lunedì, 27 Maggio, 2019

Roberto Sajeva
Bacioni socialisti

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Cari compagni,

premetto che la lettera è luuuuunga. Consiglio a chi ha voglia solo delle parti succose di saltare i paragrafi “Unità socialista” e “Politica nazionale”. I giornalisti possono anche saltare “Questione giovanile” e leggere solo “Congresso” e “Ancora su di noi”.
Bacioni socialisti.

Questione giovanile

Deh, per tua vita
ama sempre un amico di te degno.
Sì ti farai nella città buon nome.

Teocrito, Idillio XXIX

I giovani, i giovani. Parea “toglie il disturbo”. Ma Federico non è assolutamente capace di disturbare, sa invece PORRE il disturbo. Ovvero sa far sorgere le contraddizioni, sa problematizzare. Solo chi PONE disturbo può TOGLIERE il disturbo, chi invece disturba può solo togliere sé dai piedi. Negli ultimi anni però, quando in molti ci saremmo aspettati una sua egemonizzazione delle federazioni del Nord (considerata l’evidente, e attiva, stima di Nencini), avrebbe dovuto forse porre meno e disturbare di più. C’est la vie.

Sintetizzando brutalmente ma esplicitando ulteriormente le sue motivazioni, Parea non crede più che il PSI possa crescere nei numeri. Non crede che si possano formare rapporti umani sereni o almeno seri. Non crede che il congresso possa servire al rinnovamento. Finalmente, dico io, Federico la pensa come me. Ma perché io resto e lui se ne va?

Alla crescita elettorale del PSI non ci credo più dal 2008. Oh, de’ verd’anni miei/sogni e bugiarde larve,/se troppo vi credei,/l’incanto ora disparve (dall’Ernani). Eppure sono rimasto autonomista e identitario. Da quelle terribili elezioni fu chiaro che leggi elettorali antidemocratiche e occupazione mediatica e istituzionale del bipolarismo-coatto/monopartitismo-imperfetto ci avrebbero lasciato sempre meno spazio tradizionale. Ero ancora ventitreenne quindi, da bravo gattopardo siciliano, ho potuto farmene una ragione. Poi questi successivi 10 anni per me sono stati un regalo miracoloso. Permesso da Nencini, da Pastorelli, da Vizzini e ovviamente dai dirigenti locali che hanno fatto la massa critica.

Per quanto riguarda i rapporti umani, è vero che (soprattutto tra giovani) c’è tanta invidia, sciocchissimo sgomitamento e via cantando. Ma vi faccio l’esempio tra me e Luigi Iorio. Ci conosciamo dal 2004. Diversissimi. Fino al 2008 non ci eravamo mai considerati poi, alla fine di una pazzissima direzione nazionale FGS ci scambiammo il primo sguardo di intesa (e poi il numero). Anni di lunghissime telefonate e agende a volte convergenti altre divergenti ma sempre in dialogo, senza mai nasconderci granché. Solo un certo pudore, da parte sua, perché so che non è che abbia proprio un altissimo giudizio di me. Ma non mi dispiaccio, perché sono uomo di mondo e so che (metaforicamente parlando!) sono la ragazza con cui lui può fare le cose zozze che la fidanzata non gli fa fare. Lui è convinto poi che non lo stimi ma non è vero. Siamo alleati? Mai, di norma su fronti opposti (ancor ora, su questo congresso, prospettive tattiche diverse); quando nello stesso fronte forse un po’ in competizione anche. Ma è un bel rapporto umano per gli standard politici. Forse un patto generazionale, ognuno con la sua agenda ma sempre avendo un occhio di riguardo ai giovani del fronte opposto.

Nella FGS sono riuscito a far vincere il cameratismo trasversale su correnti ridicole e rapporti esclusivi. La FGS adesso, nella questione generazionale, rappresenta sempre più una realtà di sano esempio. Anche se spesso sprezzata e sottovalutata come riserva indiana o gioco di ruolo. In realtà grande scuola di formazione e incubatrice di rapporti solidi che, quando sbarcheranno nel partito, costituiranno un collante formidabile.

Non ho mai reputato i congressi, dal Midas in poi, momenti di svolta ma solo tappe di un percorso. Il rinnovamento, diciamoci la verità, si fa prima dei congressi non ai congressi. Con quali tessere i giovani possono compiere il rinnovamento? Per gentile concessione dei baroni delle tessere? Se i giovani vogliono il rinnovamento devono innanzitutto farsi congiurati o pretoriani e rovesciare o confermare gli equilibri prima dell’agone congressuale, che deve confermare quel che si è già costruito al vertice. Mutatis mutandis e si parva licet componere magnis, Craxi non aveva forza congressuale ma al Comitato Centrale riuscì.

