martedì, 22 Ottobre, 2019

Salvini, Di Maio: sono davvero il fascismo che torna?

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Pubblichiamo uno “spicchio” del volume I giallo-verdi e il fascismo che il nostro collaboratore Salvatore Sechi sta pubblicando presso l’editore di Firenze Goware.

In Italia sta per tornare il fascismo?
La domanda ha come destinatario il governo in carica presieduto da Giuseppe Conte e più specificamen te i leaders dei due partiti che lo sostengono,cioè la Lega e il Movimento Cinque Stelle.
Le sue diverse componenti sono bersaglio di opinioni assai differenti. Bastano due esempi che si possono controllare in qualunque edicola dei giornali. Mi riferisco, infatti, a due quotidiani molto schierati (una volta si sarebbe detto militanti).
Il primo è Il Foglio (fondato da Giuliano Ferrara), che punta tutto l’esplosivo contro il Movimento Cinque Stelle (dal fondatore Beppe Grillo, alla famiglia Casaleggio e a Luigi Di Maio). Il secondo è Il Fatto quotidiano (diretto da Marco Tavaglio e da un pool di uomini di sinsitra), che,insieme a laRepubblica, ha come vittima privilegiata la Lega soprattutto nella persona di Matteo Salvini.
Con l’eccezione di Travaglio, in generale i commentatori, compresi quelli dei giornaloni, si alimentano delle rodomontate, dell’aggressività, delle pose non di rado fascistoidi di Matteo Salvini.
Purtroppo dimenticano di mettere in prospettiva, dare cioè il quadro generale della politica realizzata dai dirigenti del governo che mettono spesso e volentieri alla gogna. Una riflessione è stata proposta da Sabino Cassese nel volume La svolta. Dialoghi sulla politica che cambia, appena edito da il Mulino

Questo 65° Esecutivo della settantreenne repubblica è stato, e continuerà ad essere (fin quando dura in vita), non il frutto di un’intesa, cioè di una convergenza politica ideale, ma di una soluzione obbligata, di emergenza. I contraenti (Lega e Cinque Stelle) avevano, ed hanno, molto poco in comune.

La prima, infatti, proviene da lunghe (locali, regionali e nazionali) esperienze di governo con Silvio Berlusconi, e da un anno, con la leadership di Matteo Salvini guarda sempre più alla destra. La seconda ha una base elettorale e molta parte dei programmi che fanno parte dell’arsenale storico della sinistra meno tradizionale.
Per consentire a questo ircocervo di muovere qualche passo è stato concordato non un programma comune, ma un “contratto”.

È stato chiamato con questo nome un accordo molto diverso da quello minutissimo e quindi vincolante della socialdemocrazia tedesca con i popolari della Cdu in Germania.
Quello italiano è a maglie molto larghe, cioè sono spesso titoli di interventi ai quali non segue alcuna dettaglio o anche questo ha un carattere scarno ed essenziale. È limitato nel tempo-una legislatura, cioè un tempo certamente troppo generoso- e nelle misure programmatiche da adottare.
Lega e Cinque Stelle sono entrambi due partiti fortemente gerarchici, centralizzati, a carattere plebiscitario. Chi è eletto (o nominato) alla testa dei due partiti\movimento, in nome della maggioranza esercita un dispotismo quasi assoluto, grazie alla mancanza di qualunque forma di democrazia interna. Non esistono (e, comunque non se n’è mai sentito parlare) organi collegiali dei due partiti.

Beppe Grillo potrebbe intrattenere le piazze facendo presente ai suoi molti fans, che rispetto alla propria creatura (Cinque Stelle, appunto) vecchie formazioni come la Dc e il Pci erano arene di democrazia e di dibattito, in cui il potere ricevuto assomigliava ad una delega. Certamente non a tempo, ma sicuramente a rischio.
Per esempio il segretario che perdeva in misura sensibile le elezioni andava a casa, cioè aveva il buon gusto, e la moralità personale, di dimettersi.
Invece il segretario del Cinque Stelle, pur disponendo al governo di una maggioranza di più del 40% (contro la Lega che ne ha quasi il 30% e i cd “indipendenti” per più del 30%), in seno all’Esecutivo non ha mai contato nella misura di questo consenso.
A farsi sentire, ad ogni stormire di foglie, nelle piazze, nei media, nelle reti web, è stato Salvini, cioè chi aveva avuto meno seguito elettorale (precisamente il 17 rispetto al 33% dei pentastellati).
Alle elezioni del 2019 questi ultimi hanno clamorosamente perso Comuni (di ogni ordine di grandezza e di rango), Regioni e ogni influenza nel parlamento dell’Unione europea.

