lunedì, 18 Novembre, 2019

Rocco Scotellaro, un socialista cantore della civiltà contadina

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Attraversando la vasta area che si stende a sud di Matera, dopo Miglionico, Grottole, Grassano, appollaiati tutti sul cocuzzolo di monti argillosi, d’improvviso si mostra Tricarico. Si tratta di un paese piccolo ma vivace, e con una storia che inizia nei secoli più antichi, ricca e interessante. L’abitato copre in parte il Monte Santa Croce al cui estremo si leva, alto e nero, il torrione di Santa Chiara, avanzo di una fortezza normanna che domina la vallata sottostante e guarda i paesi vicini e lontani, Calciano, Irsina, San Chirico. A sud del torrione sorgono i quartieri della Rabata e della Saracena, la vecchia Tricarico dei contadini e degli artigiani, fatta di straduzze che s’ inerpicano, s’ incrociano, retrocedono. Qui visse una umanità povera e derelitta, rimasta per secoli senza speranza, perennemente in lotta con la miseria: in buona parte contadini che all’alba, in lunga fila, si recavano nei luoghi di lavoro a contendere alle acque del Basento e alle frane un pezzo di terra. Questa umanità ebbe nel secondo dopoguerra un appassionato cantore e un forte suscitatore: Rocco Scotellaro. Nato il 19 aprile del 1923 in una famiglia di poveri artigiani, laboriosi e intelligenti, Rocco non tardò a rivelare una viva intelligenza, cui presto si aggiunsero una  grande serietà, un notevole altruismo, un forte desiderio di conoscenze. Ebbe un corso di studi molto travagliato: dalle scuole elementari del paese natale passò infatti al Convitto dei Cappuccini di Sicignano degli Alburni, poi alle scuole di Cava de’ Tirreni, poi ancora al Liceo – Ginnasio di Potenza, infine a Trento, dove nel 1942 conseguì la maturità. Successivamente, superando non poche difficoltà economiche, frequentò i corsi di Giurisprudenza presso l’Università di Roma, da dove passò all’Università di Napoli e poi a quella di Bari. La morte del padre lo costrinse a interrompere gli studi e a rientrare a Tricarico. Quando nel settembre del ‘43 la Basilicata venne liberata dagli Alleati, animato da una viva fede nel progresso e da una forte volontà di contribuire all’avanzamento della gente di cui faceva parte si avvicinò al Partito socialista, e nel dicembre dello stesso anno ne prese la tessera. Pur essendo giovanissimo fece parte del Comitato di liberazione e si impegnò sul piano sindacale e politico in una intensa attività suscitatrice e organizzatrice. Presto entrò in contatto con esponenti politici attivi nel Materano e nel Potentino. Nell’anteguerra la Basilicata aveva avuto un movimento dei lavoratori in crescita, che per i socialisti avevano fatto capo a Vincenzo Torrio, e nel ‘21 aveva mandato alla Camera  l’avv, Attilio Di Napoli. Il fascismo di matrice agraria, però, l’aveva stroncato, ricacciando i lavoratori nella vecchia condizione di sudditanza e arretratezza. Nel ventennio la regione  aveva ospitato confinati politici di larga notorietà, tra cui il socialista Eugenio Colorni a Melfi, il cattolico Guido Miglioli a Lavello, il giellista Carlo Levi a Grassano e Aliano, la comunista Camilla Ravera a San Giorgio Lucano, l’ex comunista Manlio Rossi Doria a San Fede e Melfi, e aveva avuto elementi come l’avv. Enzo Pignatari, Vincenzo Milillo, socialisti, appassionati difensori dei contadini del Materano nelle aule dei tribunali, punti di riferimento per gli strati popolari nell’attesa di un ritorno della democrazia. Ripresa la marcia ascensionale, il Partito socialista si sviluppò discretamente e assieme al Partito comunista pose le basi per una sicura crescita delle forze rinnovatrici. Forti lotte vennero  promosse nei feudi incolti e un buon numero di sezioni dei partiti della sinistra e di organizzazioni sindacali si costituirono nel Materano, nel Potentino e nel Molfese. Anche a Tricarico lo sviluppo del movimento fu promettente. Il giovane Scotellaro ne fu uno dei promotori più impegnati e partecipò direttamente all’occupazione di terre incolte – , per questo il 20 ottobre del ‘46 i lavoratori con spirito unitario lo vollero candidato a sindaco. La resistenza dei gruppi dominanti fu abbastanza forte, ma la lista popolare riuscì vittoriosa e Scotellaro, eletto sindaco, si insediò al Comune con elementi come lui animati da forte volontà rinnovatrice. Subito venne impostato un programma che rispecchiava le più vive esigenze del paese nel campo della viabilità, della sanità, della istruzione. Si