sabato, 25 Maggio, 2019

Rodolfo Mondolfo, un pensatore socialista tra filosofia e politica

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Le più ampie storie politiche e le storie del pensiero filosofico lo annoverano tra le figure più meritevoli di essere ricordate. Bassi, Vitali, Marramao, Bobbio, Vernetti e altri ne hanno studiato le opere e ne hanno approfondito il pensiero in opere di alto livello. Gaetano Arfè lo definì “storico di altissimo valore della filosofia antica e al tempo stesso interprete, il maggiore e il più originale in Italia, del marxismo nella sua versione democratica e gradualista”. E ben a ragione. Rodolfo Mondolfo nacque a Senigallia il 20 agosto del 1877.

I genitori, ebrei, addentro nelle attività commerciali e imprenditoriali, godevano di un certo benessere, sicchè gli poterono garantire la possibilità di adire a studi specialistici nel campo della filosofia. A partire dal 1895 studiò infatti a Firenze, dove frequentò corsi di filosofia e filologia nell’ Istituto di studi superiori. Sempre a Firenze col fratello Ugo Guido (il futuro collaboratore di Filippo Turati nella redazione di “Critica sociale”, e, nel secondo dopoguerra, direttore della medesima) si unì a un gruppo di giovani, di cui facevano parte Gaetano Salvemini, Ernesta Bittanti (in seguito divenuta moglie di Cesare Battisti), G. Luzzatto, A. Levi, che amavano la storia e la filosofia e nutrivano idealità politiche fortemente intrise di repubblicanesimo e socialismo. Ai primi del ‘900, ormai collocato nettamente su posizioni socialiste riformiste, prese a collaborare con numerosi saggi storico-filosofici a “Critica sociale”, che grazie all’impegno di Turati era ormai tra gli strumenti di dibattito politico e di cultura più noti e affermati in Italia. Col fratello, G. Kirner, Salvemini e altri fu tra i promotori della Federazione Nazionale Insegnanti di Scuola media, che svolse una positiva opera di sindacalizzazione dei docenti.

Per qualche anno insegnò nei licei di Potenza, Ferrara, Mantova, dando prova di solida preparazione, nel 1904 iniziò l’esperienza di docente nell’Università di Padova e nel 1907 quale incaricato, supplì Roberto Ardigò, notissimo pensatore e “sistematore” del pensiero positivista. Passò poi a Torino e successivamente a Bologna, nelle cui Università insegnò, quale titolare di cattedra, storia della filosofia.
All’inizio del secondo decennio del ‘900 si inserì nel dibattito allora in corso sul rapporto tra marxismo e socialismo. Erano gli anni in cui Benedetto Croce, il grande filosofo idealista, e altri affermavano la fine del socialismo, e politici come Giovanni Giolitti sentenziavano addirittura la “collocazione in soffitta” del marxismo. Reagendo alle due tendenze, comprensibili nell’atmosfera politica e culturale del momento, Mondolfo si impegnò in una profonda riflessione sul marxismo, che vedeva come “filosofia del socialismo” cui diede una compiuta sistemazione in contrasto con la frammentarietà e incompletezza di altri studiosi, A tal fine approfondì le opere di Ludovico Feuerbach, Carlo Marx, Fedetrico Engels e Ferdinando Lassalle in una serie di saggi che raccolse poi in “Sulle orme di Marx”, un ‘opera giustamente molto nota e studiata. Contro i “patiti” della rivoluzione sovietica, Mondolfo espresse un giudizio assolutamente negativo, considerandola in netto contrasto col pensiero e le previsioni di Marx. Nel dibattito che allora si sviluppò sulla stampa e al quale diedero un rilevante contributo, tra gli altri, Gramsci, Turati, Gobetti, i suoi scritti si qualificarono per densità e profondità di pensiero. In quegli anni Mondolfo diresse la “Biblioteca di studi sociali” dell’Editore Cappelli e collaborò intensamente a “Critica sociale” di Turati, “L’Unità” di Salvemini, “La Rivoluzione liberale” di Gobetti, “Quarto stato” di Nenni e C. Rosselli.
Per lunghi anni aveva evitato le cariche strettamente politiche e di partito, ma nel 1923 capeggiò la lista del PSU nelle elezioni amministrative che si tenevano a Bologna.
Con la crescente affermazione del fascismo, pur nel clima sempre più ostativo creato dalla dittatura, approfittò degli spazi creati dalle contraddizioni del regime continuando a dare un suo contributo alla cultura, tra l’altro collaborando con alcune importanti voci alla “Enciclopedia italiana”. Nel 1929, collocando su un percorso nuovo la sua attività e i suoi interessi, diede alle stampe “Storia del pensiero antico”, un’opera ponderosa con la quale si collocò tra i maggiori studiosi della classicità, rivelando una straordinaria padronanza dei testi greci e latini e meritando perciò una fama che dura ancor oggi.
Nel 1938 Mondolfo fu costretto dalle leggi razziali a lasciare l’Italia. Trovò allora rifugio in Argentina, dove l’apprezzamento per la sua cultura e le sue opere gli venne dimostrata con l’assegnazione della cattedra di greco antico presso l’università di Cordoba, che tenne poi fino al ’48, quando passò all’Università di Tucuman, dove rimase fino al ’52 insegnando storia della filosofia antica. Reintegrato alla caduta del fascismo nella cattedra universitaria a Bologna, non abbandonò interamente l’Argentina, e svolse la propria attività di docente e di studioso nei due paesi.
Per diversi anni ancora proseguì la propria attività di studioso del pensiero antico e del socialismo dando alle stampe numerose nuove opere, rimettendo in circolazione vecchie opere sempre apprezzate dagli studiosi, e collaborando come negli anni della giovinezza a “Critica sociale”, che nel dicembre del ’67 gli dedicò un denso numero monografico.
Morì a Buenos Aires, alla soglia dei 100 anni, il 16 luglio del 1976.

Giuseppe Miccichè

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