venerdì, 23 Agosto, 2019

Rivolta di Varsavia. Arcivescovo di Cracovia: “I gay nuova peste”

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VARSAVIA – Il primo di Agosto del 1944 alle ore 17.00 scoccò l’ora “W”.
L’Armia Krajowa, l’esercito clandestino polacco, diede inizio a una delle più impressionanti epopee della storia contemporanea.

Da una decina di giorni, il 22 luglio, l’Unione Sovietica aveva formato a Lublino un nuovo governo polacco sottomesso alla Russia in contrapposizione a quello legittimo in esilio a Londra. Questo spinse i vertici della resistenza polacca ad accelerare gli avvenimenti e dare il via alla rivolta per liberare la città di Varsavia dall’occupazione nazista e presentarsi all’armata rossa come legittimi rappresentanti del governo in esilio.

Varsavia rimase in mano polacca per 83 giorni schiacciata nella morsa dell’armata rossa sul lato opposto del Vistola, dei furiosi nazisti espulsi ad occidente e di una geopolitica internazionale che girava la schiena ai valorosi giovani che lottavano in città.

200.000 vittime. In 83 giorni.

La città dovette arrendersi, senza acqua, cibo e minuziosi, e subire il ritorno dei nazisti che gli riversarono contro tutto l’odio dell’onta subita. La città venne rasa al suolo. Sistematicamente. Quartiere dopo quartiere. Strada dopo strada. Casa dopo casa.
Tutta la città, eccetto il quartiere oltre il Vistola, quello di Praga, dove i russi attendevano pazientemente prima di liberare, tre mesi più tardi, quelle rovine fumanti ed installare il governo del 22 luglio.

Ogni anno, come doveroso, tutta la Polonia si ferma un minuto all’ora “W”.

Ma nella polarizzata Polonia governata dal partito conservatore di PiS anche una giornata che dovrebbe unire ha finito per dividere la popolazione.

Accanto a giovani, anziani e famiglie, da anni le strade di Varsavia sono occupate anche da gruppi di estrema destra che spesso si lasciano andare ad atti intimidatori e slogan antisemiti ad antieuropei. E non è servita la fievole voce dei ragazzi del ’44 che negli ultimi anni della loro vita cercano di difendere la memoria di quegli avvenimenti eroici dall’occupazione politica dei movimenti nazionalisti.
Ieri dal palco in Plac Krasinski, luogo di eroica lotta, sono risuonate le parole: “In quei giorni sarebbe stato impensabile che qualcuno venisse picchiato per delle opinioni diverse. Non per questo abbiamo rischiato, e qualcuno ha dato, la propria vita”. Parole forti, dure e dirette. Parole di chi appena adolescente scendeva nei cunicoli delle fogne per fare da staffetta della resistenza.

Eppure sempre ieri, su un altro palco, risuonavano altre voci. No, non un palco qualsiasi. Un altare. E non un altare qualsiasi ma quello di Cracovia, dellla bellissima chiesa di Santa Maria. Quello stesso altare da cui hanno predicato Sapieha, Karol Wojtyła, Macharski. Figure che nel secolo scorso hanno rappresentato la voglia di libertà di tutta la Polonia. Ebbene da quello stesso altare l’arcivescovo Jędraszewski ha concelebrato la messa in memoria delle vittime della rivolta di Varsavia.
Nella sua omelia ha enunciato: “La Polonia di allora lottava per la libertà. Dopo molti anni siamo riusciti ad eliminare l’epidemia rossa. E quell’epidemia non ritornerà. Ma c’è un’altra epidemia che si sta avvicinando e contro cui dobbiamo lottare. Quella arcobaleno”
Tali parole hanno provocato un forte applauso dei fedeli ammassati sotto il più grande polittico gotico realizzato da Wit Stworz.

Il riferimento è ai movimenti LGBT, sotto pesante attacco in Polonia negli ultimi mesi. Poche settimane a Białystok, nel nord della Polonia, in occasione di una dimostrazione sono entrati in azione movimenti di ultra destra che hanno presso a calci e pugni alcuni ragazzi arrivando ad attaccare anche la polizia che difendeva la manifestazione. A Varsavia un ragazzo è finito in ospedale con contusioni al viso per indossare una maglietta con un arcobaleno. Simili situazioni si sono verificate anche a Kielce e Katowice.

L’ala intransigente della Polonia è tornata a ruggire sospinta da Radio Maria, e dalla TV nazionale che solo un mese fa nell’edizione serale del telegiornale- il più seguito – titolava: “Tusk e l’Europa ci vogliono tutti omosessuali”.

Oltre le proteste di molti, la maggioranza dei polacchi rimane silente, seppur contraria. L’indifferenza è forse il prezzo da pagare ad un’economia che cresce del 4% drogata dai finanziamenti della tanto odiata Bruxelles e da una moneta nazionale fortemente svalutata.

E neanche le parole dei ragazzi di Varsavia del ’44 sembrano ormai smuovere le coscienze. Voci che tra pochi anni smetteranno comunque di risuonare.

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