Congresso

Per un barista la parte più difficile è distinguere
chi è ubriaco da chi è semplicemente stupido.

Richard Braunstein

Il congresso, si dice, andrebbe dunque celebrato per rinnovare i quadri e per affrontare le mutate condizioni politiche, ma anche per entusiasmare la base.
Ammesso (ma non concesso) che questo stramaledetto entusiasmo sia buona cosa, non è affatto vero che i congressi entusiasmino. I congressi stancano, sfibrano la nostra comunità. Una campagna di tesseramento congressuale è sempre angosciata, agonistica, pericolosamente miope.
Se poi il congresso prevede una vasta rivoluzione delle cariche, con l’aggravante di trattative e sottotrattrative elettorali, ne vengono castrate la qualità del dibattito, l’effettività del rinnovamento e l’efficacia della proposta.

Parlando di proposta e dibattito, tra gli argomenti dei rampanti c’è la solita minestra dei territori…come se negli ultimi dieci anni la segreteria fosse stata tenuta dalla Troika. Nencini nel 2008 era Presidente del Consiglio Regionale della Toscana, Pastorelli era vicepresidente della Provincia di Rieti e non mi pare che i territori meglio forniti di amministratori locali siano stati esclusi.
Con ciò non voglio certo dire che adesso ci si debba arroccare a Roma, né che la tradizione municipalista socialista sia da accantonare (gloria a Bacchetta), né che i Compagni-coi-voti debbano essere ridimensionati. Assolutamente. Ma sono proprio le grandi mutazioni sociali, culturali e politiche in atto ad averli ridimensionati, insieme al fisiologico ridimensionamento di chi deve lavorare sui territori con le unghie mentre gli altri hanno motozappe e trattori.

Un equivoco però c’è. La politica dei “consensi” sta morendo sotto quella DEL Consenso. E non voglio mettermi a discutere se fosse meglio ai bei tempi del porta a porta. Per le amministrative ancora ha senso, almeno per noi, almeno da qualche parte, la vecchia formula della penetrazione del voto familiare (fosse persino clientelare, non voglio porre questioni morali ma è giusto chiamare le cose col loro nome ed essere realisti): non ha però senso pensare che l’operatore dei consensi territoriali sia indiscutibilmente da proiettare nella strategia nazionale di creazione del consenso. Vero è che i nostri ancora formidabili Leader Territoriali, i Compagni-coi-voti, alle nazionali rendono meglio delle realtà più fragili. Bene fanno a rivendicare voce in capitolo. Ma bisogna anche avere l’umiltà di ammettere come lo “spread” tra i consensi personali alle amministrative e il consenso che portano al partito alle nazionali sia il vero dato su cui riflettere.

Se questo partito può avere qualche speranza di sopravvivere (in qualsiasi forma) non può prescindere da una dimensione e visione nazionale se non internazionale. E mi fa piacere che molti si siano accorti di ciò, mi dispiace però che i Compagni-coi-voti debbano liquidare sbrigativamente quei compagni critici come delle Cose-Inutili. Vedere un paio di Compagni-coi-voti agitarsi così tanto per il congresso nazionale, e per le Europee (miraggio per senza senno), invece che per i 4000 comuni al voto allora mi fa preoccupare. In tutto questo, crudamente, dobbiamo anche dirci che purtroppo la maggior parte di questi territori dove ancora contiamo sono assolutamente periferici nel contesto nazionale. Un 10% in Valle d’Aosta vale meno di un 1% a Milano, non parlo di semplici numeri assoluti, di bacino elettorale ma anche di significato. Perché ci sono realtà geopoliticamente più significative di altre. Viva la nostra presenza nelle periferie geopolitiche d’Italia, dobbiamo lottare per renderle geopoliticamente meno dispersive ma l’investimento di attenzione e di risorse va portato nei nodi cruciali del Paese. Parlo ovviamente di Roma, Milano, Torino ma anche di ogni hinterland industrializzato, di ogni piazzaforte commerciale e così via.

