domenica, 25 Ottobre, 2020

Riprendere il dialogo tra governo e sindacati

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Non abbiamo mai evitato di esprimere i nostri giudizi sul Jobs act. Non siamo mai stati con coloro che hanno agitato solo veti. Sappiamo che intervenire sul lavoro, soprattutto in Italia, é assai complicato e chi ha tentato di introdurre modifiche, anche nel segno dell’equità, è stato duramente contestato. Chi ha concepito nuovi progetti è stato anche oggetto di attentati, qualcuno come Tarantelli, D’Antona e Biagi, ci ha lasciato le penne, qualche altro come il nostro Gino Giugni e Giuliano Da Empoli, non ha perso la vita per un niente. Nel Jobs act non vediamo nulla di così ingiusto e antipopolare. Anzi, l’aver confermato in blocco l’articolo diciotto dello statuto dei lavoratori per tutti coloro che ne usufruiscono, e l’aver prefigurato un contratto a tutele crescenti, con una modifica dell’articolo 18 solo per coloro che assunti non sono o per coloro che fino ad oggi non avevano nulla, in cambio di due miliardi di ammortizzatori sociali, di bonus bebè e di altro, non ci pare provvedimento che avesse meritato uno sciopero generale.

Purtuttavia il governo e in particolare Renzi non possono trattare il sindacato come un inutile reperto di stampo medievale, col quale meno si parla e meglio è. Un perditempo che non lo lascia lavorare, perché mentre qualcuno pensa solo a protestare lui “è impegnato a cambiare l’Italia”. Voglio ricordare che mai nessuno in precedenza si era comportato così. Nemmeno ai tempi dei governi a guida democristiana si avversava così il sindacato. E se la UIL si è affiancata alla Cgil, da quel che mi risulta per assoluta insensibilità del ministro Madia sul tema del contratto dei pubblici dipendenti, vuol dire che alla squadra di Renzi manca anche un po’ di avvedutezza. Ma questo lo si sapeva. Quel che risulta dallo sciopero di oggi è peraltro che i nuovi adepti, quelli convertiti allo sciopero per contrastare Renzi, non sono stati certo accolti bene. Vedasi la contestazione e le offese a D’Alena a Bari. Resta tuttavia dovere del governo riprendere il filo di un dialogo spezzato. Non si può pensare di riformare l’Italia con un simile sfrangiato rapporto con due sindacati su tre.

Tanto più che la situazione economica non migliora. Anzi. Un anno di governo Renzi non hanno portato finora ad alcun effetto positivo. Forse è ancora presto, ma quell’idea del giovane presidente di risolvere tutto in un battibaleno aveva illuso, anche se solo i non disincantati. I dati sotto i nostri occhi sono sconfortanti. Un’agenzia di rating ci colloca al livello dell’Azebargjian, il debito continua a salire destinato a passare dal 131 al 133 sul Pil, concludiamo l’anno ancora in recessione, siamo allo 0,4, la disoccupazione è ancora oltre il 13 e quella giovanile oltre il 40. Si calcola che ottantamila giovani all’anno varchino le frontiere per cercare lavoro. Non capitava da un secolo. Gli interessi sul debito sono sempre sugli ottanta miliardi e la cosiddetta Spending review non si sa che fine abbia fatto, tanto che i quindici miliardi di tagli sulle spalle di ministeri, regioni e comuni, paiono ancora teorici. Tanto che Juncker sostiene che con questi dati la commissione è stata fin troppo generosa con l’Italia.

Renzi deve compiere scelte decisive per noi, en attendant il Godot dei trecento miliardi, che per ora sono solo 21 del presidente della Commissione europea. Vendere il patrimonio pubblico, sfondare il tetto del tre per cento come ha fatto la Francia che è al 4,3 e come da tempo fa la Spagna che è oltre il 5? L’Italia ha però un debito più alto. Occorre qualche concreta risposta su questo versante. E poi che Juncker e Katainen che si chiamano Merkel, capiscano una cosa semplicissima. Se vogliono la fine dell’Europa basta che continuino così. Le vittorie di Iglesias, Le Pen, Salvini e forse anche Tsipras, concluderanno questa fase dell’Unione e torneremo da dove siamo partiti. Possibile che non l’abbiamo ancora compreso? Solo con lo sviluppo e dunque con gli investimenti che non possono essere calcolati come debito, si dà fiducia ai governi e si ricostruisce un rapporto coi i cittadini. Oltretutto solo con lo sviluppo si contiene il debito. Se continua la recessione avremo meno democrazia, meno Europa, meno occupazione, più deficit e anche più debito. Due più due dovrebbe fare quattro anche a Bruxelles…

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