Detto più chiaramente, in un anno i Cinque Stelle guidati in maniera semplicemente fallimentare da Di Maio hanno lasciato in terra il 50°% dei voti. Ma questo micidiale insuccesso politico e impressionante debacle personale non sono stati sufficienti a indurre Di Maio a un atto di dignità, e di moralità, quello di dimettersi.
Ha,invece, agito in nome di un esemplare attaccamento al potere leaderistico. Pertanto, coerentemente, ha richiesto un voto di conferma ai propri colleghi dognitari(Grillo, Casaleggio, Fico, i due capigruppo di Camera e Senato).
Com’era prevedibile gli è stato accordato (con un distinguo molto sensibile e corretto ad opera di Fico e di una ventina di scontenti) da circa l’80% degli iscritti alla cd piattaforma Rousseau, cioè uno strumento privato (di proprietà della famiglia Casaleggio) che non consente la trasparenza e il controllo dei voti.
La competenza e la professionalità dei pentastellati sono in generale inesistenti o occasionali, rispetto alla maggiore cultura di governo della Lega che, amministrando da decenni comuni, province, regioni e pezzi dello Stato, se ne ha creato una anche di qualche rango.
Questi rilievi critici sul carattere oligarchico, anzi cesaristico, dei Cinque Stelle sono stati richiamati spesso dalla stampa.
Meno lo si è fatto per informare l’opinione pubblica sulle realizzazioni varate nel giro di un anno del governo Conte.

Nessun governo, né di destra (fino all’ultima presieduta da Silvio Berlusconi, un lungo iter oggetto di una ricerca comparativa in un bel volume, a cura di Giovanni Orsina, pubblicato da Rubbettino, Storia delle destre nell’Italia repubblicana) né di sinistra (qualunque premier si voglia citare) ha mai messo mano a provvedimenti legislativi che, nel giro di 12 mesi, abbiano avuto l’effetto di determinare modificazioni così numerose e radicali: nelle forme della rappresentanza, nei compensi ai parlamentari (stipendi, pensioni, vitalizi ecc.), nella sicurezza (messa in pericolo, recita il relativo decreto, da “scafisti, camorristi, spacciatori, e teppisti da stadio”), nella lotta alla corruzione, nei traffici per scambi elettorali, ecc.

Se non si dà conto, e non si riflette, su questo bilancio non si capirà mai perché abbia avuto un così esteso successo, verticalmente ed orizzontal mente, la Lega e la persona del suo leader, Matteo Salvini.
Si tratta del dirigente che ha saputo imprimere alla vecchia carcassa di Bossi una sollecitazione, anzi una vera e propria torsione, perchè diventasse un partito di destra, addirittura di estrema destra. È l’assunto di una stimolante ricerca sociologica per il Mulino di Gianluca Passarelli e Dario Tuorto. La Lega di Salvini. Estrema destra di governo) 1

Di qui l’interrogativo rettorico sollevato da diverse parti nel perfido girotondo mediatico del nostro paese: volete replicare, consapevol mente o meno, alcuni aspetti della vicenda storica del regime mussoliniano?
Chi si è speso di più in questo rilievo critico insistito (ma anche argomentato) è il quotidiano romano Il Foglio.
Poichè nessuna goccia d’acqua è uguale all’altra, andava chiarito se per fascismo si intende, come diceva Indro Montanelli, un regime da operetta (cioè qualcosa di macchiettistico e quindi molto corrispondente a qualcuno dei nostri maggiori vizi nazionali) o l’esperimento italiano di un regime totalitario assimilabile al nazional-socialismo o al comunismo sovietico. Come ha rilevato Emilio Gentile, tra di essi si possono rinvenire molte affinità, somiglianze (non solo esteriori), ma non al punto di sostenere che sono riducibili allo stesso fenomeno.
Una terza interpretazione ne ha datato le origini e l’evoluzione in una interminabile lotta di classe tra i capitalisti (industriali, agrari, finanzieri ecc.) da un lato, e i ceti popolari (soprattutto il proletariato di fabbrica) dall’altra.

