragione che ha spinto la segreteria a presentare un programma di medio periodo: festa Avanti! a Roma in settembre; conferenza programmatica in autunno; preparazione delle elezioni nei tanti comuni capoluogo al voto nel 2016; congresso nazionale.
Chi porta responsabilità deve decidere assieme alla sua comunità. Non contro di essa.
Conosco le obiezioni. La domanda ‘Che fare?’ ci insegue, maledetta, da oltre un ventennio. Da quando si chiusero i primi cento anni della nostra storia e restammo con un partito al di sotto del 2% dei consensi.
Ricordo una battuta fulminante di D’Alema: ‘Ora siete inutili o nocivi’. Beato lui che ha sempre ragione.
Allora, che fare?
Boselli ha sempre adottato lo stesso schema di gioco: tesseramento al partito ridotto all’essenziale, alleanze elettorali ad ogni scadenza (meno che nel 2008) e fedeltà all’Ulivo, simbolo del partito presentato in alcune, ma solo alcune, regioni (erano inesistenti gli sbarramenti elettorali), né rilancio dell’Avanti! né festa nazionale di partito. Nelle grandi città del nord non eleggemmo mai nostri consiglieri. Meglio al centro e al sud, soprattutto sotto altri simboli.
Lo scenario cambia nel 2008. Profondamente. E intanto, e per cinque anni, non siamo in Parlamento, il partito ereditato al congresso di Montecatini sta morendo (scendemmo in pochi mesi da 72.000 a poco più di 10.000 iscritti, con il bilancio in ordine ma con la cassa vuota), la Costituente Socialista è stata irrisa dagli elettori.
Dal 2013, ulteriore giro di vite. La sconfitta elettorale di Italia Bene Comune fa andare in pezzi la coalizione, spinge Sel più a sinistra e fuori dai confini del Pse, logora e divide il Pd, ci priva di una strategia convincente che avevamo contribuito a costruire.
Ultimo atto. La vittoria di Renzi e l’adesione del Pd al Pse in un’Italia corsa dal populismo e ferita da un diffuso impoverimento.
Non dice il vero chi sostiene che siamo rimasti immobili. Anzi, è doppiamente bugiardo. Tra il 2008 e il 2013 abbiamo mosso lungo due fronti. Siamo stati soci fondatori di Sel poi abbiamo partecipato alla costituzione della coalizione guidata da Bersani.
Il voto ha bruciato entrambe.

Dunque. Chi pensa di affrontare i prossimi passi senza tenere conto dell’evoluzione politica italiana fa semplicemente fantapolitica.
C’è solo un modo. Per dare un futuro alla comunità socialista ognuno faccia la sua parte. Il comportamento di tante compagne e di numerosi compagni in sezioni sperdute o in un Consiglio Comunale oppure gli Intini, gli Acquaviva, i Covatta, i Del Bue, grazie ai quali Fondazione, Rivista e Quotidiano on line vivono e si fanno rispettare.
Insomma, sporcarsi le mani.
Per farlo, intanto bisogna abbandonare la nostalgia e rinnovarsi. A partire dalle idee. Nenni docet.
Servono unità, strategia, passione civile. E la consapevolezza che Roma non può risolvere tutti i problemi se non c’è sinergia con i territori.
Ho parlato a lungo con i parlamentari, con i segretari e con i consiglieri regionali, con i nostri sindaci. Condividono questo percorso. Non si tratta solo di salvare una storia ma di consentire a quella storia di scrivere pagine di futuro di questa Italia.
La prima cosa da fare e’ accantonare le polemiche. La seconda: qualificarsi per singole battaglie di civiltà’ sposando il partito a iniziative di associazioni, movimenti civici, gruppi di interesse. E cominciare da una critica feroce a questa Europa, inetta ed autoreferenziale, destinata ad un ruolo marginale se non si trasforma fino a federarsi; e per finire rileggendo il tema ‘migranti’ per ancorarlo a un multiculturalismo attivo che valorizzi i valori di libertà conquistati. I nostri! Perché si vive meglio dove c’è parità di diritti tra uomo e donna e dove religione e stato sono entità separate.
La terza. Siamo un partito che sostiene il governo ma che non sta acriticamente al governo. Non c’è un solo provvedimento, alla Camera e al Senato, che non abbia conosciuto emendamenti socialisti. Gli ultimi ieri, sulla riforma della Rai. Non godiamo di molta stampa per farli conoscere ma almeno leggete l’Avanti.
A proposito.  Alcune battaglie le abbiamo vinte, altre le abbiamo perse. I risultati. Divorzio breve, una giustizia più giusta, nuovo codice appalti, modifiche importanti apportate alla riforma scolastica e alla legge elettorale, una tassazione più alta del gioco d’azzardo, un nuovo piano casa da destinare ai soggetti deboli. Sconfitti sulla proposta di Assemblea Costituente. In partita sulla tassazione per le scuole paritarie (vecchia Ici). In autunno partiranno le campagne sui diritti civili e sulla ‘quattordicesima’ per le pensioni medio-basse.
Riassumo. Nessun partito sarà elettoralmente autosufficiente; c’è bisogno di ridisegnare i confini della sinistra riformista; va incalzato il Pse;  va colta la sfida del governo.
Lavorare su poche significative questioni cui legare la nuova identità del socialismo italiano.
Predisporre liste elettorali nei comuni che vanno al voto nel 2016 rappresentative di una coalizione sociale alternativa a quella di Landini – penso a liste riformiste in grado di competere e di eleggere per rafforzare la nostra presenza nelle istituzioni e offrire un’alternativa credibile ai cittadini. Liste figlie di un progetto politico che abbia respiro, che coinvolga i sindacati più attenti all’evoluzione sociale italiana, che prenda corpo fino dal prossimo autunno.
Correggere la legge elettorale sul premio di maggioranza.
Mantenere viva la nostra organizzazione. Autonomi ma non isolati. Il peana al ‘come eravamo’ è il sigillo sulla marginalità. Mettere a disposizione la nostra rete per accogliere chi ha perso ogni diritto di cittadinanza politico.
Tessere un’alleanza intanto con i socialismi mediterranei per influire sul Pse, troppo dipendente dalla socialdemocrazia tedesca.
Preparare il congresso fino dalla conferenza programmatica. Un congresso aperto, unitario, che investa in una nuova generazione socialista senza disperdere le esperienze di questi anni.

In ultimo, Renzi.
Lo conosco bene. Coraggioso, abile, alieno da paratoie ideologiche – una virtù e un difetto – più’ uomo di governo che di partito. Il limite? Accentratore. E un tattico eccellente. Non scomparirà dalla scena con la rapidità con cui l’ha raggiunta. Dovremo farci i conti. E raccogliere la sfida. Da alleati che hanno la loro bussola e che non deflettono sull’asse libertà – merito – inclusione, si parli di giustizia, di diritti o di redistribuzione della ricchezza poco importa. E’ all’orizzonte strategico che lo inviteremo a guardare. Le grandi riforme necessitano di un’idea d’Italia e di una missione condivisa da larghe fasce sociali. La cornice, insomma, che Fanfani e Nenni diedero al primo centrosinistra. Non ci stancheremo di dirlo.
Non dobbiamo sommare i nostri voti alla minoranza interna del Pd ma incalzare il governo perché il piano delle riforme sia il più incisivo possibile.
I detrattori di casa nostra sostengono che non c’è da fidarsi. Vi fidate di più dei nipotini di Palmiro?

Con un abbraccio per un’estate felice.

Riccardo Nencini

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