approssimavano però il Referendum istituzionale e le elezioni per l’Assemblea costituente, ed egli fece la sua parte nell’opera di convinzione con grande entusiasmo. I contatti allora avuti con personalità venute da altre regioni gli permisero intanto di ampliare il proprio orizzonte: conobbe Levi, che da confinato era rimasto profondamente colpito da quella gente vittima della povertà e dell’analfabetismo, quasi priva di ogni speranza di salvezza, per cui avrebbe scritto “Cristo si è fermato a Eboli”, e Rossi Doria, sociologo fortemente interessato al mondo contadino e ai problemi del Meridione. Da costoro egli ricevette importanti stimoli e le prime informazioni metodologiche per una compiuta conoscenza del mondo entro cui era nato e cresciuto.  Come amministratore lavorò in questo periodo perché a Tricarico venisse migliorata la rete viaria e nascesse l’Ospedale col contributo dell’intero paese, ciò che si realizzò nel ’47, con l’aggiunta di un edificio scolastico. Dopo la sconfitta del Fronte Democratico Popolare nell’intero paese, nell’aprile del ’48, si dimise. Nel successivo novembre venne però  rieletto. Proseguì allora nel suo impegno rinnovatore e modernizzatore, che fece però crescere l’avversione dei vecchi conservatori e degli avversari politici locali, i quali tentarono di colpirlo infangandone il buon nome con l’accusa di concussione, sicchè dall’8 febbraio al 25 marzo conobbe il carcere. La Sezione istruttoria della Corte di appello di Potenza però, esaminando serenamente le carte, svelò la falsità delle accuse, chiaramente frutto di vendetta politica, e lo prosciolse da ogni accusa per non aver commesso il fatto. Scotellaro venne allora restituito alla libertà, ma fortemente provato dalla dolorosa esperienza, nel maggio del medesimo anno rinunziò volontariamente alla carica di sindaco e accettò di lavorare per la Casa editrice Einaudi, successivamente per l’Osservatorio di economia agraria di Portici, diretto da Rossi Doria. Questo secondo incarico, svoltosi nell’arco di quasi tre anni in compagnia di studiosi di alto livello sul problema agrario, gli permise di approfondire la conoscenza della sua regione, della sua economia, e con Carlo Levi e Rossi Doria dei primi effetti della Riforma agraria nella regione calabra e nella Basilicata. I suoi interessi culturali non solo di natura economica trovarono in quel tempo risposte nella amicizia con sociologi, scrittori “sociali” e politici, tra i quali erano Carlo Cassola, Aldo Capitini e altri da tempo aderenti al movimento di “Giustizia e Libertà”. Il 15 dicembre del ‘53, trovandosi a Portici, morì improvvisamente, stroncato da un infarto. Era appena trentenne, ma aveva compiuto ricche esperienze sul piano politico-amministrativo e raccolto, anche su suggerimento dell’editore Laterza, una serie di interviste a contadini, appunti sull’esperienza carceraria, componimenti poetici. Se ne ebbero chiare dimostrazioni quando cominciarono ad essere pubblicate le opere contenenti i frutti del suo molteplice impegno. Appena un anno dopo la sua morte Mondadori diede alle stampe “E’ fatto giorno”, una raccolta poetica al cui centro è il mondo contadino di un sud ancora misconosciuto, la ricorrente sfiducia sempre superata dalla speranza di un’alba nuova, apportatrice di vita rinnovata, l’amore per la sua terra e la sua gente guardati con straordinaria partecipazione. Il libro ebbe il premio Viareggio. Nel ’54 Laterza pubblicò “Contadini del Sud”, interviste a contadini e racconti autobiografici. Nel ‘55 apparve “L’uva puttanella”. romanzo-memoriale, che era rimasto incompleto, nel quale egli, attraverso la propria autobiografia, illumina la vita delle regioni meridionali, povere e aspre ma con la speranza della ripresa e della rinascita.  Nel 1974 per iniziativa di Carlo Levi apparve “Uno si distrae al bivio”,  in cui confluiscono  diversi racconti. Tutti forniscono elementi per meglio conoscere un uomo, un giovane, che animato dal socialismo seppe esprimere la pena del sud e la speranza in un migliore domani. Ancor oggi a Tricarico e nel Materano, tra gente naturalmente buona, gentile, ospitale, c’è chi oltre il poeta ricorda l’uomo, la sua parola suscitatrice, l’infinito amore per gli umili, c’è chi sosta in religioso silenzio  davanti alla sua tomba a cospetto del Basento, c’è il giovane che ne recita i versi, e c’è infine il politico che ne loda l’attività di amministratore.

Giuseppe Miccichè

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