Alcuni Compagni-coi-voti se ne rendono conto, ma la sempre maggior difficoltà di mantenere lo standard minimo di consensi forse gli fa sentire l’acqua alla gola e cercano altri spazi, che però in buona sostanza non esistono e se parzialmente esistono (e questa è una delle tragedie della politica contemporanea) quegli spazi purtroppo servono meno di prima. Certi ruoli, partitici e persino istituzionali, non sono più nutrienti come un tempo, anzi contribuiscono a impoverire il proprio terreno. Bisogna cambiare obbiettivi oltre che ritrovare la missione, non ci si può illudere più dell’utilità dei sottogoverni territoriali. Il prezzo per ottenerli e mantenerli non è più ragionevole. Se poi la questione è il gettone, che posso dirvi…i soldi servono al convento più che ai frati.

Oltre ai Compagni-coi-voti saggi (cito solo Oddo perché mio segretario regionale), che andrebbero aiutati seriamente a salvare il salvabile, abbiamo anche una serie di fegati rancorosi e pazzi megalomani (ce ne sono tanti, anche di più ridicoli, fra i compagni-senza-voti, ça va sans dire). Questi sono pericolosissimi e se questo congresso potrà servire a qualcosa dovrà servire ad accompagnarli fuori dalla porta.
Basta con la retorica della “scissione dell’atomo”: ma come (si dice in buona fede) siamo già pochissimi e dobbiamo pure buttarne fuori altri? Certo. Perché quando si è tanti si può in certa misura tollerare (digerire) cretini, megalomani e persino criminali ma quando si è pochi bisogna invece stare molto più attenti a come questi possano maggiormente condizionare la comunità, spesso tenendola in ostaggio di buffonate e ipocrisie pelosissime.

Unità socialista e Rosa nel Pugno

e sono qui solo come un animale
senza nome
(…)
E cerco alleanze che non hanno altra ragione
d’essere, come rivalsa, o contropartita,
che diversità, mitezza e impotente violenza:
gli Ebrei… i Negri… ogni umanità bandita…
Pier Paolo Pasolini, La Realtà

È l’Unità Socialista? Bisogna fare una distinzione che spesso non è tanto chiara. Una cosa sono le forze politiche altra cosa è il ceto politico. E neanche metto in conto i coriandoli. Il ceto politico sono gli apparati sterili che uccidono i partiti, i capi tribù che nei territori spostano pacchetti di voti, le torbe di giovani secchioni o vitelloni che cercano il posto (o l’ospitata televisiva, chagrin). Detto questo, l’Unità Socialista significa recuperare le briciole per rifare la vecchia pagnotta? No. Significa recuperare sicuramente quei gruppi e quei soggetti che hanno un valore politico, che servono a rafforzare la nostra prospettiva ma Unità Socialista, e su questo Nencini è stato sempre chiaro, deve anche fare spazio e catalizzare novità.

La questione Rosa nel Pugno altro non è che questo. Cercare di aggregare una realtà con noi da sempre in dialogo, che sta vivendo uno scisma drammatico e debilitante (meno male per noi), per convergere in una comune missione. E qui vengono le giuste osservazioni che io stesso, in un’intervista sull’Avanti, sollevai prima delle nazionali quando si parlava del fronte laico-socialista-ambientalista che poi diventerà la lista Insieme. La Rosa nel Pugno fu grandioso momento che troppo presto si spense. Ma dimentichiamo sempre che quel progetto, certamente più liberale che socialista, venne composto prima della Crisi. Avevamo sicuramente le ricette per contenere quella deriva proprio in senso liberalsocialista ed europeo (mobilità sociale, integrazione assennata e via cantando) ma non ci fu modo ed eccoci ora da oltre dieci anni nel bitume e nel veleno che ha dato vita al degeneratissimo panorama socio-culturale e, di conseguenza, politico, che viviamo.

Ecco che la Rosa nel Pugno, se rifatta come era, chiaramente appare una risposta sbagliatissima non solo per creare il famoso consenso ma proprio sul piano dell’onestà intellettuale. Varrà la pena (grande per me e temo anche per voi pazienti lettori) di scrivere un articolo in merito, ma intanto sono ottimista perché dobbiamo ricordarci tutti che Nencini già allora poneva questi problemi. Nencini, che non può essere certo accusato di sovranismo e massimalismo, ai tempi della prima RnP questi problemi li sollevava, vedeva già che quel progetto era arrivato tardi, a un passo dal disastro. E allora bene che sia lui stavolta a guidare almeno questa prima fase di ricomposizione, insieme a Pastorelli che (benedetta sia la terra su cui cammina) si occupa dell’altro lato importante dell’operazione col PR: quella strutturale e infrastrutturale.

