domenica, 20 Ottobre, 2019

Salvini una macchietta che non incute paura

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Dal Ministero dell’Interno dipendono tutte le nostre forze di prevenzione, repressione e sicurezza. Più precisamente, prefetti, questori, polizia, carabinieri, ma anche guardia di finanza. Quella del Viminale è una storia grande e terribile,almeno rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati in un Paese come il nostro retto da ordinamenti liberal-democratici. (1) La tradizione della violenza e della discriminazione dei cittadini è scemata nel tempo, ma in parte è rimasta. È stato a lungo un emblema del palazzaccio romano di Via Genova. È facile per i lettori immaginare che cosa avrebbe fatto l’attuale ministro dell’Interno, Matteo Salvini, cioè come e quanto avrebbe usato questi poteri istituzionali a lui soggetti se culturalmente o politicamente egli fosse un fascista a tutto tondo.

L’oscuro e occasionale ospite del Viminale non è persona colta. Non è riuscito neanche a laurearsi. E non è noto per essere un assatanato lettore. Pertanto, non ha un progetto politico ampio ed organico come la costruzione di un regime dittatoriale. Nelle pagine precedenti ho descritto alcuni aspetti del sistema messo a punto dal fascismo “storico” . Ha visto impegnati personaggi che la Lega e i Cinque Stelle non possono mettere insieme.

Certo non lascia dormire sonni tranquilli che nelle interviste concesse al Corriere della Sera e Il Messaggero di ritorno da un viaggio, a fine agosto 2014, il Capitano abbia descritto la Corea del Nord, un paese di lager e di torturatori dell’opposizione, come dominato da “uno splendido senso di comunità”, con i bambini che giocano per strada, la gente che va in giro di notte. Questa sorta di paradiso terrestre è per lui un sogno ricorrente, per la solita ragione, “perché lì non c’è immigrazione e di conseguenza non c’è criminalità, né degrado”.

Infatti nell’ottobre dello stesso anno, reduce da un viaggio a Mosca, per far capire a Putin che la Lega è contro le sanzioni decretate al suo paese dall’Unione europea, si abbandona al ricordo lirico di una città senza clandestini, lavavetri, campi rom, con le ragazze in metropolitana alle due di notte ecc. Fa di più, in quanto candidato mancato ad una laurea in storia col mio amico e collega Giulio Sapelli, docente dell’Università di Milano. Alla fine del 2014 sostiene che l’Unione europea non è diversa dal’Unione sovietica di Stalin, cioè uno sterminato gulag per i popoli sovrani del continente, costretti a subire le regole autoritarie di Bruxelles, a servirsi di una moneta infame come l’euro ecc. Come che sia, per l’esponente delle Lega la Russia “rappresenta il principale baluardo contro l’estremismo islamico.Ed è anche un grande mercato per le nostre imprese che le sanzioni idiote di Bruxelles ci fanno perdere”. (2)

A differenza di Giampaolo Pansa (3), non credo che Salvini possa essere pericoloso. Certamente può fare molto per ammaccare, provocare insofferenza verso alcuni tratti del nostro Stato di diritto. Poca roba rispetto a quanto può fare per mettere i bastoni tra le ruote, e scombinare, l’assetto dell’Unione europea. Contro di essa ha schierato due economisti freddi e fini ragionatori come Claudio Borghi (lo si riconosce facilmente perché nei dibattiti televisivi non lascia palla al vice-direttore del Corriere della Sera Federico Fubini) e Alberto Bagnai, e nel governo poteva contare sul ministro Paolo Savona (ora alla testa della Consob).
Ma anche questa possibilità è venuta meno, cioè fallita, dal momento che le elezioni hanno sancito la sconfitta dell’attacco frontale scatenato dai sovranisti europei.

La Lega è diventata il primo partito in Italia, ma non conta nulla nella Commissione europea. Salvini deve darsi una regolata, e portare pazienza.
In realtà, ad onta del pessimo carattere imperioso esibito, gli basta accontentarsi di poco, come dettare l’odg, imporre il menù della giornata.
Al primo posto c’è sempre un fenomeno che nel Paese non ha il rilievo che egli gli attribuisce, cioè il contenimento della presenza della gente di colore, soprattutto dei migranti, soprattutto clandestini. In capo alle preoccupazioni di Salvini non c’è per nulla il rafforzamento della democrazia italiana ed europea (4). Non una parole ha speso per l’ampliamento dei diritti civili, l’estensione delle pari opportunità per le donne e gli immigrati, la sicurezza nei posti di lavoro (come l’edilizia), la lotta senza quartiere per contenere (e fare abbassare) i costi dei prodotti farmaceutici per le cure mediche, la battaglia campale contro la speculazione edilizia, l’ampliamento degli organici della magistratura e della sanità ecc.

Né si può dire abbia ingaggiato, se non a parole portate via dal vento, la lotta alla criminalità, a cominciare da quella mafiosa, che nel paese è cresciuta a dismisura. Salvini, come ogni buon sovranista, punta a un obiettivo meno ambizioso e più facile da realizzare: cioè alimentare l’insicurezza e la paura dei cittadini. Anche dove neri, mussulmani, poveri africani se ne vedono circolare pochi, è riuscito a convincere la gente che in milioni si sono riversati nei nostri centri abitati. Da ospiti a occupanti, nei suoi conturbanti deliri rileva che stuprano le ragazze e le vecchie, spacciano droga a quintali, si blindano abusivamente negli appartamenti presi d’assalto con nidiate di figli al seguito. Tutta questa gente avrebbe fatto saltare il sistema dell’assistenza sanitaria. E per di più ti molestano quando sei seduto in un bar chiedendo ossessivamente la carità.

È sempre lo stesso il piano di lavoro, cioè di combattimento, del Capitano. Al primo posto c’è la caccia al migrante battezzato come spacciatore di droga, in combutta con gli scafisti, aggressivo e puzzolente.
Che cosa debbono fare milioni di elettori se non votare questo loro salvatore, misericordioso benefattore, garante supremo della loro sicurezza? La sua furbizia consiste nell’accortezza di presentarsi in coppia col proprio comprimario Gigino Di Maio. La bella coppietta sovranista offre un aumento delle pensioni minime fino a 780 euro al mese per i singoli e di 1170 euro per le coppie, insieme a riduzioni di tasse per imprenditori e lavoratori, blocco dell’Iva ecc…

Fortunatamente per noi, al Viminale è insediato un ministro che si appaga di battute insolenti contro i meridionali (sull’inizio dell’avventura della Lega), non di rado razziste (verso i colored), cura delle pose fascistoidi nell’incauto culto della nazione (“l’Italia prima di tutto”, “la pacchia è finita”). Ogni tanto, sapendo che a Berlino e a Parigi nessuno lo prende sul serio, prende a male parole Macron e la Merkel. In politica internazionale ama barcamenarsi tra Putin e Trump, gli Stati Uniti e la Russia, dollari e rubli, optano perché al momento gli dà un qualche credito

Questo teatrino noi italiani lo conosciamo. È la replica della macchietta interprete dell’”eterno fascismo” nostrano di cui parlavano Carlo Levi e anche Umberto Eco. Mi spiace per la tremebonda (ma dalla fascinosa scrittura) conterranea, Michela Murgia, e per gli altri intellettuali che, con questi governanti, temono il ritorno del fascismo. Salvini non fa per le loro paure. Non è una camicia nera vestita ed educata di tutto punto per intimidire, aggredire e uccidere gli avversari. Si limita a provocarli, a far sentire loro che, avendo vinto le elezioni europee, il comandante è lui. A Roma come a Bruxelles gli debbono rispetto e obbedienza.

È vero, ciarla, grida e urla, ma si agita solo per sfilare a due palle di gomma come Di Maio e Toninelli (e ora anche a Giovanni Tria, ministro dell’Economia) pezzi dei poteri dei loro ministeri (soprattutto quello delle Infrastrutture), perché vuole controllare meglio i porti e la navigazione.
È una sorta di padroncino delle ferriere che spesso perde il conto delle molte grandi sconfitte subite. Nei salotti televisivi, dove si diventa timorati di Dio qualche minuto dopo il responso elettorale, nessuno osa ricordargliele. È una perdita di tempo prenderlo sul serio quando fa la voce grossa e la faccia feroce, pensando che possa armare qualche macchina da guerra come un regime dispotico per stremare e mettere a tacere le opposizioni.

Siamo di fronte, invece, ad un dirigente politico bon à tout faire come dicono i francesi, o multifacetico come dicono gli spagnoli.
Come ogni politico costretto a difendersi dagli attacchi che subisce, non ammette responsabilità e tanto meno colpe. Per proclamare la propria innocenza indulge sempre ad evocare complotti e congiure orditi dentro e fuori del paese. Come faceva Bossi e anche Berlusconi, per tacere di Matteo Renzi.

La loro brutta fine (essere mollati dagli elettori stanchi di averli di torno) anticipa il destino prossimo venturo del comandante delle camicie verdi leghiste.

1 –  Rimando al saggio che l’ha ricostruita senza pregiudizi, Giovanna Tosatti, Storia del Ministero dell’In terno, Bologna, Il Mulino, 1992.

2 – Si veda l’intevusta rsa ad Alberto Mattioli de “La Stampa” 29 novembre 2014. ,ripreso da Pansa, p. 48.

3 – Rimando alla riflessione cituca e alle porposte di Andrea Graziosi, Il futuro contro, il Mulino, Bologna 2019.

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