giovedì, 3 Dicembre, 2020

Rosario Garibaldi Bosco pioniere del socialismo in Sicilia

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Tra i maggiori esponenti del movimento di riscossa dei lavoratori che tra il 1891 e il 1894 agitò la Sicilia merita di essere ricordato Rosario Garibaldi Bosco. Nacque a Palermo il 28 luglio del 1866 in una famiglia della media borghesia. Conseguito il diploma di ragioniere, lavorò alle dipendenze di alcune ditte. Contemporaneamente cominciò a frequentare i circoli operai, ai cui iscritti era solito leggere la stampa socialista. Lesse poi opere che lo orientarono in modo sempre più netto e tra queste “Socialismo” del noto politico e sociologo repubblicano Napoleone Colajanni. Fu tra i promotori di un circolo universitano intitolato al patriota Goffredo Mameli e di un circolo radicale i cui soci lo vollero presidente. Sempre a Palermo fondò nel ’92 il Fascio operaio con posizioni abbastanza definite, perorando non più il semplice mutualismo, come per i vecchi circoli, ma la necessità di affrontare con volontà risolutiva la questione sociale in tutta la sua ampiezza e complessità. Un Fascio era già sorto a Messina nell’88 per opera di Nicola Petrina, un altro a Catania nel ’91 per opera di Giuseppe De Felice Giuffrida. Sul modello della Camera del lavoro di Parigi il fascio palermitano era diviso per sezioni d’arti e mestieri, e si preoccupava di istituire una scuola per adulti e di rafforzare la cultura politica dei soci mostrando sensibilità per le questioni politiche. Nel maggio del 1892 Bosco intervenne al XVIII Congresso delle Società operaie affratellate che si teneva a Palermo, e nel confronto tra le varie posizioni si schierò tra i sostenitori del collettivismo. Intanto il Fascio palermitano cresceva contando diverse migliaia di iscritti e pubblicava un proprio organo di stampa, Il Socialista. Come tanti altri fasci partecipò alle elezioni amministrative tenute in luglio presentando proprie liste ed elesse diversi consiglieri. Bosco intervenne a Genova al congresso costitutivo del Partito socialista dei lavoratori in rappresentanza degli affasciati, caratterizzandosi nei confronti degli anarchici, dei repubblicani, dei mazziniani, ecc. Subito dopo il congresso si costituirono infatti nuovi fasci e si ebbero le prime agitazioni contadine e i primi scioperi. La risposta del ceto proprietario e conservatore fu subito dura, e portò a diversi arresti. Bosco però insistette nella sua azione, avendo come obiettivo la nascita di una organizzazione dei lavoratori ampia e salda. Dalle colonne di “Giustizia sociale” egli lanciò l’idea di un congresso regionale, che effettivamente ebbe luogo a Palermo il 21-22 maggio del ‘93, articolato in una componente politica e in un’altra di carattere economico. Il congresso ebbe grande successo, e orientò nel senso della lotta per la proprietà collettiva della terra.

 

Due mesi dopo si tenne un nuovo congresso il cui obiettivo era il rinnovo dei contratti di affitto e di mezzadria. Seguì in ottobre a Grotte il congresso dei minatori. Fortemente preoccupate per questo risveglio organizzativo le forze reazionarie si impegnarono a stroncare il movimento dei lavoratori. Venne così il tempo degli eccidi: il 10 dicembre si contarono 11 morti a Giardinello, il 25 seguente 11 morti a Lercara, il 1º gennaio del ’94 8 morti a Pietraperzia e 20 a Gibellina. Senza ulteriori indugi il governo Crispi sciolse i Fasci e ne fece arrestare i capi, istituì tribunali speciali e decise lo stato d’assedio. I capi dei Fasci vennero condannati a pene molto pesanti. Tra questi era naturalmente Bosco, che durante il processo tenuto a Palermo affermò: “sarebbe bastato che pochi di noi impugnassero un fucile ed inforcassero un cavallo per ridurre la Sicilia in fiamme in sole 24 ore. Noi non lo volemmo allora, non lo vogliamo adesso, anche dopo tanti dolori, non lo vorremo mai, finché non si sarà compiuta la grande rivoluzione delle coscienze umane”. Venne condannato a 12 anni per incitamento alla guerra civile, a due anni di sorveglianza speciale e all’interdizione dai pubblici uffici. Rimase per 27 mesi rinchiuso nel carcere di San Gimignano. Qui ebbe modo di sottoporre a riesame l’esperienza politica recente e si convinse che per la particolarità della situazione siciliana occorrevano alleanze dei socialisti con gruppi democratici e riformatori. Con altri scrisse il “Memoriale a Codronchi” nel quale si sosteneva la necessità di affrettare la soluzione della “questione siciliana” con un insieme di leggi speciali capaci di distruggere il feudalesimo da cui la Sicila era gravata , e in 14 quaderni di appunti compì interessanti riflessioni sulla teoria darwiniana, sui libri di alcuni dei più noti sociologi del tempo. Il 26 maggio ’95 venne eletto alla Camera nel IV collegio di Palermo.

 

Tenendo conto delle sue condizioni di salute le autorità decisero di trasferirlo nel carcere di Paliano. In seguito ad amnistia, a metà marzo del ’45 fu scarcerato. Prima di rientrare a Palermo Bosco assistette alle sedute della Camera e partecipò a una riunione del gruppo parlamentare. Venne rieletto alla Camera, ma l’elezione venne annullata. Nel ’96 si ripresentò agli elettori, ma questa volta non ebbe successo. Ai primi del nuovo secolo, in un clima di moderata apertura alla democrazia liberale si registrò una forte ripresa del movimento organizzativo dei lavoratori e delle azioni rivendicative nei confronti dei proprietari terrieri, e crebbe la volontà di partecipazione alle prove elettorali. Le elezioni comunali mandarono nel consiglio comunale di Palermo diversi socialisti, tra i quali era Bosco. Nel 1902 egli divenne vicesindaco e assessore all’annona e potè promuovere gli spacci municipali, molto apprezzati dagli strati popolari. Contemporaneamente si impegnò per la nascita della Camera del Lavoro. La nuova organizzazione venne inaugurata il 1º settembre, quando era già forte di alcune migliaia di iscritti. Di lì a poco, però, Bosco non condivise le scelte del gruppo dirigente, e in particolare la politica degli scioperi, e per questo venne criticato da molti socialisti. Lasciò allora la direzione della Camera del lavoro e si dimise dal circolo socialista. Nel maggio del 1903 fondò Il Giornale dei lavoratori, che visse per qualche mese difendendo le sue idee. Cresceva intanto il movimento dei lavoratori e divenivano sempre più numerosi e attivi nelle varie province circoli, leghe, camere del lavoro, cooperative, affittanze per iniziativa di socialisti come Verro, Cammareri Scurti, De Felice, Lo Vetere, Montalto, per i quali il problema agrario era assolutamente primario nell’isola, e di cattolici al seguito di Luigi Sturzo, un prete calatino fortemente impegnato nel sociale. Bosco viveva ai margini di questo movimento, e si impegnava solo nel consiglio comunale. Ammalatosi per una grave nefrite, fu costretto a impiegarsi in qualità di ragioniere presso la Società anonima ferro e metalli e si allontanò sempre più dalla politica. Morì a Torino il 2 dicembre 1936.

 

Giuseppe Miccichè

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