venerdì, 20 Settembre, 2019

Rivoluzione o nazionalismo?

0

Fiume la rivoluzione ardita e tradita. Seconda parte

Gli storici dell’impresa fiumana tuttora dibattono se essa avesse un intento nazionalistico ed imperialistico oppure se fosse solo una tappa di un processo rivoluzionario molto più esteso. C’è da dire che, fin dall’inizio, si cercò in tutti i modi da parte monarchica di coprire e spegnerne l’intento rivoluzionario già sul nascere, e ciò è perfettamente comprensibile, se pensiamo ad allora, un po’ meno oggi, da parte di alcuni storici di perdurante tendenza monarchica.
La questione di base resta quella che, per capire bene gli intenti di allora, bisogna tuttora riferirsi più alle testimonianze di quell’epoca o immediatamente successive, piuttosto che a ciò che nel tempo è stato scritto dagli storici su di essa, ovviamente confrontando testi di personaggi avversi all’impresa con quelli che la vollero invece mettere in opera.
Ebbene, abbiamo già visto che, ancor prima che essa venisse posta a compimento, il capo del governo Nitti si rivolse molto allarmato al generale Pittaluga, il 24 agosto, avvertendolo che “l’Italia marcia verso la rivoluzione” e pregandolo di prendere tutti i provvedimenti necessari affinché il focolaio rivoluzionario, da Fiume, potesse estendersi all’Italia, c’era quindi già, prima che la spedizione di Ronchi prendesse corpo e giungesse a destinazione, il forte sentore che qualcosa di grosso e di molto allarmante potesse partire da quel luogo e continuare fino a Roma.

La testimonianza di Host Venturi, che era stato irredentista prima e combattente poi nella Grande Guerra, originariamente di nome Host-Ivessich, poi mutato in Venturi, per non essere riconosciuto durante quegli anni travagliati, nel corso dei quali egli era stato prima nel 7° Reggimento Alpini e poi negli Arditi del XII Reparto di assalto, acquisendo il grado di Capitano, è molto chiara.
Egli fu infatti uno dei principali animatori dell’impresa, insieme ai sette “giurati” di Ronchi: Riccardo Frassetto, Vittorio Rusconi, Claudio Grandjacquet, Rodolfo Cianchetti, Lamberto Ciatti, Enrico Brichetti e Attilio Adami.

Uno di essi, Riccardo Frassetto, che scrisse poi il libro “I disertori di Ronchi”, a pag.37 dice esplicitamente, ancor prima di recarsi a Ronchi che “Secondo noi questo Ronchi doveva trovarsi nei paraggi di Monfalcone; ma non ricordavamo con precisione dove veramente fosse. E poi, saperlo e non saperlo, si trattava probabilmente di fermarvisi per pochi giorni, forse per poche ore. Giacché era convinzione generale che dovessimo proseguire per Roma. Si vociferava, anzi, che a Roma stessero preparandoci grandi accoglienze; un ingresso trionfale, si diceva, strepitoso.
Insomma, Roma o non Roma, qualche azione per Fiume bisognava farla.”
Il sentore, dunque, che qualcosa di grosso ci fosse dietro quell’impresa e che essa non si riducesse ad una spedizione patriottica e un po’ “garibaldina” c’era ed era molto diffuso, specialmente tra quei soldati ed ufficiali, non ancora congedati, che avevano trascorso gli anni precedenti in trincea, maturando, giorno dopo giorno, al contempo un desiderio di pace ma anche di vittoria e di compensazione per tutti quei sacrifici che avevano dovuto sopportare negli anni precedenti e che, in quel momento, apparivano tutti decisamente frustrati, sia nella rivendicazione di terra e di lavoro, sia nell’irredentismo delle terre “liberate” che non venivano assegnate secondo il Patto di Londra con cui l’Italia era entrata frettolosamente in guerra. Era una generazione di soldati ormai pronti a tutto come una polveriera in procinto di esplodere, a cui mancava solo l’innesco e l’accensione della miccia, e questo i “congiurati” di Ronchi lo sapevano benissimo, primo tra tutti, il Capitano Host Venturi che aveva una cognizione chiarissima del tempismo necessario per portare a compimento una azione rivoluzionaria la quale avesse come fine non tanto l’abbattimento della monarchia, quanto piuttosto un diverso governo, reputato meno arrendevole ed imbelle di quello di Nitti, che rappresentasse al meglio le rivendicazioni italiane sia sul piano territoriale che su quello sociale, in nome di tutti quei “lavoratori combattenti” che meritavano ben altro premio per i loro inumani sacrifici.
Prima però di osservare come la “rivoluzione fiumana” crebbe e cercò di affermarsi, vediamo, almeno in linea generale, di capire cosa accadde all’Italia nell’immediato dopoguerra e come essa stessa fosse stata umiliata nel trattati di pace

