venerdì, 19 Luglio, 2019

Salvini e la deriva verso la destra estrema

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Perché nei confronti di Matteo Salvini e di gran parte della politica del governo Conte è scattata l‘accusa di emulo, ripetitore, fan o mosca cocchiera del fascismo?
In primo luogo per il suo vitalismo, la propensione a dare risposte immediate e dirette, che preannunciano atti amministrativi o legislativi di eguale segno. È la metafora di chi vuol mostrare di avere del potere, di non essere costretto a passare nel campo minato delle pandette parlamentari e dell’inferno burocratico.
In questo atteggiamento (che non di rado resta tale, cioè una mossa, un gesto perentorio e solenne) c’è l’insofferenza per un regime democratico che ama rappresentare tutto e tutti, ma non decide, o decide poco, e male.
La sinistra ha avuto più di una simpatia per Umberto Bossi. Luigi Berlinguer arrivò a dedicargli un articolo sul quotidiano l’Unità definendolo quel che è stato sempre negato ai radicali di Marco Pannella e Emma Bonino (cioè i maggiori fautori dei diritti civili): una costola della sinistra.

L’avversione profonda per Salvini deriva dalla credenza nella rapidità delle sue decisioni. È esattamente quello che comunisti e socialisti (costretti da sempre a vivere di mediazioni e a non avere saputo fronteggiare la nostra micidiale burocrazia) hanno per decenni trascurato.
Si è preferito cullarsi nell’illusione che per soddisfare, o solo lenire, i disagi e la sofferenza delle masse per la loro secolare esclusione dai luoghi del potere bastasse offrire i miti, e i riti, della partecipazione, cioè pozioni di droghe euforiche.
Una rottura è sembrato offrire la leadership di Matteo Renzi. È stata l’occasione per una brillante e ineccepibile esposizione critica – da parte di un giuslavorista come Pietro Ichino sul quotidiano Il Foglio – dei limiti della cultura politica e delle proposte, soprattutto in sede sindacale, dei comunisti.
L’esaurimento delle funzioni catartiche di questa droga avverrà quando sulla scena politica fanno il loro ingresso la Lega e Cinque Stelle.

Proclamano un ferrovecchio (da paradiso delle illusioni) la superiorità della democrazia diretta rispetto a quella rappresentativa o delegata. Ma sono anche realisti quando ai grandi disegni soteriologici (cioè di cambiare la società e addirittura gli uomini, quindi la natura umana) preferiscono soluzioni più a portata di mano come il federalismo, il reddito di cittadinanza, il dimezzamento del numero e degli stipendi dei parlamentari, la legge blocca-prescrizioni, l’abolizione dei vitalizi, il salario minimo, la riforma del voto di scambio, l’abbassamento del quo rum per il referendum propositivo, lo stop allo svuotamento delle carceri, la normativa anti-corruzione, il dl Dignità ecc.

Tutto ciò avviene in un quadro che riecheggia il professionismo politico, l’assenza (a parte tentativi evanescenti) di innovazioni nel rapporto con la società civile. A documentarli è stata Irene Tinaglia nel suo importante lavoro, La grande ignoranza, pubblicato da Rizzoli.
La sua analisi ha indotto alcuni a pensare che siamo in presenza di forze politiche che riecheggiano comportamenti e azioni proprie del fascismo.

Per quanto concerne il Movimento Cinque Stelle, questo rilievo critico è stato in più occasioni avanzato dal quotidiano Il Foglio.
In riferimento alla Lega l’accusa si fa molto stringente e a tratti ossessiva. Rispetto alle origini e al passato fatto di culture politiche diverse (dall’originaria “celtico-padana” a quella libertaria-autonomista fino a quella antifascista) legate a Umberto Bossi e Roberto Maroni, negli ultimi tre lustri si è dilatata pervasivamente la radice di estrema destra.

In seno ad un movimento composito come la Lega, essa era stata sempre in sordina, minoritaria. Col tramonto poco onorevole di Bossi e la politica seguita da Maroni di impadronirsi di ogni lotto di potere in Lombardia e Veneto, è lentamente diventata centrale e dominante.

Secondo l’accurata ricerca di Claudio Gatti (I demoni di Salvini. I postnazisti e la Lega, Chiarelettere, Roma) farebbe capo ad un gruppo di melanconici fans di Hitler che sembra riuscito a farne la forza autoritaria-razzista in salsa filo-russa guidata da Salvini .
Gode del consenso di due italiani su tre. E tra poco sapremo se è tutto racchiudibile nel perimetro della politica senza politica (1), cioè del rancore e del cinismo.
Sono i sentimenti che potrebbero avere indotto milioni di italiani, stanchi degli impegni non mantenuti e delle promesse a vuoto tanto del centro-destra quanto del centro-sinistra, ai comportamenti odierni: massiccia astensione dal voto o scelta di pilotarlo verso la Lega Salvini.

Preoccupante è che questo dirigente politico abbia stabilito dei rapporti di collaborazione con l’ultimo zar di tutte le Russie, Putin, e insieme ad esso abbia sviluppato un’azione convergente per la scompagina mento e la crisi dell’Unione europea.
La volontà di debellare e anzi minare il complesso e per nulla agevole processo di integrazione europea è resa evidente proprio dal rifiuto, mai celato da Salvini e dai suoi, della cultura politica liberal-democratica su cui l’unità europea si fonda.

Non si può negare la differenza con Bossi. Sia pure strumentalmente, avendo sempre avuto lo sguardo volto a costruire un sistema regionalista–autonomista, ha se non proprio accolto certamente cavalcato l’europeismo. Invece, Salvini non fa mistero di distare da esso anni-luce, come dimostra l’imperversante ostilità nei confronti della vocazione liberal-democratica della comunità europea, e il suo legame con il gruppo delle destra estrema di Nigel Farage, Marine Le Pen e tutti gli altri partiti più marcatamente contrari al processo di integrazione.

Secondo Pietro Ichino (cito dal suo blog), a questa “ostilità… il Salvini-ministro ha abilmente messo la sordina, consapevole del favore che ancora anima due terzi degli italiani verso quel processo di integrazione continentale e verso i principi della democrazia liberale; ma è, ciononostante, un’ostilità profonda mente radicata”.

Lo scambio di amorosi sensi con Orbàn non è un un incidente di percorso, una vicenda episodica di scarsa comprensione e debole intesa tra commilitoni. In realtà esplicita una comune visione autoritaria con effetti sullo stesso assetto politico-istituzionale italiano. Sarebbe strutturalmente legata alla prospettiva di un drastico depotenziamento del processo di integrazione nella UE e all’instaurazione

Salvatore Sechi

(1)  Rimando al saggio di Marco Revelli, La politica senza politica, Einaudi, Torino 2019.

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