domenica, 5 Aprile, 2020

Rispondendo al giornale “Trentino”: Craxi uomo della sinistra riformista

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Il destino sarebbe stato davvero impietoso con Bettino Craxi se fosse vero che lui “aveva abbandonato, non realizzato, gli ideali socialisti”! come il “Trentino” di lunedì 27 gennaio titola un intervento di Carlo Bertorelle. Tante critiche possono essergli accollate, ma non quella di aver ignorato le idee socialiste, avendo provato invece a portare la sinistra italiana nell’alveo socialdemocratico europeo: lo definirono “il tedesco” perché preferiva da sempre la SPD di Brandt e Schmidt rispetto ai partiti comunisti dell’orbita sovietica: cosa, quest’ultima, consueta invece per molto tempo al Pci, tanto che Berlinguer ancora nel 1981 arrivava a dire che “alcune delle lezioni di Lenin conservavano una loro validità”. Insomma, il capo di una tradizione totalitaria come quella sovietica era ancora un riferimento del Pci: questo sì è stato un autentico tradimento degli ideali democratici dei socialisti!

Craxi fu poi uno dei maggiori sostenitori del rilancio delle idee di Carlo Rosselli, l’antifascista fatto uccidere da Mussolini, autore dell’opera “Socialismo liberale”: un libro ignorato a lungo dalla sinistra italiana più dogmatica e tanto disprezzato dalle dirigenze togliattiana e successive, quando invece presentava valori di grande attualità per i leali sostenitori di una prospettiva social-laburista europea.

Ma a testimoniare l’aderenza di Craxi ai valori della sinistra democratica ci sono dichiarazioni importanti che vengono dalle personalità più aperte dello stesso Pci. È stato Piero Fassino nel suo libro del 2003 «Per passione» a definire Craxi «uomo profondamente di sinistra», aggiungendo in schietta autocritica che «il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Tuttaltro che uomo pronto a porsi nella mani di una deriva di destra, secondo l’affermazione di taluni! Un altro ex dirigente comunista come Claudio Petruccioli la considererà solo una malevola insinuazione: in una intervista alla rivista “Mondoperaio” del gennaio 2012 dichiarerà che «Craxi è sempre stato un uomo della sinistra». E anche tra i più capaci: il suo governo – asserirà un leader storico del Pci come Emanuele Macaluso in una intervista a “La Stampa” del 21 gennaio 2006 – va considerato «fra i migliori che abbia avuto l’Italia». Aggiungiamo ora che il regista del celebrato film ‘Hammamet’ conferma, rispetto a chi per polemica o per satira vorrebbe piegare ‘a destra’ la figura di Craxi (notissimi gli stivaloni fascistoidi fattigli indossare da Forattini), di aver «sempre pensato che il partito di Craxi fosse un partito di sinistra»: non a caso da lui vennero sostenuti in tante parti del mondo movimenti di resistenza e liberazione, da quelli della sinistra spagnola, portoghese e cilena contro le dittature fasciste, ai palestinesi, ai dissidenti sovietici, a Solidarnosc, tanto che Craxi nel 1990 venne nominato rappresentante personale del Segretario ONU.

Insomma, si potrebbe essere finalmente più gentili con Craxi anche tra l’intellettualità progressista, magari provando ad usare la stessa equanimità che una competente personalità ha riservato al leader socialista: il viceprocuratore di Milano, Gerardo D’Ambrosio, in una intervista del 23 febbraio 1996 dichiarò che «la molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». Invece si è preferito dipingerlo come un «ladro a fini personali», quando invece quei finanziamenti ricevuti da tanti partiti servivano principalmente a sostenere la competizione politica sempre più costosa, ed era una pratica seguita in tutte le democrazie, ad esclusione ovviamente dei Paesi autoritari dove è escluso il confronto fra forze diverse. Certo, vedendosi definire addirittura “criminale matricolato” – dopo aver avuto per anni la rappresentanza del Paese al pari di Mitterand e Kohl, inseguiti anch’essi da accuse di finanziamento illecito ma ai quali le loro nazioni hanno evitato il tritacarne giudiziario – ha fatto percepire a Craxi di essere un perseguitato, indirizzandolo sulla strada dei “fuoriusciti”. Condizione peraltro che lo accomuna ad altri condannati illustri, tra cui primeggia – in modo sconosciuto ai più ma esemplare – il padre della nostra lingua, Dante Alighieri, ai tempi priore di Firenze. «Fu giudicato colpevole di aver ricevuto denaro in cambio dell’elezione dei nuovi priori, di aver accettato percentuali indebite per l’emissione di ordini e licenze e di aver attinto dal tesoro di Firenze più di quanto correttamente dovuto», come testualmente riporta la ricerca di Carlo Brioschi «Breve storia della corruzione». Dante, ‘ghibellin fuggiasco’, non si presentò al processo – si difese dunque dal processo – e fu condannato in contumacia: se fosse entrato nel territorio fiorentino «sarebbe stato mandato al rogo; fu così che a 37 anni Dante intraprese la strada dell’esilio», anzi della ‘latitanza’ come direbbero gli odierni giustizieri. La storia non si è mai soffermata sulle ‘ladrerie’ di Dante, preferendo naturalmente dare spazio alle somme qualità letterarie del Poeta: è il problema ricorrente dello scarto tra verità giudiziale immediata – spesso influenzata da feroci rivalità – e verità storica: le sentenze risentono delle contese umorali del momento, poi ci vogliono storici imparziali e distaccati dai giudizi contingenti per scrivere la storia più vera. E questa storia racconterà di un Craxi, uomo della sinistra riformista.

Nicola Zoller
Segretario Psi del Trentino-Alto Adige

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