Il Patto di Londra, sancito poco prima dell’entrata in guerra dell’Italia riconosceva al nostro Paese che, in caso di vittoria, gli sarebbe stata concessa l’Istria e la Dalmazia, ma non la città di Fiume la quale, da tempo, come corpus separatum, godeva di ampia autonomia e nonostante la popolazione fosse allora a maggioranza italiana. E’ lo stesso Host Venturi a chiarire che Fiume aveva una lunga tradizione di cultura e lingua italiana, pur nella sua costante autonomia, facendo anche riferimento ad un autore che scrisse alla fine dell’Ottocento una opera monumentale sulla storia di Fiume: Kobler: “Memorie per la storia della liburnica città di Fiume”. La latinità di Fiume risale alla colonizzazione dei veterani latini che, si sa, andavano in pensione ricevendo una parte delle terre di confine, per potervisi insediare spesso con una famiglia che avevano già formato, unendosi a donne locali ed avendo figli da esse. La sua lingua, quindi, evolse lentamente da un tardo latino volgare verso il dialetto veneto, sebbene la Repubblica di Venezia non avesse mai avuto in Fiume un dominio duraturo che esercitò invece in altre città della Dalmazia come Zara, Ragusa o Spalato.

La “italianità” di Fiume fu dunque più dovuta ad alcune concessioni degli Imperatori d’Austria ad alcuni Ordini religiosi presenti in loco e a intensi rapporti commerciali con altre città di mare e di lingua italiana, pur nella stretta convivenza con altre etnie come quella croata, che ad una specifica italianità di quella città che, con Carlo VI e Maria Teresa, assunse la fisionomia di “porto franco”. Ciò consentì a Fiume da una parte di diventare un florido mercato per i commerci interni dell’entroterra che attirarono sempre di più sloveni, croati, ungheresi ed austriaci, dall’altra di incrementare sempre di più i traffici, per via marittima, con gli Stati preunitari italiani, tanto che le professioni più ambite e redditizie, così come la classe dirigente amministrativa della città, furono sempre in lingua e di cultura italiana. Persino durante la rivoluzione ungherese venne organizzata nel 1848, una Guardia Nazionale, ad opera del Consiglio Comunale di Fiume, composta prevalentemente da personaggi che si esprimevano in italiano, per preservare l’ordine pubblico e la sua cultura specifica. Anche i croati che, per un ventennio, subentrarono poi agli ungheresi, nell’occupazione della città, mantennero intatto l’assetto amministrativo e la lingua con forte impronta italiana. La città, quindi, si presentava, nell’immediato primo dopoguerra, da una parte con una forte impronta demografica, culturale e linguistica di origine italiana, e dall’altra con una spiccata vocazione amministrativa di carattere autonomo.

In tale frangente, però, nel mese conclusivo della Grande Guerra, il 30 ottobre del 1918, vi fu un pronunciamento del Consiglio Nazionale di Fiume ed un plebiscito per l’annessione della città all’Italia. C’è da chiedersi allora sia perché l’annessione non fu concessa sia perché Fiume non fosse stata inclusa nella Dalmazia che era stata concessa all’Italia con il Patto di Londra.
Ebbene, il Patto di Londra aveva escluso che Fiume potesse essere annessa all’Italia per una ragione poi apparsa alquanto paradossale. Non si prevedeva che, dopo la Grande Guerra, l’Impero Austro-Ungarico andasse incontro ad un disfacimento completo e, per questo, si voleva garantire a ciò che ne sarebbe rimasto, uno sbocco sul mare, dato che era previsto che immancabilmente Trieste sarebbe diventata italiana. Tale premessa però venne a mancare, data la sorte che l’Austria dovette subire dopo la guerra ma subentrò un altro problema, Wilson, nei suoi 14 punti, reclamava l’autodeterminazione dei popoli europei, un principio solo apparentemente “garantista” che, nei fatti, si risolse molto ipocritamente, nel assicurare alle grandi potenze vincitrici i loro forti interessi commerciali ed economici e che fu contraddetto non solo a Fiume, ma anche in altre parti d’Europa, costituendo poi una delle cause scatenanti del secondo conflitto mondiale

Perché dunque tanto accanimento contro una città che aveva dichiarato a gran voce e a netta maggioranza di voler essere italiana? La ragione è molto semplice e ce la spiega in un suo libro molto esauriente, edito nel 1920, prima ancora che la sorte di Fiume fosse segnata dal trattato di Rapallo, lo stesso De Ambris, il quale fu uno dei principali animatori della seconda fase della “rivoluzione fiumana”, quella che subentrò dopo il fallimento della prima fase e che, pur avendo lo stesso obiettivo di estendersi al resto d’Italia, non aveva una connotazione “militare” e di semplice rovesciamento del premierato italiano, ma uno scopo ben più profondo che mirava ad una radicale trasformazione dell’assetto istituzionale e sociale del nostro Stato.
De Ambris sapeva bene che bisognava smontare tutte quelle teorie che facevano dell’impresa fiumana una sorta di “crociata imperialistica contro l’ordine liberal-democratico” come tuttora si tende a definirla persino da parte di chi ha studiato a fondo l’opera e lo stesso intento sindacalista e rivoluzionario di DE Ambris che, è bene chiarirlo fino in fondo, sebbene in dissenso con d’Annunzio, ma solo alla fine e soltanto sull’accettazione inevitabile ormai del trattato di Rapallo, non solo non abbandonò Fiume fino all’ultimo giorno, ma fu anche uno dei più attivi nel denunciare il “tradimento, la frode e il fratricidio” messi in atto per annullare questa esperienza che si rivelava tanto rivoluzionaria quanto eversiva rispetto agli assetti istituzionali dell’Italia di allora. Però di questo ci occuperemo più avanti.
Vediamo ora perché l’impresa non fu imperialista, ma, al contrario, antimperialista, secondo proprio le prospettive configurate dallo stesso De Ambris nel suo libro “La questione di Fiume” che per fortuna ciascuno può anche leggere per proprio conto on line senza doversi affannare a cercarlo in biblioteca o nel mercato antiquario, anche se ovviamente una edizione originale conserva, in maniera incomparabile, intatti sia il suo fascino che la sua bellezza.

Diciamo subito che a smentire seccamente la pretesa che Fiume fosse annessa all’Italia a tutti i costi vi è la conclusione dello stesso libro di De Ambris, il quale si chiude con le seguenti parole:
“ A salvaguardia dell’italianità indiscutibile di Fiume e del diritto di autodecisione della Città, non vi possono essere che due soluzioni:
a) L’annessione di Fiume allo Stato italiano, secondo il voto plebiscitario del 30 ottobre del 1918
b) L’applicazione del Patto di Londra col riconoscimento di Fiume e del suo territorio come Stato indipendente e sovrano”

Questa duplice soluzione comprendeva in entrambe i casi che il controllo del porto di Fiume non fosse affidato ad una consorteria internazionale, ma alla stessa città di Fiume e alla sua amministrazione autonoma o italiana a seconda della soluzione scelta che, come abbiamo ben visto, non doveva risolversi necessariamente nell’annessione.
Lo scopo, infatti, di preservare l’”italianità” di Fiume era ben altro e De Ambris lo spiega dettagliatamente nel suo libro: era quello di impedire che Fiume diventasse un centro di controllo dei traffici marittimi e degli interessi economici delle grandi potenze che, sotto l’egida della Società delle Nazioni, avevano come mira la loro espansione imperialistica nell’Adriatico e, mediante il controllo di Fiume e dell’entroterra, anche di tutti i traffici commerciali rivolti verso l’Europa centro orientale.
Lo stesso De Ambris ricorda che Wilson in un suo memoriale esigeva che non solo all’Italia venisse negata la Dalmazia, stracciando così il Patto di Londra che a suo avviso era da considerarsi “accordo privato”, come se una guerra fosse una questione “privata”, ma prevedendo anche che la stessa Istria italiana venisse quasi dimezzata e che sorgesse tra l’Italia e il neonato Stato non ancora jugoslavo ma costituito da un regno serbo-croato-sloveno, un altro Stato cuscinetto affidato alla Società delle Nazioni la quale doveva includere Fiume in una zona sostanzialmente smilitarizzata.

