mercoledì, 20 Gennaio, 2021

Rino Di Meglio, Gilda: “Scuola fanalino di coda”

0

I mesi trascorsi finora dall’inizio dell’anno scolastico non sono serviti a delineare interventi organici sulle principali criticità, ovvero spazi e organici che sono rimasti sostanzialmente immutati.
Al di là delle enunciazioni contro le classi pollaio, in piena pandemia, continuiamo a vedere insegnante e 25 alunni chiusi per ore nella stessa aula, senza neppure ricambio efficace dell’aria.
I test rapidi sarebbero stati importantissimi all’avvio delle lezioni a settembre, ma non sono stati effettuati e a questo punto è meglio puntare sui vaccini.
A proposito della campagna vaccinale, confidiamo in un diffuso senso civico da parte dei docenti italiani. Prolungare il calendario scolastico al 30 giugno è un’idea tardiva, si sarebbe potuto organizzare prima diversamente intervenendo sui periodi di vacanza. Ma adesso, a vacanze ormai superate, non rimane molto margine di manovra, considerati anche gli esami di Stato. Mica si può pensare di spostarli a Ferragosto? Per non parlare delle differenze climatiche notevoli da regione a regione e della mancanza di strutture idoneamente aerate che non consentono lo svolgimento delle lezioni nei mesi più caldi.

 

In ogni caso, con la didattica a distanza gli insegnanti hanno lavorato più di prima, spesso con i propri strumenti e a proprie spese e non hanno assolutamente nulla da restituire.
Nella prima fase dell’emergenza tutti gli insegnanti si sono auto formati, compiendo un grande balzo avanti nelle competenze digitali. Inutile parlare a posteriori di piani di formazione. La didattica digitale integrata è soltanto uno strumento di emergenza che non può sostituire in alcun modo il rapporto diretto con gli alunni. In futuro potrà essere un’integrazione della didattica ordinaria, per esempio prevedendo interventi di esperti che potrebbero interagire a distanza con le classi su specifici argomenti. L’implementazione di una piattaforma unica rappresenta una richiesta che la Gilda ha avanzato sin dall’inizio della pandemia e metterla allo studio ora ci sembra tardivo e inutile.
La legge di Bilancio approvata recentemente è semplicemente disarmante per quel che riguarda le risorse destinate all’istruzione, perché se non si è colta realmente l’occasione per investire seriamente sulla scuola questa volta, significa che manca completamente la volontà politica di procedere in questo senso.
Siamo fermi alla politica delle mance, non si interviene sulle questioni strutturali. Non esiste nulla sugli adeguamenti stipendiali degli insegnanti, oltre ai consueti proclami sulla necessità di portarli al livello dei colleghi europei. Mettendo insieme questa legge Bilancio con quella dello scorso anno, l’aumento contrattuale totale risulta addirittura inferiore rispetto a quello precedente, siamo intorno ai 50 euro. Qualsiasi miglioramento anche normativo comporta costi come, per esempio, brevi periodi sabbatici da destinare all’aggiornamento professionale. Riconoscere a livello contrattuale l’impegno orario sommerso dei docenti si può e si deve, ma come si concilia con l’assenza di stanziamenti economici? Forse si pensa di ricompensare i docenti con una nomina a cavaliere?
Prima di pensare all’allineamento delle retribuzioni a quelle degli altri Paesi europei, guardiamo in casa Italia dove i docenti, come tutto il personale della scuola, restano il fanalino di coda del pubblico impiego.
Per contrastare il fenomeno esplosivo del precariato scolastico, il ministero ha bandito due concorsi: uno straordinario, fermo a metà, e uno ordinario bloccato completamente dalla pandemia.
Ammesso che si riesca a finire in tempo quello straordinario, il numero dei posti previsti sarà comunque insufficiente anche per far fronte ai pensionamenti del prossimo anno scolastico. Nella meno peggiore delle ipotesi, la situazione resterà quindi immutata e ci attesteremo sui 200mila precari. Si tratta di un fallimento senza precedenti. I tavoli di confronto tra ministero e sindacati per la programmazione di nuovi percorsi di abilitazione, previsti dal Decreto Scuola approvato nel giugno scorso, non sono stati mai convocati. Ci sembra evidente che alla radice manchino le idee.
Bisogna pensare a concorsi più snelli, banditi in forma quasi automatica in modo da colmare rapidamente i vuoti di organico. Altrimenti non solo moltiplicheremo i precari, ma si provocherà un abbassamento della qualità dell’istruzione.
Sul fronte della riduzione del precariato, più che di mancanza di volontà politica temiamo si tratti di capacità. “Fa quel che può, quel che non può non fa”, diceva il maestro Manzi.

 

Rino Di Meglio

Coordinatore nazionale FGU-Gilda degli Insegnanti

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply