giovedì, 28 Maggio, 2020

Rugby: il potenziale azzurro c’è serve umiltà e progetto

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Neanche in tempi drammatici come la pandemia del Covid19 riusciamo a risparmiarci l’ennesima punzecchiatura, anzi una stilettata, da Oltre Manica che ci vuole fuori dal Sei Nazioni. A “ovali” fermi poco c’è da raccontare e Stuart Barnes, 10 caps con la nazionale inglese fra gli anni ottanta e novanta, ora freelance e opinionista televisivo, ha pensato bene di squarciare il silenzio dalle colonne del prestigioso “Times” dove non scrive di cacciarci a calci nel sedere dal blasonato Torneo ma senza mezzi termini non da possibilità di essere frainteso.

Abbiamo colto l’occasione per sentire la schietta opinione di Massimo Cuttitta, 69 caps in Azzurro di cui è stato anche Capitano, pilone di rango, che dall’alto della sua grande esperienza internazionale, sia da giocatore (Harlequins), sia da allenatore “giramondo” degli avanti, vero ingegnere della mischia chiusa, ha condiviso alcuni aspetti sul nostro rugby.
Massimo “Maus” Cuttitta, con il gemello Marcello magnifico trequarti e miglior metaman in Azzurro, Ivan Francescato, Paolino Vaccari, Diego Dominguez, Giovanelli, Properzi e altri sono stati la “massima espressione” del nostro rugby conducendolo sull’Olimpo con le grandi.

Massimo Cuttitta


Cuttitta il nostro rugby è ancora sotto attacco.

Solo i risultati possono salvare il nostro rugby e se giochiamo come stiamo facendo da anni. Tranne la prima edizione del Sei Nazioni non siamo più stati in grado di essere veramente competitivi. Avevamo una caratteristica e l’abbiamo persa. La Nazionale della mia generazione era umile ed era normale mettere la faccia nel fango perché il nostro rugby fosse rispettato da tutti. Dalla panchina della Scozia ho visto un’Italia incapace anche di fare una “rolling maul”. Roma o meglio, il sole e le bellezze di Roma non potranno tenerci ancorati per sempre. Sai che la franchezza non mi manca.


Dopo di voi avete lasciato il vuoto?

No e non mi contraddico. A differenza di molti io vedo nel rugby italiano grandi potenzialità, ci sono giovani molto interessanti ma bisogna creare le opportunità perché possano crescere in umiltà, qualità non sempre presente, e la ricetta è più semplice di quanto sembri.


Sentiamo

La mia esperienza mi dice che innanzi tutto si deve investire nelle “direzioni tecniche”. I dieci anni in Scozia mi hanno visto lavorare assiduamente, sebbene con Head Coach diversi, per la ricostruzione di un rugby che si era posto l’obiettivo serio di svilupparsi, migliorare, perfezionarsi. Allora giù a testa bassa. Sveglia alle 6 del mattino e a dormire alle 2 a macinar chilometri e chilometri tra Edimburgo e Glasgow passando ore e ore sul campo a impartire consigli alle mischie delle franchigie sebbene avversarie ma unite per il bene comune, come a forgiare con i preparatori atletici i giovani piloni delle accademie, a lavorare con lo stesso entusiasmo nel Club di periferia come per la Nazionale. Lavorare solo a ridosso dei grandi eventi è perdente ma un impegno costante tutto l’anno, senza pause, per poi raccogliere i dividendi nel giro di 5, 6 anni. Il lavoro svolto seriamente e con passione paga sempre ma ripeto devi essere sul campo e soprattutto con umiltà da parte di tutti. Queste sono le conferme avute nel mio girare il mondo.

L’essere presente è importante?

E’ vitale. Il giocatore deve comprendere e fare sua la tua filosofia. Devono capire che ci sei sempre per sentirsi al centro di un progetto per acquistare stima nei tuoi confronti e fiducia in se stessi. Si devono creare degli automatismi e delle tacite intese. Ci sono attimi in cui non hai tempo per le parole e tutto va gestito con uno sguardo.


Investire nelle direzioni tecniche cosa significa?

Stare al passo con l’evoluzione del rugby. Nell’era della super specializzazione, è anacronistica la figura di un solo tecnico degli avanti. Non si può lavorare individualmente sulla mischia chiusa, collettivamente sul gioco del pack e curare la touche. Nel mio settore, ovunque trovi un tecnico per la mischia, uno per la touche, uno per i punti d’incontro e così via.


Questo non è il quadro Azzurro?

La Nazionale italiana ha adottato la politica, non da oggi, del “Capo Allenatore” super pagato e uno staff, imposto dalla Federazione che anche questo è fuori da ogni logica, che di solito si riassume in un tecnico per gli avanti, uno per i trequarti e uno per la difesa. Poi sarà anche non ci siano soldi ma Ciccio (De Carli attuale tecnico avanti ndr) è bravissimo e da solo non può farcela, ne va della qualità del lavoro. Per esempio, lo affiancassi occupandomi della mischia chiusa si potrebbero liberare tempi alzando il livello dell’attività svolta.


Quindi alla base c’è un problema di “politica” Federale?

Senza dubbio, le scelte fatte si sono rivelate incomprensibili ed errate. E’ l’idea di rugby imperfetta. Per esempio ad un Responsabile Settore Tecnico dopo 3, 4 anni si chiede la resa dei conti. Da noi si fa?

Smith ha un futuro?

Franco è una brava persona ma ha preso gli Azzurri in un brutto momento.


Un nome, alternativo, per guidare la Nazionale?

Si fa per parlare ma visto i rapporti forti che abbiamo se chiedessi ad Andy Robinson (HC di Inghilterra e Scozia ndr) di venire in Italia sono certo accetterebbe. Come lo farebbe Rob Moffat.


Ma se il Presidente della Federazione chiamasse chiedendo “Maus” salta a bordo?

Mi sono offerto per dare una mano ma la risposta ufficiosa è stata che non c’erano soldi. Non sono presuntuoso ma sono ambizioso e gioco sempre per vincere. Per accettare la sfida pretenderei garanzie. Ci deve essere alla base un progetto chiaro, serio ed estremamente semplice. Girerei tutta l’Italia, vorrei toccare tutto il movimento e investire sui giovani di ogni realtà a partire dalla Serie C. Alla fin fine nulla di nuovo sotto il sole e, diciamocelo, una buona mischia chiusa è ancora un buon punto di partenza, quindi raduni veri di mischia chiusa, dove non si dialoga della quintessenza del rugby. Chiederei e darei massima disponibilità a lavorare senza orari, tutto pur di arrivare al risultato. Ripeto sono umilmente ambizioso come dovrebbe essere il rugby Azzurro.


Ma non è la stessa “rivoluzione” di O’Shea?

O’Shea è sicuramente una brava persona ma è alla fine che si fanno i conti e se siamo così si vede che poi non ha fatto. Ti ripeto io ho sempre detto quello che penso.

 

RugbyingClass di Umberto Piccinini

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