Era già questa una condizione molto umiliante per l’Italia, in quanto il nostro Paese, nonostante gli aiuti dopo la rotta di Caporetto e l’entrata in guerra degli USA, aveva sostanzialmente affrontato da solo l’immane sforzo della resistenza prima sul Piave, e della controffensiva poi fino a Vittorio Veneto, dato che gli stessi alleati si erano attestati in una seconda linea più arretrata rispetto a quella italiana del Piave, dando quasi per scontato che le nostre difese su quel fiume prima o poi cedessero. Invece, come sappiamo, soprattutto nella battaglia del solstizio del 1918 prima, e nella controffensiva che ne seguì poi, accadde l’esatto contrario. Quindi l’Italia avendo vinto soprattutto grazie al suo solo ed unico sforzo militare l’Impero Austro-Ungarico, meritava ben altro che le briciole di un bottino gettate sotto il tavolo dei trattati di pace che assicuravano invece a Francia e Inghilterra conquiste territoriali e domini coloniali spropositati, e agli USA evidentemente la penetrazione economica e commerciale in Europa. Tutto ciò grazie ad una fragilissima Società delle Nazioni la quale, proprio per la sua parzialità ed inefficacia verso i popoli europei, aggravata dall’umiliazione verso quelli sconfitti, renderà il dopoguerra solo l’intervallo di un film dell’orrore destinato a protrarsi fino al 1945.
Nonostante ciò, il governo italiano arrendevole e piuttosto imbelle, propose un compromesso al ribasso che prevedeva l’accettazione del “libero Stato di Fiume” con il suo distretto “corpus separatum”, con la sola garanzia che gli italiani potessero liberamente eleggere la loro rappresentanza e mantenere il controllo del porto di Fiume. Ma nemmeno questo venne accettato, e alla fine, dopo una lunga ed estenuante discussione, si arrivò ad una clausola che includeva addirittura un falso e cioè che “il corpus separatum di Fiume doveva essere uno Stato indipendente sotto la garanzia della Società delle Nazioni.” la quale avrebbe avuto anche il controllo del porto e delle ferrovie. Una volta ratificata tale clausola, essa fu poi smentita dallo stesso Nitti il quale dichiarò che si era parlato solo di due eventualità. La prima con Fiume sotto la sovranità dell’Italia e la seconda con Fiume Stato indipendente e sovrano, ma mai con Fiume sotto l’egida della Società delle Nazioni. Nitti si affrettò pertanto a scrivere protestando per correggere il testo, ma nessuno gli dette retta e la clausola rimase come era stata scritta senza che nemmeno lui lo sapesse
Questo rende bene l’idea di come fosse trattato il nostro Paese, già oggetto di scherno e di arroganza al tavolo della pace di Versailles, quando Clemanceau, che soffriva di prostata, rivolgendosi a Vittorio Emanuele Orlando che, per le umiliazioni inflitte dagli alleati e nel ricordo del più di mezzo milione di morti costati all’Italia durante la guerra, non poteva trattenere le lacrime, disse sprezzantemente: “Ah magari potessi io pisciare come costui piange”

Tutto ciò in Italia e soprattutto dai soldati reduci dal fronte era pienamente risaputo e contribuiva ad alimentare il livore non solo solo verso i vecchi alleati, ma anche e soprattutto verso un governo che palesemente non si sapeva far rispettare e non rispettava l’estremo sacrificio del suo popolo.
Evidentemente di fronte a questa frode bella e buona, la città di Fiume non restò inerte e rivolse la sua protesta con un memorandum in cui riaffermava a chiare lettere 1) La contiguità territoriale con l’Italia, 2) la propria piena e sovrana indipendenza nel corpus separatum, comprendente il porto e la ferrovia 3) e soprattutto la ferma volontà di opporsi anche “con estrema misura” a tutto ciò che fosse lesivo del diritto di autodecisione, attribuendo il mancato rispetto di queste clausole irrinunciabili anche al governo italiano. Ferma era dunque la volontà di Fiume di respingere “qualunque accordo o compromesso stipulato in assenza dei legittimi rappresentanti della Città che menomasse il diritto stesso”. Questa era la situazione allora e non mutò in alcun modo fino all’impresa di Ronchi.

A cosa servisse tutto ciò De Ambris lo scrive in seguito e citiamo alcuni brani del suo bel libro: “Il progetto americano di cui abbiamo conoscenza, contempla lo sbarramento di quattro delle vie suddette (di accesso al Carnaro per via marittima n.d.r.), in modo da fare del Carnaro un immenso bacino chiuso, facilmente utilizzabile, per trasformarlo nel più gran porto del mondo, perfettamente adatto alla gigantesca bisogna cui lo destinano i capitalisti d’oltre Oceano”.
Lo stesso De Ambris aveva già precisato che “L’Inghilterra ha già Danzica e Costantinopoli, che le permettono il controllo assoluto del Baltico e del Mar Nero. L’America vuole avere Fiume, e con esso il controllo commerciale dell’Adriatico. Le due nazioni plutocratiche si associano così per spartirsi l’unico campo di espansione che resti all’Italia senza passare sotto le forche caudine del dominio marittimo inglese”

Così conclude le sue osservazioni De Ambris: “Per l’attuazione del disegno americano non basta, infatti, che Fiume non sia annessa all’Italia: bisogna altresì che non siano in possesso dell’Italia né la costa liburnica, fino alla punta Fianona, né Cherso né Veglia. E bisogna infine che sia creato il famoso Stato-cuscinetto”…E ancora: “L’ideale, per Wilson e i plutocrati suoi amici, è di avere un piccolo staterello senza unità geografica ed etnica, con una popolazione scarsa e quindi facilmente contentabile colle briciole del lauto banchetto che il capitalismo americano vuole imbandirsi, uno staterello nel quale poterla fare da padroni in nome della Società delle Nazioni e per conto proprio, senza molti grattacapi e con immensi vantaggi. Mai il capitale nord-americano avrebbe trovato più vantaggioso collocamento sotto la bandiera dei ” grandi principi „ destinata a coprire un osceno contrabbando di pescicani… E l’Italia ufficiale consente ! Ma non consente Fiume. Nella sua disperata passione, Fiume si leva a negare il mercato infame. Fiume rifiuta la ricchezza corruttrice, per avere una patria. Irridono i cinici dall’anima di porco ; ma Fiume non disarma e non cede. E a Fiume c’è d’Annunzio.”

