domenica, 5 Aprile, 2020

Rugby: frustrazione Italia, apotheose francese

0

Giocato il primo turno del 6 Nazioni 2020 non mancano i dati su cui soffermarsi. Non si può che partire dalla “giovane” Francia che a Parigi abbatte, rovesciando il pronostico, la “destinata” Inghilterra. Doveva essere tutto scritto, con un incontro crudo, almeno per Eddie Jones, dove i “brutali” placcaggi dei suoi mastodontici giocatori avrebbero ridotto in “faggots” una rinnovatissima Francia “in erba”. Ma il “pungente” Coach inglese non ha osservato dalla giusta angolatura il match. Oltre che talentuosi e presuntuosi “marmocchi” in campo, Les Bleu, hanno la vera forza nello staff. Fabien Galthiè, nell’accettare l’incarico come sélectionneur du XV de France al posto di Brunell, ha “chiesto”, o imposto, alla Federazione Francese carta bianca a cominciare, logicamente, dalla composizione dei collaboratori (magari lo potesse fare Franco Smith senza intimazioni “funzionali”). Accostando il meglio potesse offrire il “mercato”Transalpino, e non solo, ha messo insieme un vero “parterre des rois”: Raphael Ibanez, Team Manager, Laurent Labit l’allenatore dell’attacco, William Servat che si occupa della mischia e il grande Shaun Edwards, tecnico della difesa, che dopo 10 anni di strasuccessi con il Galles di Warren Gatland si è accasato a Parigi. Quello di Shaun Edwards è stato “il colpo di mercato” perché siamo alla presenza di un autentico “mago” nella lettura delle partite e nel disegnare le conseguenti trame. E domenica è stata proprio questa la mossa decisiva, inebetendo, tanto da battere, i più forti ed esperti inglesi. Una vera affermazione tanto che gli allibratori avrebbe pagato alla pari l’Inghilterra vincente del Torneo con Gran Slam. Se si pensa che, dopo il tonfo di Cardiff, domenica toccherà agli Azzurri passare per lo Stade de France, tutto questo non è di nessun conforto.

Nessuna, o poche, “emozioni” invece a Dublino dove una Irlanda non splendida, con la possibilità pure di perdere una pedina fondamentale come il centro Ringrose per frattura al dito, pena più del dovuto per avere la meglio di una sempre cocciuta Scozia che sciupa un’occasione d’oro per imporsi all’Aviva Stadium.

E ora il lato dolente. Da Cardiff non arrivano segnali incoraggianti sul futuro del rugby italiano Senior. Ma si sta usando un eufemismo. Il netto 42 a zero da poca libertà di manovra nel commento. Inutile fare pagelle o graduatorie. Semplicemente il Galles ha percosso a piacimento, e senza troppo impegnarsi, un’Italia capace di offrire solo vecchi limiti. Leggermente sonnacchiosa, quantomeno in alcuni giocatori, debole nei punti d’incontro, nessuna fantasia e strategia in attacco e assente alle incursioni a meta avversarie sebbene non particolarmente elaborate. Di fronte a questi atteggiamenti i “dragoni” si trovano come le paperelle nel laghetto al Parco. E hanno fatto festa!
Possiamo biasimare Franco Smith? Certo l’equilibrio tra rinnovamento e giocatori di esperienza, giustamente, cercato dal neo nominato Head Coach, non è andato come si ipotizzava, anzi, è naufragato. Ma questo non deve indurre ad abbandonare il turn-over generazionale. E si fa con quello che si ha! Sicuramente lo scarto è di quelli veramente pesanti. Ma non dissimile da molti altri subiti dagli Azzurri negli ultimi vent’anni. Credo, quindi, che chiunque si aspettasse un prodigio “alla prima assoluta” possa facilmente anche credere che quanto successe a mezzanotte alla carrozza di Cenerentola sia reale. Nessuna metamorfosi concreta sarebbe stata possibile con il quadro dato. Nessuna! La sconfitta con l’esorbitante numero ventitré consecutiva pesa su Franco Smith per 1 ventitreesimo. Sembra, invece, sia iniziato il tiro al bersaglio. Non vorrei che qualcuno abbia già cominciato una campagna contro un secondo, definitivo, mandato al sudafricano. Legittimo sì, ma con tempistica poco etica.

Coloro che salirono facilmente sul carro di O’Shea, come ho già scritto e ribadito a suo tempo, osannando evoluzioni sostanziali e progressi indiscutibili, non potevano che trovarsi in uno stato di abbaglio o sotto ipnosi. La squadra di O’Shea esibiva esattamente le stesse mancanze e difetti atavici delle nazionali che la hanno preceduta in venti anni di Sei Nazioni. Erano talmente consci della crescita che si è solennizzata la vittoria contro la Georgia, Georgia!, come un grande evento, fosse la finale della Coppa del Mondo. Si era arrivati, sia nello Staff, sia da parte di qualche “rappresentativo” giocatore, a giustificare le sconfitte a causa di un momentaneo problema muscolare dovuto all’eccesiva presenza di acido lattico visto la grande mole di lavoro che O’Shea aveva inserito nella tabella personale di ognuno. Tutto da buttare l’onesto lavoro dell’irlandese? Sicuramente no ma i pregi erano più pertinenti a un aspetto organizzativo, visto anche che nella nostra Federazione “Inter caecos regnat strabus”, che tecnico. Infatti, gli inglesi, che di queste cose ne masticano q.b., gli hanno dato un’importantissima mansione “burocratica” non strettamente tecnica.

Ergo, tornando al tracollo al Principality Stadium non c’è nulla di accidentale. Quanto visto e non visto, a Cardiff, ha radici profonde. Niente di sconosciuto, più nel male che nel bene, a tutti gli attenti osservatori “ovali” che oggi inveiscono strappandosi le vesta. Delle Cardiff, ahimè, ne abbiamo altre. Niente di particolarmente nuovo quindi ma che non si legga come chi accetta la sconfitta in modo “verghiano”.
Mettere nelle condizioni di lavorare serenamente il Capo Allenatore è un dovere di chi è al vertice della Federazione. La nomina di Smith a tempo determinato, in modo intempestivo, mostra l’aspetto meno professionale e più immaturo poiché ha certamente esasperato una situazione già da tempo grave di suo.

Che O’Shea se ne stesse andando era chiaro sin dalla Coppa del Mondo. Chi doveva incontrare il Capo Allenatore in “uscita” se non il Presidente della Federazione? In passato abbiamo avuto Presidenti, anche loro con tanti difetti, che avrebbero sicuramente affrontato la situazione con il giusto piglio, senza aspettare la lettera di dimissioni e il fatto compiuto.

Soprattutto nel rugby professionistico in tutto ciò che si vede negli ottanta minuti in campo, c’è il lavoro che quotidianamente è fatto dalle squadre in allenamento. E per far fronte alle richieste tecniche, tattiche, fisiche e atletiche del rugby moderno, le squadre si sono dovute attrezzare in maniera capillare dal punto di vista degli staff tecnici, la cui competenza rappresenta una componente fondamentale nella costruzione dei successi di un club o di una nazionale.

Valori come etica del lavoro, passione, lealtà e professionalità possono anche compensare la parziale mancanza di talento.
“Better people make better players” ovvero una persona migliore fa un migliore giocatore e questo lo sanno anche a Cardiff.

RugbyingClass di Umberto Piccinini

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply