mercoledì, 8 Aprile, 2020

Ripensare il valore del servizio pubblico radiotelevisivo

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Nessun elettrodomestico, come la televisione, può meglio rappresentare le infinite capacità dell’essere umano. Uno schermo largo pochi centimetri ed una miriade di ritrovati tecnologici che, messi insieme, trasmettono immagini audio e video ad una massa sconfinata di persone.

Il “tubo catodico”, che già all’inizio della sua diffusione era strumento di pedagogia ed acculturazione delle masse, pochi decenni più tardi, svenduto alla libidine del capitale, si è fatto commerciale e vettore di un progressivo disagio psicologico. Sempre più spesso, infatti, la violenza, seguita da modelli iconici irraggiungibili, drammi umani ed umanitari, veniva proiettata sul piccolo schermo, sconvolgendo telespettatori attoniti e, successivamente, assuefatti. Anche il servizio pubblico radiotelevisivo, senza una idea di sviluppo culturale della comunità nazionale, ha iniziato a sostituire la programmazione di “valore”, capace di riproporre al grande pubblico la cultura – sia essa musicale, teatrale, storica o cinematografica -, di cui è noto il sollievo psicologico, con ciarpame televisivo. Sarà capitato anche a voi, infatti, di conoscere persone avvilite dall’informazione da “bollettino di guerra” dei tg, oppure di constatare, dopo ore interminabili di zapping, la vastità del trash televisivo.

Partendo da queste considerazioni è risultato spontaneo interrogarsi sull’influenza che i mezzi di comunicazione hanno sulla percezione dei singoli e dei cittadini; il quesito ha trovato risposta nelle neuroscienze. Di particolare interesse, nonché sorprendente, è stato scoprire che il cervello umano risulta essere biologicamente predisposto e sensibile alle notizie spiacevoli e agli stimoli negativi. Questo fenomeno, scientificamente denominato negativity bias, è un meccanismo mentale instaurato nel cervello umano a scopi evolutivi, affinché l’uomo potesse sfuggire ai pericoli e garantirsi la sopravvivenza. Uno studio più recente, condotto dall’Università Statale di San Pietroburgo, inoltre, ha convalidato la diversità di elaborazione delle notizie negative e di quelle positive. Evidenziando come ogni soggetto declini, in diversi modi e secondo diverse emozioni, la realtà circostante.

Risulta comprensibile, quindi, che nella spasmodica ricerca dello share, giornalisti, direttori ed editori propinino al pubblico, passivo osservatore, notizie ed immagini di sangue, sesso e soldi. La legge delle tre S, infatti, come insegnavano i maestri del giornalismo, è il miglior modo per segnalare la propria presenza nel mare magnum della (dis)informazione, attirando inconsapevoli spettatori.

Sulla base delle pregresse considerazioni, suffragate da numerose ricerche scientifiche, è possibile sostenere che l’atteggiamento collettivo degli individui viene influenzato direttamente dagli altri e, indirettamente, dalle informazioni che arrivano dall’esterno; e così i singoli, come le comunità, se sottoposti ad un costante flusso di informazioni negative si troveranno, in breve, ad osservare e percepire i fatti del mondo con velata negatività. In questa cornice non sorprende, quindi, che in Italia, secondo lo studio condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Cnr, circa sette milioni di italiani tra i 15 e i 74 anni – il 15,1% della popolazione – fa uso, almeno una volta nel corso dell’anno, di psicofarmaci; questa percentuale non tiene conto del consumo senza prescrizione. Già nel maggio 2018 l’Agenzia italiana del farmaco relazionava sulla crescita costante, soprattutto tra gli under 35, del consumo di ansiolitici ed antidepressivi, colpiti da ansia e senso di isolamento.

Anche per logica e buon senso, allora, sarebbe auspicabile ragionare su di un codice deontologico dell’informazione che, coinvolgendo giornalisti, direttori, editori e reti televisive, informi in maniera positiva e differente, consapevoli che la negatività, come la positività, sono sì concetti immateriali che, però, influenzano la nostra vita quotidiana.

Antonio Musmeci Catania

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