Per il resto rimandiamo alla lettura dettagliata del libro, in cui De Ambris fa anche un paragone con il colonialismo messo in atto dagli USA in Sudamerica a Panama, in particolare, con un testo anche corredato da cartine che spiegano nei dettagli territoriali questa pervicace tendenza imperialista e timocratica a cui l’Italia di d’Annunzio e di De Ambris voleva opporsi con estrema fermezza e a cui, invece, l’Italia dello Stato liberal-fatiscente sembrava voler accondiscendere supinamente.
Si può dunque affermare oggi che la ferma tendenza a respingere e a contrastare un bieco imperialismo commerciale ed economico, con una impresa militare e popolare, fosse, a sua volta una espressione di un imperialismo più “piccino”? Oppure non è forse più opportuno asserire che lo si fece in nome dello smascheramento di una ipocrisia su una falsa ed inconsistente autodeterminazione dei popoli, per asserirne finalmente sul campo una vera ed autentica? Sono domande la cui risposta emerge più dai fatti e dalle testimonianze storiche che dalle esemplificazioni storiografiche.
Marcel Boulenger, carissimo amico del Vate, dal dicembre 1915, nel suo libro di recente ristampato: “Chez d’Annunzio”, scrive a pag. 64: “E poi non permettiamoci di tacciare il Poeta di imperialismo. Vi direbbe lui stesso il contrario: “Fiume è italianissima. Ascoltatela, guardatela. Non ho fatto altro da un anno che ristabilire la normalità. Il barometro era turbato sul Carnaro: l’ho riportato sul bel tempo, tutto qui.””
Il Consiglio Nazionale di Fiume, già dal 18 maggio del 1919, aveva raccomandato all’Italia di tenere in assoluto conto della volontà dei fiumani. Lo stesso De Ambris riporta il testo di quel telegramma con le seguenti parole: ” Il Consiglio Nazionale considera il plebiscito del 30 ottobre 1918 come un fatto storico e giuridico indistruttibile, per cui la città e il suo territorio sono da allora virtualmente uniti all’Italia e dichiara di non ammettere che delle sorti di Fiume si possa prendere risoluzione alcuna senza il consenso dei Fiumani e mai potrà consentire che inutile sanzione di questo voto avvenga per via di vergogna e baratti a danno irreparabile dei vitali interessi della Nazione garantiti da ulteriori trattati. Chi, ciononostante, volesse mutare questo stato di fatto, venga ad imporre il mutamento con la violenza sappia che il popolo di Fiume, conscio che la storia, scritta col più generoso sangue italiano, non si ferma a Parigi, attende la violenza da qualunque parte essa venga con animo sereno e risoluto, per avere nell’atto che in tal modo si compie, conferma della espressione vera dei sentimenti degli Alleati e costringere ognuno ad assumere le responsabilità che la Storia gli assegna” Sono sostanzialmente le stesse parole che D’Annunzio pronuncerà quando sarà entrato trionfalmente in Fiume

Lo stesso venne poi ribadito direttamente a Nitti, il 15 aprile 1920, dai delegati del Comando e del Consiglio Nazionale di Fiume, aggiunge De Ambris, riportando nelle loro parole, che “laddove è detto che se la situazione internazionale dovesse imporre alla Città italianissima una temporanea rinunzia alla suprema sua aspirazione di venire annessa all’Italia, essa dichiara di voler ad ogni modo rivendicare e difendere con le proprie forze gli elementi essenziali della sua italianità e della sua ricchezza collettiva” A questo scopo — continua il documento — “la Libera Città di Fiume non domanda all’Italia altro aiuto all’infuori del trattamento che viene concesso a tutti i paesi non considerati come nemici”
Siamo andati ben oltre la data fatidica della “Santa Entrata” del 12 settembre del 1919, per comprendere molto bene lo stato d’animo perdurante a Fiume almeno fino alla metà dell’anno successivo. E questo per smentire che ci fosse nell’impresa molto di più che tutelare la stessa possibilità della popolazione fiumana di autodeterminarsi nel suo destino futuro, contrastando le tendenze di coloro che avrebbero voluto fosse solo uno strumento docile di un reiterato e pervicace imperialismo internazionale.
Ma torniamo ai fatti di settembre con la consapevolezza che questa narrazione non può che riportarli in sintesi, dato lo spazio e la veste di tale opera a puntate.

Fiume, immediatamente dopo la guerra, era presidiata da truppe internazionali, abbiamo visto già non senza scontri e problemi di varia natura tra di esse, il Corpo di Occupazione del Comando Militare Interalleato era però comandato dal Generale Francesco Saverio Grazioli, la cui posizione era molto difficile perché egli doveva rispondere a direttive spesso in contrasto tra di loro. Da una parte il Comando della Terza Armata sosteneva l’italianità di Fiume, dall’altra il Comando della Ottava armata, che rispondeva direttamente al governo di Roma, era prono alle manovre degli alleati. Tale situazione non era sostenibile nel lungo termine, anche perché i generali D’Esperey e Trainé, incitati ripetutamente da Clemanceau, non erano riusciti ad imporsi su Fiume come avrebbero voluto. Per questo, a un certo punto, Grazioli fu convocato dallo stesso D’Esperey a rapporto quasi volesse redarguirlo, ma, con suo sommo disappunto, il nostro generale gli ricordò seccamente che egli aveva combattuto in Francia per evitare la sconfitta di quel Paese, invitandolo a moderare i termini del colloquio e costringendolo così ad incassare un secco diniego. Poco dopo venne però sostituto dal generale Pittalunga e abbiamo già visto quali fossero le “consegne” date direttamente da Nitti a tale alto ufficiale in comando.
Bisognava allora agire e fare in fretta, assicurandosi la compiacenza se non addirittura il consenso di altri alti ufficiali non solo dell’Esercito ma anche della Marina. A tal proposito, Host Venturi si recò a Pola per incontrare l’ammiraglio Cagni, mettendolo al corrente di tutto ciò che nel frattempo accadeva a Fiume, e rendendolo consapevole che la situazione era sul punto di degenerare negli scontri da un momento all’altro.

L’ammiraglio, il cui prestigio era indiscusso in tutta Italia, non solo rispose confermando la sua ammirazione per una eventuale impresa su Fiume, ma assicurò anche il suo pieno appoggio e, quando Host Venturi gli ricordò il suo giuramento di fedeltà alla Corona, l’ammiraglio seccamente rispose: “Cercate di capirmi e non preoccupatevi per questo: se andrò a Fiume non sarò solo..” Cosa lo spingesse a dire ciò è probabilmente la comune appartenenza a circoli massonici con altri alti ufficiali con cui si era già parlato in senso favorevole ad una eventuale impresa fiumana, anche se la Massoneria italiana non fu mai favorevole a prospettive eversive e decisamente rivoluzionarie, come vedremo in seguito. Lo stesso Host Venturi riflette a lungo sull’espressione “non sarò solo” lasciando intendere che una eventualità del genere presupponeva un intento che poteva andare ben al di là dell’impresa rivolta verso la città adriatica e piuttosto poteva mirare al cuore del Regno, a Roma.
Finalmente, vagliato il fatto che era necessario un personaggio molto carismatico che guidasse l’impresa, dato che Peppino Garibaldi a cui si era pensato inizialmente non era disponibile e che non restava che d’Annunzio, il quale non pareva dovesse portare a termine il volo su Tokio già in programma nel suo animo, la decisione fu presa. Bisognava andare a Venezia dal Vate e fare direttamente la proposta a lui, nella Casetta Rossa in cui risiedeva.

D’Annunzio pur febbricitante, rispose in maniera lapidaria: “Sarò felice di dare la mia vita per Fiume” e come vedremo alla fine..mancò molto poco che non lo facesse davvero.
L’obiettivo, secondo le stesse parole di Host Venturi, per il momento, fu chiarito in questi termini: “recuperare all’Italia Fiume, senza per altro sacrificare l’Italia per Fiume. Il movimento politico-militare nostro sarebbe stato animato solo da uno schietto sentimento nazionale, con la partecipazione attiva di soli ex combattenti e con assoluta esclusione di opportunisti politicanti e pseudopatrioti” Questa in effetti fu la prima fase rivoluzionaria dell’impresa fiumana, preponderantemente condotta sul piano militare, ma non meno “rivoluzionaria” come vedremo in seguito.
Arriviamo direttamente al 12 settembre, giorno fatidico con cui d’Annunzio e i suoi si apprestarono ad entrare in quella città che sarà chiamata “Olocausta” dallo stesso Vate.
Quando il colonnello Roncaglia raggiunse d’Annunzio nella sua auto in cui si era messo febbricitante dopo essere stato alzato quasi di peso dal letto, mentre guidava la colonna di autocarri e di soldati a piedi diretti verso Fiume, e gli intimò di arrestarsi per gli ordini superiori ricevuti, il Vate gli rispose che non voleva né affamare né rovinare l’Italia ma anche che…. “…la mia meta è lontana” In realtà Fiume non era poi così lontana..però probabilmente il Vate già pensava ad altro..e quando finalmente anche il generale Pittaluga si avvicinò a lui, presso la barriera stradale che custodiva l’accesso alla città di Fiume, d’Annunzio fu prontamente circondato da un reparto di Arditi posizionatisi velocemente a sua difesa intorno alla sua auto.

