lunedì, 26 Ottobre, 2020

Ritorni l’alta politica

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Si fuoriesca una volta per tutte dalle stupidaggini di questi ultimi tempi che hanno fatto breccia in Italia. La politica sia l’arte dei migliori. Non dei giovani contro i vecchi, dei belli contro i brutti, degli alti contro i bassi. E nemmeno delle donne contro gli uomini. Attraverseremo un momento difficile, forse drammatico, costellato da tensioni e da guerre. Abbiamo bisogno delle menti migliori, delle esperienze più significative, delle personalità con le più produttive relazioni internazionali. Questo anche in Europa, perché nel vecchio continente lo spazio tra i doveri e le mancanze è il più alto. L’Europa dell’euro, nessuno vuole misconoscere l’importanza dell’Unione monetaria, deve lasciare campo all’Europa politica, subito. Non c’è tempo da perdere. La si smetta con lacci, vincoli, avvertimenti, ordini di servizio, perché adesso non c’è spazio per i burocrati. Non c’è tempo per leggere le loro lettere.

Noi europei dobbiamo dotarci di una politica estera. Dobbiamo dotarci di una legislazione unica in materia di terrorismo, dobbiamo dotarci di forze armate e di intelligence coordinata insieme. Dobbiamo fare una sorta di rivoluzione, perché nel mirino siamo finiti noi, anche noi. Avremmo dovuto già muoverci in questa direzione dopo le stragi di Spagna e Inghilterra. Non lo abbiamo fatto, perché siamo incorreggibili? Perché ogni paese non può rinunciare alla sua specificità? Perché non si vogliono trasferire poteri o perché non si vuole seminare paura? Forse, più probabilmente, perché ci siamo affidati sempre e solo agli Usa e alla loro propensione a intervenire e a rischiare vite umane. Obama lo ha fatto capire in ogni modo. Quel tempo è passato e gli americani non hanno nessuna intenzione di continuare a fare i gendarmi del mondo.

Penso che soprattutto all’Europa e ai paesi arabi spetti oggi il compito di pilotare la guerra contro il terrorismo islamico, o islamista se più vi piace. É sempre giusto abbinare il sostantivo alla sua qualificazione a sfondo religioso altrimenti non lo si comprende. Mi dicono che in mezza Italia le manifestazioni sono state caratterizzate da una folta presenza di mussulmani. E questo è importante e può perfino essere decisivo. Se però non si nega la natura di questo terrorismo, che è a sfondo religioso, se tutte le comunità islamiche presenti in Europa non solo si dissociano verbalmente dagli autori delle stragi, ma decidono di collaborare attivamente con le autorità preposte per individuare e denunciare coloro che intendono praticare la strada della jihad.

Nell’articolo di ieri ho tentato di enunciare gli obiettivi irrinunciabili della lotta al terrorismo islamico che riprendo enumerandoli: 1) Immediata revisione da parte dell’Occidente dei rapporti con i paesi che direttamente o indirettamente sono coinvolti nel terrorismo 2) Coinvolgimento anche della Russia nella lotta sospendendo i provvedimenti assunti 3) Definizione di un’unica politica estera europea e di un’unica legislazione europea in fatto di terrorismo e creazione di una forza militare e di intelligence unitariamente coordinata 4) Aggregazione dei paesi arabi disponibili a una guerra contro l’Isis che deve essere sconfitto anche con un’azione di terra e contro Boku Haran che in Nigeria ha già procurato sempre in nome dell’islamismo duemila morti 5) Dialogo con le comunità mussulmane per individuare e denunciare gli elementi che proclamano la violenza, compresi coloro che sono rientrati dall’Iraq.

Questo é possibile solo se i governi europei saranno i governi dei migliori. Uso volutamente questa fraseologia di stampo platonico, perché l’inadeguatezza, il dilettantismo sfrenato, il rampantismo politico, la lotta di generazioni, la superiorità dell’estetica rispetto alla sostanza e altre amenità simili devono essere gettate nel cestino della politica. E perché l’Europa non diventi, spinta dall’emotività delle stragi e dalla pressione dell’euro, il terreno fertile per l’avanzata di movimenti estremistici e razzisti che complicherebbero tutto rischiando anche di farci perdere una guerra che non è di religione, ma di civiltà. Ci attendono anni in cui dovrà prevalere l’intelligenza, la preparazione, la professionalità. I burocrati, i tecnici e i dilettanti si tolgano dalle scatole. A cominciare dall’elezione del prossimo presidente della Repubblica italiana. Sia esso un uomo o una donna che riassume in sé queste caratteristiche. Non si dovrà solo parlare agli italiani ma al mondo intero. Sia la più forte personalità politica di stampo democratico. Non l’amico del giaguaro o un intruso sui cui tutti convergono perché di nessun sapore. Questo almeno le stragi di Parigi sappiano imporre alle coscienze di coloro che verranno chiamati alla difficile scelta.

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