Questultimo è lo stereotipo, propalato dai socialisti e soprattutto dai comunisti.
Poichè tiene banco dal biennio rosso 1919-1920, e risulta fino ad oggi, è ampiamente vincente. Vi si enfatizza il ruolo della borghesia agraria e industriale, assunta come promotrice di una vera e propria reazione di classe.
E’ facile pensare che si riconoscano in questultima versione dirigenti politici di Cinque Stelle molto giovani come Di Maio o un influencer e grande semplificatore (un vero e proprio Salvini da Cinque Stelle) come Alessandro Di Battista. Ma mi pare difficile che a tale discorso pubblico possano abboccare sia lo stesso Salvini sia il suo vice Giorgetti.
Avendo un lungo percorso politico maturato anche tra le strutture di base, locali, della politica della Lega, questa immagine truce e truculenta dei fascisti come guardie bianche del capitalismo dell’Italia settentrionale e centrale credo sia meno accoglibile di un’altra che per il periodo 1919-1922 valorizza il ruolo (l’iniziativa e la responsabili tà) dei partiti, in particolare del partito socialista.

Il Psi commise l’errore tragico, e fatale, di contrapporre la bandiera rossa della classe operaia al tricolore della nazione impersonato dagli ex combattenti e dai fascisti.
Di qui l’origine di una durevole e aggressiva guerra civile che ha connotato il primo dopoguerra. Ha dominato a lungo la vita politica, sociale, culturale e in generale civile del nostro paese, e fu animata da queste due grandi “opposte passioni politiche”. Solo i termini usati nel terzo volume della sua Storia delle origini del fascismo. L’Italia dalla Grande Guerra alla marcia su Roma, Il Mulino, Bologna da uno storico come Roberto Vivarelli.

Questo approccio storiografico di natura liberal-democratica (e quindi in Italia assolutamente minoritario) se accolto potrebbe essere politicamente utile anche oggi per ritessere,senza le asprezze del passato, i rapporti tra la sinistra e i moderati.
L’accusa di fascismo rivolta a Salvini nel suo carattere perentorio si nutre di elementi ideologici che in parte provengono dal primo dopoguerra.
Dobbiamo avere il coraggio di dire che furono diretta emanazione dell’impressionante fascinazione ideologica avuta da Lenin e dal leninismo sul Psi.
Nel congresso nazionale di Bologna, nel 1919, fu lo stesso Filippo Turati a far inserire nello statuto del partito il richiamo all’adesione alla conquista bolscevica del potere in Russia e a Lenin.
Non mi riferisco agli intransigenti della sinistra che ogni giorno promettevano la presa del potere e la ì e con la rivoluzione.

Chi si illuse di potere ottenere un risarcimento sulla sconfitta riportata nell’opporsi all’”interventismo” del 1915, e di potersi impadronire del potere, mettendo a soqquadro lo stesso regime parlamentare, furono grandi dirigenti riformisti, alla testa di sindacati, cooperative e municipalizzate.Penso-per quanto possa sembare incredibile- riformisti come Gino Baldesi, Bruno Buozzi, Claudio Treves, Matteo Matteotti, Giovanni Montemartini.
Non si leggono senza tristezza e sconcerto infinito le loro campagne anti-patriottiche, il deprezzamento degli enormi sacrifici (di vite umane e risorse) della guerra, una sorta di odio ancestrale portato contro la nazione.
Lo fecero addirittura in momenti in cui lo squadrismo fascista aveva ridotto in macerie e cenere le reti dell’organizzazione socialista, appiccando anche il fuoco all’Avanti!.

Contariamente a quanto spesso si sente dire, e si legge, la prima guerra civile vide i fascisti scatenati contro i liberali, le istituzioni dello Stato liberale. Li accusavano, non a torto per la verità, avere consentito (a cominciare dalle forze di polizia) che la campagna di sovversivismo anti-patriottica e anti-nazionale si dispiegasse in ogni angolo del paese.
È solo di fronte alla latitanza degli apparati e dei rappresentanti statali del liberalismo che lo squadrismo fascista prenderà di mira socialisti e comunisti. Fu l’inizio di una guerra civile prolungata.
Non è finita e non è destinata a chiudersi con parentesi di pace (come Il gesto di Almirante e Berlinguer, rievocata da Antonio Padellaro nel volume appena edito da PaoerFirst, la bella collana del Fattoquotidiano). La guerra civile non lascia scie di pentimenti, abiure, perdoni. Si può auspicare solo una forma civile di coabitazione tra diversi, cioè una convivenza non armata. Le diverse, opposte memorie vivono a parte, come un’altra vita.

Salvatore Sechi

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