“Dove siete diretto?” domandò il Generale
“A Fiume” rispose d’Annunzio
“Ma così lei rovina l’Italia!” rispose molto agitato il generale
Il Vate non si scompose e, quasi traesse ispirazione da quel luogo fatale, replicò: “Sarà lei a rovinare l’Italia se si opporrà a che il nostro destino si compia”
Esterrefatto il generale riprese molto alterato: “Ma è forse onnipotente lei!? Nessuno ha il diritto di opporsi agli ordini del Governo, ed io devo assolutamente impedire che si compia contro la volontà dello Stato un atto di violenza armata che potrà avere delle conseguenze incalcolabili per l’avvenire del nostro Paese”
Il contrasto tra la calma assoluta del Vate e l’agitazione irrefrenabile del Generale, si esaurì quando gelidamente d’Annunzio concluse: “Ho capito, Lei, generale, darebbe ordine di far fuoco sui miei soldati, che sono fratelli dei suoi.” e a questo punto la sua voce si levò stentorea: “Ebbene! Prima che su altri faccia fuoco su di me!” espose quindi il suo petto con i riconoscimenti, le medaglie e anche il distintivo di mutilato di guerra.
Il generale Pittaluga, nipote di garibaldini, fece un ultimo tentativo di dissuaderlo, rinunciando però ad ogni violenza contro di lui e contro i soldati che lo seguivano.
Così la colonna si rimise in moto e aggiunge Host Venturi: “Nell’aria parve veramente che qualche cosa vibrasse”
Aldo Depoli ricorda quale fosse il clima e l’umore di quei soldati che seguirono d’Annunzio nella sua “Santa Entrata”, in particolare quelli della VIII Armata che era rimasta a presidiare la linea di armistizio, mentre altri erano stati smobilitati, i quali legittimamente non potevano che avere il desiderio impellente di tornarsene a casa.

“E’ vero – scrive Depoli – che D’Annunzio era un incantatore, ma la maggior parte dei soldati della colonna di Ronchi, d’Annunzio non lo avevano mai visto, né certo vi era stato modo di arringarli in piazza per convincerli a partire” Erano infatti soldati che si erano aggiunti per strada e che, piuttosto, avrebbero dovuto fermare la colonna di d’Annunzio, non unirsi ad essa. “E la bellezza e la la poesia dell’impresa fiumana (che in tanti si sforzano miseramente di deformare) stanno innanzitutto – continua Depoli – in questo aspetto di impresa di popolo, in quei soldatini scalcinati che andarono a Fiume, che disertarono non per tornare a casa, ma per andare avanti, per proseguire una marcia che, per misterioso istinto di sangue, anch’essi sentivano incompiuta”
Cantavano entrando in Fiume lo stesso ritornello che i granatieri avevano già cantato uscendo dalla città, con le stesse identiche note ma con parole assai diverse
Se non ci conoscete guardateci nel petto
Se non ci conoscete guardateci sul petto
Noi siamo i disertori ma non di Caporetto
bombe a mano e carezze col pugnal.
Paradosso della storia vuole che ci fossero sì gli Arditi, ma anche coloro che, invece di scappare, ultimi a resistere a Caporetto e fatti poi prigionieri dagli Austriaci, alla fine della guerra, erano stati liberati e si recarono infine anche loro a Fiume, invece di tornarsene a casa, per combattere la loro “penultima ventura” contro uno Stato che li aveva abbandonati da un pezzo.