Non solo radicali però. Craxi, che sempre deve brillare nei nostri cuori, aveva sì una gamba liberalsocialista ed europeista, ma anche una gamba (diciamo per semplicità) populista e tricolore. Negli anni in cui ho guidato la FGS ho aperto al dialogo, lo scambio e la collaborazione con molte realtà di frangia del magma populista, trovando interlocutori giovani, preparatissimi, interessantissimi che possono essere incanalati in una Unità Socialista intesa anche come nuova Evangelizzazione, o almeno di nuovo Ecumenismo Socialista. La segreteria Pedrelli oggi, pure con sane e fisiologiche differenze, si sta muovendo in attivissima continuità e credo che per questa ragione la FGS debba tornare ad essere soggetto attivo nella ricomposizione della RnP. Come il socialismo libertario di Quadrana fu l’anima della vecchia Rosa così la nuova deve passare dai contributi dei giovanissimi militanti della FGS.

Ecco allora, sull’Unità Socialista, visto che piacciono le metafore, bisogna dire che gli atomi vanno scissi con elementi anche alieni per liberarne (e canalizzarne, ovviamente) l’energia. Non si può pensare di comporre un oggetto incollando un atomo alla volta, non ha senso.
Quel che va proposto, dopo il fortunato ossimoro socialismo-liberale, è un nuovo ossimoro che permetta (metodologicamente e fuggendo l’ideologia) di trascendere le baruffe e guardare oltre.

Politica nazionale

Accanto ad ogni pianeta, c’è un Astro nero dove si raccolgono
gli elementi di un nuovo mondo, destinato a sostituire quello che
si sarà dissolto. Tutte le particelle di materia, partendo da un punto,
si dirigono verso un’altra regione dell’unvierso dove si trova un astro oscuro.


Papus – Trattato metodico di Magia pratica

E ovviamente c’è la scadenza delle europee.

Lega e Grillini surfano in una vena viva della Storia del mondo, noi (i sistemici psi, PD, Forza Italia, LEU, +Europa e via cantando) languiamo in una vena secca.

Non ha senso l’appello alle identità meramente culturali di destra e sinistra. Destra non ha mai voluto dire “destra” ma emancipazione così come sinistra sta per regolamentazione. L’idea di emancipazione della destra liberale (pur con le impurità italiane) non convince più chi ha qualcosa da difendere (la fabbrica che possiede o per cui lavora); vuole il farwestismo leghista per autodifendersi e tentare (questa la speranza) una ridistribuzione organica. Così la sinistra, diciamo socialdemocratica, non ha più alcuna credibilità sul piano della regolamentazione e chi ha bisogno di Stato opta per i grillini.

Noi (non noi Italia ma noi noi, i socialisti) dovremmo avere il coraggio di ammettere che non c’è vita in questo settore sistemico che coltiviamo da dopo Tangentopoli. È morto. Senza appello. Non facciamoci illusioni. Eppure noialtri noi incardinati nella vaga ricerca d’una via reale in equilibrio fra la colonna dell’Emancipazione e quella della Regolamentazione, potremmo ancora aver molto di assennato da dire.
Il PD? La sua strategia era sin dall’inizio quella di un morto vivente, incapace di occupare stabilmente lo spazio avversario succhiava il sangue di noi alleati, contribuendo alla frustrazione elettorale che ha rimpolpato i grillini. I suoi satrapi del Meridione sono mostri orrendi, gretti. I suoi condottieri del Nord sono impotenti e sterili.

Ha ragione Calenda quando dice che bisognerebbe sciogliere il PD, ma per questo (forse) dovremo aspettare dopo le Europee. Sciogliere il PD significa liquefare l’apparato burocratico che tiene in ostaggio il riferimento culturale (per quel che vale) e una certa forza economica attualmente unica a sinistra, sebbene ridimensionata.

Calenda. Calenda è competentissimo ed onesto ma rappresenta quel mondo confindustriale che è stata la vera conservazione sociale in Italia. Non va comunque visto con diffidenza per motivi scioccamente ideologici (razza pradrona e simili fole). Il mondo confindustriale va analizzato avalutativamente per quel che è: la principale corporazione del capitalismo clientelare italiano (crony capitalism). Ovvero altro che liberismo. Questo capitalismo clientelare ha fatto grandi cose, noi socialisti lo sappiamo, pur non essendo proprio proprio autosufficiente né efficientissimo (ha fatto anche schifo). Però ha permesso pace e crescita sociale, persino lo sviluppo di quel ceto medio da noi coltivato che rappresentò la grande avanguardia sociocratica nel Mondo. Dopo Tangentopoli il vecchio tacito accordo Confindustria-CGIL (per sintetizzare brutalmente) ha dato vita al PD ma era ormai un mondo morente (gli Agnelli sono anni e anni che stanno scappando via mentre il sindacato si riempiva di pensionati) e il PD è stata la forza conservatrice di quel mondo industriale, culturale e finanziario che non stava più al passo col tempo e che ora è a un passo dalla morte. Calenda viene certamente da questo mondo ma sembra essere uno che voglia fare veramente lo sforzo di mantenere una forza industriale e finanziaria in Italia. Per questo mi sembra un alleato possibilmente strategico almeno contro Lega e Grillini che fan di tutto per annichilirci, manco fossero francesi.
Perché è così che funziona, bisogna capire quali sono gli interlocutori più utili alla nostra Missione di rifar grande l’Italia. Le piccole e medie imprese che tanto amiamo, figlie nostre benedette, stanno lottando da anni contro la Grande Industria morente e noi fummo loro alleati, e lo siamo ancora, contro certe prepotenze confindustriali. Ma quel che serve non è scegliere uno dei due segmenti e portarlo alla vittoria contro l’altro. Sarebbe assurdo. Il conflitto non è tra due sistemi ma interno a uno stesso sistema. Ecco il dramma. Questo conflitto va disinnescato. Le PMI esistono proprio perché c’è stato il Capitalismo Clientelare che ha creato committenze e induzioni, giro e ridistribuzione di capitali insomma. Le grosse industrie sono sopravvissute lungamente alla competizione internazionale proprio grazie al grande contributo logistico, produttivo e innovativo delle tetragone PMI.
Noi volevamo rendere esplicita, più solida e più giusta questa sinergia. Successe quel che successe.

Oggi le PMI votano per i mostri, sono miopi e allora spetta creare una forza (anche solo federale ma da soli non possiamo) che incanali i segnali positivi di Calenda in un modello sociale però ben più sostenibile e giusto di quel che propone ora. Convincere imprenditori e lavoratori delle PMI che i Giganti gli servono e lavorando affinché i Giganti, presi da isteria e fame, non finiscano di rompere tutto, continuando le politiche scellerate dal ’93 a oggi.

Ancora su di noi

State insieme, amici.
Non disperdetevi né dormite.
La nostra amicizia è fatta
del restare svegli.

Jelaluddin-Rumi, Il Mulino ad Acqua

Questo è il livello della sfida. E vi pare che il dibattito congressuale che stiamo per affrontare sia all’altezza? Guardiamoci in faccia fra noi, compagni. Ma di che stiamo parlando. Basta illusioni e superbia.

L’evidenza è che questo congresso non andava proprio convocato. Ormai è fatta? E allora va detto che non ha senso che l’unico senatore che abbiamo non sia anche il segretario.
Lo dico, lo dico. E mi spiace per Nencini ma lui è maledetto a tenersela ancora un po’ questa segreteria.

Tutte quelle grandi analisi che vorrebbero delegittimarne la condotta politica.? Io due cose gli rimprovero, molto marginali: dovrebbe fare molto più salotto in capitale (e a Milano) e non doveva candidare Lello Di Gioia nel 2013.

Per il resto, compagni, non sarà una faccia “nuova” a cambiare la nostra condizione. È una pia illusione. Anzi sarà il contrario.

Ovviamente non penso che Nencini debba accollarsi da solo la sua maledizione. La croce la dobbiamo portare tutti insieme e ciò che mi rende più perplesso di tutte le pulci che si fanno al segretario è che, omissione rivelatrice, nessuno si sofferma seriamente sul problema di responsabilità che Nencini ha posto. Questa comunità sta morendo perché manca un Regime di Responsabilità. Perché i famosi territori vivono in buona parte nella totale deresponsabilizzazione (a cominciare dal duepermille). L’irresponsabilità di molti dirigenti nazionali è sintomatica della loro inadeguatezza.

Forse la riforma organizzativa in discussione potrà essere un buon modo per responsabilizzare ma la verità è che il chiagnifottismo e lo scaricabarile ed il “furbismo” italioti (insieme a faciloneria e superbia gli ingredienti psichici del fascismo ieri e del populismo oggi) regnano sovrani nei corridoi di questo partito. Ed il rinnovamento che serve passa da un nuovo Regime di Responsabilità. Se questo mio auspicio resterà lettera morta, mi auguro che intanto il processo di Unità che sta portando avanti recuperi energie e visioni tali da lanciare nuove piattaforme, e nomi in grado di compensare.

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