domenica, 7 Giugno, 2020

Rugby: il virus coronato placca anche il mondo ovale

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Il Consiglio della FIR, “radunatosi via web”, abbassa ufficialmente la saracinesca sull’attività agonistica a tutti i livelli e per qualsiasi ordine di età.
Dalla “palla ovale” italiana non ci saranno ulteriori ottanta minuti giocati, spogliatoi, tribune e “terzi tempi” che aiutino l’attecchire del Covid19.
Senza se e senza ma, un colpo di spugna e la stagione 2019/2020 cancellata integralmente.
Tutto sfuma come si fosse dentro ad una novella pirandelliana.
E’ la prima federazione sportiva italiana a gestire in modo risoluto la pandemia sanitaria.
Per la terza volta nella lunga storia del rugby italiano, dopo le drammatiche esperienze durante il periodo bellico, 1944 e 1945, non ci saranno né primi, ne ultimi, niente tricolori, retrocessioni o promozioni. Irrealizzabile, nel rugby, perfezionare a porte chiuse e tantomeno a tavolino.
Chi parla di resa del rugby pare fuori dal Mondo.
La scelta parte, invece, dal tenere la barra dritta rispetto i valori fondanti del rugby italiano e il loro concreto impatto sulla società civile e sui Club. E’ responsabilità della FIR, ma si potrebbe generalizzare per tutti gli sport, tutelare la salute e il futuro dei giocatori di rugby di ogni età e livello del nostro Paese, delle loro famiglie e delle loro comunità. Mostrare come il gioco di rugby sia pronto a rispondere eticamente alle condizioni complessive del Paese, duramente sfidato sul piano sanitario ed economico dalle vicende epidemiche attuali anche affrontando il sacrificio di una sospensione tanto tranciante sull’attività agonistica nazionale. Per riassumere in estrema sintesi il comunicato federale.
Siamo di fronte ad una valutazione tanto coraggiosa quanto inevitabile, figlia di una razionalità assolutamente condivisibile anche solo nel rispetto di chi sta perdendo la vita nel compito di salvarne altrui e di una popolazione a domicilio coatto da settimane.
L’ovale nazionale è in pratica condensato nella “Zona Rossa” del virus.
Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, vedono ben oltre la metà di tutta l’attività rugbistica nazionale. E’ lo stesso territorio che a giugno avrebbe ospitato il Mondiale U20 e prontamente annullato, dove “risiedono” nove compagini su dodici del Top12 (già Campionato di Eccellenza), in cui delle trenta società di serie A, divise in tre gironi, oltre due terzi hanno sede a nord dell’Appennino tosco emiliano.
Decisione difficile e assunta non all’unanimità, come si poteva ipotizzare visto dilemmi e anatemi del periodo, ma con voto a maggioranza, contrario Totò Perugini e astensione di Paolino Vaccari (due grandi del rugby azzurro giocato), il dubbio da parte CONI, non sul merito ma sulla tempistica, e qualche deciso mugugno da parte di alcune, molto poche, società che si vedono sfilare, senza voler essere irriverente, non si sa bene cosa pur consci ci saranno delle ricadute per il futuro.
Le conseguenze economiche sul nostro rugby si sentiranno certamente, contratti di sponsorizzazione e pubblicitari potranno avere una caduta vertiginosa e mancheranno gli introiti del “botteghino”, ma onestamente visto la modesta entità del “giro” di affari non sarà un terremoto devastante.
Poi francamente, anche sotto quest’aspetto, il semiprofessionistico rugby italiano era già malaticcio prima che il coronavirus incombesse con tutta la sua velenosità.
Altro scenario rispetto al resto del Mondo dove si sono lasciate delle “porte mezze aperte”, con sospensioni, proroghe e rinvii praticamente sine die. Per ora non proprio “the show must go on” ma un più semplice “standing by waiting”, insomma aspettare in piedi.
Un esempio tangibile arriva dal sovrano delle entrate quali sono i diritti televisivi. Il Top12 italiano è trasmesso “disinteressatamente” in streaming dal sito della Federazione, il Top14 francese concede la diffusione allo storico Canal+ con proventi che si aggirano intorno ai 75 milioni di Euro annuali e cifra prossima a salire. Confronto tangibilmente chiaro.
Qui una chiusura risolutiva potrebbe implicare qualche grattacapo più serio con la Lega transalpina costretta a una più che eventuale restituzione di quanto anticipato dall’emittente televisiva. Il danno contabile sarebbe rilevante e conseguentemente a cascata, cadrebbe in una pesante rivisitazione in sottrazione nei budget milionari dei Club e tagli per i compensi da nababbi dei giocatori. Ma all’orizzonte non si vedono diverse opzioni al fermo.
Analogo discorso per le tre federazioni britanniche e Irlanda, che hanno già proclamato il termine di tutti i campionati interni in tutte le categorie e la sospensione del Gallagher Premiership il massimo campionato inglese di rugby.
A tempo indeterminato arresto anche del Pro 14 (la kermesse transfrontaliera che vede Benetton e Zebre con franchigie celtiche e due sudafricane).
Le Coppe Europee, Champions e Challenge Cup, attualmente mantengo invariato il calendario con i quarti che si dovrebbero giocare nel prossimo week end. Assolutamente impensabile, solo a fronte della prolungata inattività, che le squadre scendano in campo.. Mai si potesse dimenticare che, a nord ovest, si è in pieno picco pandemico.
Il rugby extraeuropeo vive analoga situazione.
La Federazione nipponica ha dichiarato chiusa la Top League, il massimo campionato interno di rugby, con la possibilità di valutare, ripartendo dalla attuale fotografia di classifica, se giocare le semifinali il 23 maggio.
La Major League Rugby, il “sostanzioso” neonato campionato degli Stati Uniti richiamo per tante stelle europee e dell’Emisfero Sud, annulla la prima stagione senza aggiudicazione del titolo.
Sudafrica, Australia, Nuova Zelanda e Argentina idem come sopra, dove SANZAAR (il consorzio che raggruppa le singole federazioni del Sud del Mondo più il Giappone) interrompe il Super Rugby il più tecnico fra le competizioni copertura televisiva in quaranta Paesi.
Stesse condizioni vivono le Nazionali. Come la cancellazione dei più celebri appuntamenti sportivi dell’anno, dalle Olimpiadi alle classiche del ciclismo, dai tradizionali tornei del Grande Slam di tennis alle sfavillanti gare di motorismo, è impossibile poter tener invariata l’agenda internazionale legata ai test estivi programmati per il prossimo luglio.
Quale possa essere la scaletta agonistica 2020 degli Azzurri di Franco Smith non è facile da prevedere. E’ quasi nulla l’eventualità che si possa rendere concreto il tour americano e incontrare USA, Canada e Argentina.
Rimane in ballo un pezzo di Sei Nazioni. I match sospesi allo scoppiare del virus come a Dublino contro l’Irlanda e a Roma contro l’Inghilterra potrebbero scivolare fra settembre e ottobre, con anche Francia e Irlanda e Scozia Galles, se la “volontà” sarà di non lasciare monco il Torneo più vecchio del Mondo. Determinazione non nuova, non sarebbe la prima volta e potrebbe non essere l’ultima.
E’ chiaro, comunque, come il “non” gioco oggi valga una candela … da riattizzare come ci fosse un domani!

 

RugbyingClass di Umberto Piccinini

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