Gli studi su d’Annunzio e Fiume, in quest’ultimo periodo, stanno avendo finalmente una svolta significativa, prova ne è il bellissimo convegno internazionale recentemente tenutosi al Vittoriale che ha visto la partecipazione di studiosi, per la prima volta anche croati, provenienti da tutto il mondo e messo in atto grazie allo straordinario impegno del Presidente Giordano Bruno Guerri. Così, tra i tanti libri che in questo periodo sono usciti su tale momento cruciale per la storia della nostra Patria, quasi come in un bosco i funghi spuntano dopo un fortunale estivo, vogliamo segnalare quello di Roberto Roseano che forse, tra i vari, è uno dei più “prelibati”, dal titolo “Cuore Ardito”. E’ il seguito di un altro, dal titolo “L’Ardito” che ha vinto il premio Acqui Storia e che sta avendo un gran successo. In quest’ultimo, l’autore con ben 560 pagine, continua a raccontare la storia di coloro che furono l’anima pulsante della rivoluzione fiumana, gli Arditi, dopo avere descritto le loro origini e le loro vicissitudini durante la Grande Guerra, come in in diario. Tra le molteplici peculiarità di questo volume ne spicca una in particolare, quella di avere saputo descrivere la giornata del 12 settembre, ora per ora, minuto per minuto, con una dovizia di particolari tale da rendere il racconto quasi cinematografico, con fotogrammi di vicende che ci appaiono indelebili per straordinaria efficacia ed espressiva vitalità. Da esse traspare cristallina una conoscenza delle fonti d’epoca molto precisa e circostanziata, soprattutto nelle testimonianze dei protagonisti di allora (Nitti, Pittaluga, Gandolfo, Di Robilant, Zoppi, De Gaspari, Repetto, Nunziante, d’Annunzio, Keller, Reina, Host-Venturi, Miani, etc.). Ne scaturisce una “summa” di un vigore sorprendente su tutto quello che è stato scritto negli anni 20 e 30 in merito a quei giorni. Citiamo un brano per gentile concessione dell’autore, augurandovi di seguire il resto, procurandovi il volume.

“Le autoblindo, pavesate col tricolore fiumano turchino, giallo e carminio, si fermarono per lasciar passare la Fiat rossa. Alzatosi in piedi, d’Annunzio parlò ai regolari invitandoli a sollevare la pesante barra di legno e a seguirlo a Fiume. Tutti gli Arditi erano pronti a farlo. «Ce vìno di fâ?» chiese Sivilòt rivolto a Girìn. «Spietìn» rispose in attesa di un cenno da parte degli ufficiali del XXII. Spazientito per le lungaggini, il capitano Ercole Miani, sporgendosi da una delle autoblindo, gridò ai carabinieri e ai regolari di presidio di togliersi di mezzo. Voleva sfondare la barra col suo veicolo corazzato. L’autista, però, non ebbe il coraggio di scagliarsi contro. Miani lo prese a male parole e poi fece cenno all’autoblindo che lo seguiva di sfondare la barriera. Pure questa, però, non eseguì l’ordine: urtato un paracarro non aveva più spazio per muoversi. Si fece sotto la terza autoblindo, affrontata da un capitano dei carabinieri, che aveva sfruttato quegli attimi di indecisione per farsi avanti, urlando e gesticolando come un ossesso. Giunto allo sportello del veicolo si rivolse con ostentata violenza ai membri dell’equipaggio. «Fingete di respingermi! Sono con voi. Sono italiano, ma i superiori mi stanno guardando.» Il capo-macchina lo assecondò, mentre risuonava la voce di d’Annunzio: «Avanti! Avanti a ogni costo!» «Ci passi?» chiese Ghinelli al suo autiere, Ambrogio Locatelli, originario di un paesino sopra Lecco. Attraverso la feritoia cercava di valutare lo spazio tra la Fiat rossa ferma davanti e un muro di fianco. «Sì, ci passo.» «Allora, forza! Vai!» gridò il tenente Ranci. L’autoblindo arretrò di qualche metro, come per prendere lo slancio. Tutt’attorno si mischiarono grida di incoraggiamento e di minaccia. Il motore cominciò a rombare sempre più forte. «Fermo o faccio sparare» s’udì nel trambusto. «Me ne frego!» s’udì rispondere dall’autoblindo proprio mentre il guidatore affondava il piede sul pedale dell’acceleratore. Il mezzo partì di scatto tra urla concitate, sfilando tra il muro, la Fiat e le altre autoblindo e sfiorando parecchi uomini, che si buttarono di lato per non essere travolti da quella furia d’acciaio. Piombò come un maglio sulla sbarra di legno, schiantandola. Le altre autoblindo la seguirono dappresso finendo l’opera di distruzione. Gli Arditi esultarono gridando a pieni polmoni “Viva Fiume italiana!” e si avviarono anche loro verso la città con i loro ufficiali. Accompagnati dal fischio di Sivilòt, Girìn e molti altri presero a cantare:
Ragazze di Fiume, apriteci le porte! Libereremo Fiume, a costo della morte!”
Il generale Pittalunga, che proprio inesperto non era, quando alla fine si affacciò al balcone, di fronte ad una folla immensa ed in delirio per l’arrivo dei legionari, disse che erano più di diecimila e non si sa quanti altri stavano ancora per strada.

Eppure, alla partenza, d’Annunzio era solo con due battaglioni di granatieri e con qualche reparto di Arditi trovato nelle vicinanze.
La rivoluzione era in marcia, chi avrebbe mai potuto arrestarla?

© Carlo Felici. 

Parte prima

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply