lunedì, 16 Dicembre, 2019

Sanremo 2019: un Festival che vuole descrivere il nostro Paese

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Polemiche, critiche, accuse, gaffes, problemi tecnici, momenti esilaranti, ma soprattutto tanta musica. Ed è questa che, giustamente, si è voluta rimettere al centro con la 69^ edizione del Festival di Sanremo; come ha ribadito il direttore artistico Claudio Baglioni. In tutta la sua armonia, cioè in una contaminazione di generi che è ricchezza e bellezza, che sa di integrazione – come ha voluto commentare su Twitter Elisa Isoardi -, ma soprattutto attraverso cui si racconta il nostro Paese, di un’Italia sociale, non politica, ma reale – in tutti i suoi problemi più sentiti -; in particolare dai giovani; e le nuove generazioni sono proprio il fulcro dei temi trattati nei brani. A partire dai vincitori di questo Festival, che non manca di rivolgere uno sguardo sul mondo circostante. Uno dei momenti più divertenti e più riusciti è stato quello di intrattenimento di Virginia Raffaele con Ornella Vanoni (in grado sempre di sorprendere, almeno quanto l’applauditissima Loredana Bertè o di sapersi sempre rinnovare come Patty Pravo) – per stessa ammissione della stessa conduttrice a “Che tempo che fa” condotto da Fabio Fazio -. Tuttavia non si può non menzionare il ricordo di una tragedia che ha stravolto il nostro Stato e soprattutto quella tanto amata Liguria che ospitava il Festival: cioè Genova, con il crollo del ponte Morandi. Nei brani in diverse occasioni è ritornata la metafora del ‘ponte’, da intendere come simbolo di unione, di legame sociale, non di separazione o di distruzione; ma una forma quasi di commemorazione, che si è voluto fare riportando alla mente le circa 43 vittime del crollo, ma anche la voglia di ripartire di quella città e di un intero Paese, di ricostruzione, la stessa che, in quel medesimo luogo, sta ricostruendo e risorgendo dalle macerie, dalle ceneri di una dramma che doveva essere evitato e che non può lasciare indifferenti; neppure laddove la musica anima, diverte e si fa intrattenimento; ma prima è impegno sociale, veicolo di un messaggio solidale importante. Ed allora è in questo contesto che le musiche vincitrici assumono ancora più valore e significato e prendono senso improvvisamente, facendoci riflettere e riportando alla memoria esperienze che non vanno dimenticate. Soprattutto quel coraggio di non mollare mai, di non arrendersi, di ripartire sempre. Tanto che lo stesso Baglioni ha rivolto un pensiero a Genova: “La Liguria, se la guardate sulla carta geografica, ha una forma. È lunga, sottile, ricurva… è la forma di un ponte. Proprio questa mattina a Genova è iniziata la demolizione di quello che è rimasto del Ponte Morandi. E dunque questa mattina è anche incominciata simbolicamente la costruzione di un nuovo ponte. Una fine e un inizio che si incrociano in un giorno solo. La morte e la vita, la memoria delle 43 vittime e l’idea di un futuro migliore nella stessa immagine. Come lo yin e lo yang. Un abbraccio a tutta la Liguria dal Levante al Ponente, dal passato al futuro, dal lutto alla rinascita”.
Così, la vera domanda che sembra aver fatto da cornice è quella che dà il titolo alla canzone di Motta, che ha vinto nella quarta serata come miglior duetto (con Nada): “Dov’è l’Italia”. Nel testo si parla di un’Italia in bilico, quasi sospesa nell’incertezza, nel limbo di chi non sa decidere né prendere una posizione, in una popolazione divisa a metà tra “chi vince e chi perde”; e poi c’è “chi non se la sente”, non sa più che cosa desiderare, inseguire, che sogni avere, se può ancora desiderare qualcosa per sé, a chi dare retta, di chi fidarsi e a chi affidarsi quasi metaforicamente potremmo dire. E allora ci si ‘perde’ come il protagonista, che non sa più l’Italia dove sia, cioè quello che era una volta il Paese, quello che era stato, con i suoi valori, il suo passato, perduto anch’esso. L’unica cosa che potrebbe ancora salvare è l’amore, ma a volte anche questo sentimento sembra vacillare. Tutto sembra cambiato inesorabilmente. Non si ha più neppure voglia di lottare, quel desiderio di prima di chi “sognava di ripartire” ed ora è un po’ rassegnato forse. Eppure quella voglia c’è stata davvero negli italiani, in tutti noi, o almeno in chi quell’Italia l’ha conosciuta davvero e se la ricorda bene, in chi l’ha amata e l’ama ancora, anche se ora quel ricordo sembra perduto anch’esso: “l’abbiamo vista arrivare con l’aria stravolta di chi non ricorda cos’era”. Ora non si “sa dove andare”, alla deriva, come la barca di Sanremo, quella nave che il dirottatore Baglioni ha cercato di governare dandogli la giusta rotta.
E allora, ricordandoci il punto in cui siamo arrivati, di smarrimento quasi, soprattutto di ideali e valori, in cui si può rinascere solo con la forza dell’amore, a proseguire il cammino tracciato da Motta ci ha pensato il vincitore assoluto dell’edizione 2019 del Festival: Mahmood con la sua “Soldi”. Nome d’arte di Alessandro Mahmoud (milanese doc, classe 1992), è un volto noto nel panorama musicale. Ha collaborato con Fabri Fibra in “Luna”, con Michele Bravi in “Presi male”, con Guè Pequeno (con cui ha duettato) in “Doppio whisky”. Lo scorso anno con “Gioventù bruciata” ha vinto la seconda serata di Sanremo Giovani e ottenuto il premio della critica Mia Martini.
Mentre, quest’anno, il suo brano “Soldi” ha ricevuto due riconoscimenti: il premio Enzo Jannacci come “Miglior interpretazione” e il premio Baglioni d’oro come miglior canzone votata dagli artisti in gara. Parla della storia di un figlio abbandonato dal padre, che tenta di ricostruire il rapporto con il papà, mentre si chiede perché se ne sia andato ed abbia lasciato solo con la mamma che lo ha cresciuto senza nessuno al fianco. Le risposte non arrivano, ma di sicuro i soldi del brano sono simbolici di un bene materiale cui puntiamo, senza pensare all’importanza dei sentimenti invece al contrario. Il suo stile è un pop marocchino. Le sue origini fanno pensare anche al problema dei migranti, che coinvolge anche il nostro paese e la stessa canzone, forse, potrebbe avere una tale lettura, per quanto profondamente autobiografica.
Un’Italia fatta anche della speranza di tanti migranti venuti da altrove in cerca di una nuova possibilità di un futuro migliore, che hanno dovuto affrontare l’inganno di chi agisce solo per interesse, per profitto, per fare soldi, a scapito di tanti altri esseri umani di culture diverse, ma uguali a noi in fondo. Soldi che ricordano anche la sete di potere di molti potenti ricchi, accecati solo dal dio denaro; ma quest’ultimo è un valore che toglie dignità alle persone, li priva del dovuto rispetto della loro persona umana, di quell’umanità che fa bene, che porterebbe crescita. Invece c’è chi pensa solo ai soldi, vuole ‘fregare l’altro’, approfittarsi della sua vulnerabilità, condizione di disagio o debolezza per prevaricarlo, togliendogli così tutto. “È difficile stare al mondo quando perdi l’orgoglio”, è la frase forse più emblematica in assoluto di tutto questo Sanremo e forse per questo ha vinto. L’orgoglio, ovvero la dignità di chi ha lasciato tutto, ha rinunciato a tutto, ha scommesso sulla sorte, ha investito tutto quel poco che aveva per avere speranza che gli è stata tolta con l’inganno; l’orgoglio di chi, come dice Mahmood nella canzone, ha lasciato “casa in un giorno” e dall’oggi al domani si è trovato senza più niente, solo, senza neppure una mano, un aiuto, un conforto. Infatti spesso perde anche la sua famiglia, a cui deve mandare soldi, ma così gli affetti si allontanano e ci si sente traditi, delusi, abbandonati, non si riesce più a fidarsi di nessuno; non si riesce neppure più a parlarsi, a chiarirsi, anche se quello che si vorrebbe è che potesse tornare tutto come prima. Un rapporto incrinato e sempre più conflittuale tra un padre e un figlio, un dialogo sempre più assente e difficile, che sembra tutto indirizzato solamente dai soldi da dare e da ricevere, quasi che fosse l’unica cosa che conta. Mahmood, tuttavia, non sa se porterà “Soldi” all’Eurovision Song Contest quest’anno a Tel Aviv (in Israele).
E se il legame padre-figlio è un argomento molto importante, quello che è rilevante notare è che molte canzoni sono state molto più intime ed autobiografiche (oltre a questa del vincitore, come detto, basti pensare a quelle di Francesco Renga ed Anna Tatangelo, in lacrime di commozione durante l’esibizione), legate alle esperienze personali dei cantanti, per questo più sentite e commoventi, profonde. A partire da quella del secondo classificato: Ultimo e la sua “I tuoi particolari”, che parla di quotidianità, dell’intimità di un rapporto sentimentale, di una coppia, di qualcosa che comunque si ricorderà per sempre – anche se la storia può essere finita – di cui si ha nostalgia e si sente la mancanza; e un senso di profonda solitudine invade il protagonista. La frase che più colpisce della canzone è proprio quella che dipinge la profonda solitudine che caratterizza spesso gli esseri umani, non in grado a volte di confidarsi e manifestare fino in fondo i propri sentimenti e che vivono di rimpianti e rammarico, chiudendosi sempre più in se stessi: “ti senti solo perché non sei come appari”; essere sempre se stessi, al di là delle apparenze, l’autenticità dietro la forma e il conformismo alle etichette e regole generali. E proprio Ultimo ha vinto il premio Tim Vision del brano più scaricato con l’applicazione di Sanremo. Un po’ come nella canzone “Senza farlo apposta” di Federica carta e Shade in cui si dice: “Dicono che non capisci il valore
Di qualcuno fino a quando non l’hai perso” e, soprattutto, non si è sinceri nell’estraniare i propri sentimenti: “Ho il tuo numero ma non ti chiamo”, spesso si è troppo orgogliosi.
Oltre ad Ultimo, a ricordare l’importanza delle piccole cose è anche Simone Cristicchi. La sua “Abbi cura di me” sembra un invito, quasi una preghiera, a prendersi cura l’uno dell’altro, ad aiutarsi a vicenda, a sostenersi, a sorreggersi, a restare uniti, a cercare di capirsi di più. Forse anche per questo, definita una poesia in musica, il brano è stato premiato come “migliore composizione musicale” e il premio Sergio Endrigo come “migliore interpretazione”, anche dopo l’esibizione in duetto con Ermal Meta; ma più volte la commozione sugli occhi lucidi di Simone Cristicchi ha regalato forti emozioni e momenti profondi che hanno fatto partire la standing ovation. “Niente è più grande delle piccole cose”, dice all’inizio della canzone Cristicchi (che già in passato aveva ricevuto il premio della critica Mia Martini). Poi continua ricordando quanto la vita sia un dono prezioso da non sprecare, ma da custodire, il bene più prezioso in assoluto quasi: la vita è un miracolo, “è l’unico (vero) miracolo” dice senza mezzi termini, l’unica cosa in cui credere, mentre molti la buttano via per nulla. Perciò, in questo suo inno alla vita diciamo, afferma che va vissuta fino in fondo, “ogni giorno come fosse l’ultimo”, “dando valore ad ogni singolo attimo”, perché ogni momento può essere profondamente significativo, qualsiasi cosa che regali emozioni merita e vale la pena di essere vissuta e ricordata. In tutta la nostra esistenza “l’amore è l’unico motore”, “la scintilla vitale che accende tutto”, ogni cosa, il nostro cuore e ogni sentimento. Pertanto invita a proteggere la felicità, quasi fosse una cosa rara essere felici, ma altrettanto la capacità di ridere, non solo di piangere insieme. E qui arriva forse la strofa più bella di tutto il Festival, quella del ritornello, che tutti hanno cantato all’unisono quasi da subito: “Abbracciami se avrò paura di cadere che siamo in equilibrio sulla parola insieme. Abbi cura di me”. Sostenersi a vicenda è molto importante, soprattutto quando abbiamo paura; tutti siamo spaventati a volte, ci manca il coraggio, anche per andare avanti, ma insieme si può. Non esiste più né io né tu, ma noi, insieme. Spesso abbiamo paura anche di sbagliare, di scegliere, di decidere, e abbiamo bisogno di chi ci sostenga ed incoraggi, di chi si prenda cura di noi. Non dobbiamo mai lasciarci cambiare dal tempo, dai nostri errori, dalle nostre paure; questa sembra l’esortazione finale di Cristicchi: “Il tempo ti cambia fuori, l’amore ti cambia dentro. Basta mettersi al fianco invece di stare al centro”, cioè la solidarietà umana invece dei nostri singoli egoismi individuali, delle nostre prepotenze, del nostro esibizionismo cinico spesso.
Questo ha tutto il sapore di vittoria, di un trionfo dell’umanità. E un’altra canzone che ha ottenuto ben altri due riconoscimenti è “Argentovivo” di Daniele Silvestri, in coppia con Rancore. La storia di un adolescente, di un sedicenne. Per questo brano il premio come “miglior testo” e il premio della critica Mia Martini. L’universo che disegna è quello delle carceri (anche dell’anima, metaforiche persino), di un bambino finito lì dentro, una prigione buia senza via d’uscita né luce in fondo al tunnel quasi, per una colpa che forse non aveva se non quella di essere nato. E il cantante ben ha messo in evidenza le parole finali: “Se c’è un reato commesso là fuori è stato quello di nascere”. “Condannato ancor prima di nascere”, poiché venuto al mondo nel posto sbagliato nel momento sbagliato, in un luogo dove non ci sono possibilità di futuro, gli è stata tolta ogni prospettiva e su di lui si sono accaniti i pregiudizi della gente senza possibilità alcuna di replica; solamente giudicato e mai amato davvero. La prigione non prepara alla vita, semmai uccide – soprattutto dentro – perché lì dentro si muore, c’è disperazione, dolore e sofferenza, violenza atroce. Per questo lì si “pensa solo di farla finita”, di togliersi quella vita che non ha più senso né valore. Montano la rabbia e il rancore e ci si vuole solo vendicare, cercare la propria rivalsa per quello che non si è avuto. La prigione è una “gabbia”, come la casa (dunque un carcere metaforico quanto reale potremmo dire), il contesto in cui si è nati, di certi quartieri malfamati e abbandonati (da Dio persino) di molte città e periferie. Anche ottenere gli arresti domiciliari non serve a lenire la frustrazione. Il tempo passa inesorabilmente e la sensazione che tutto si sia fermato per sempre inesorabilmente è forte. Spesso si prova a placare la rabbia sedandola dall’esterno, oppure internamente con la musica: è la forza di volare altrove con la mente, quasi di sognare. Ci si sente e si rimane sempre più soli, vittima della discriminazione, della diffidenza e dell’isolamento anche forzato, della costrizione a pensare a concentrarsi solo sul domani: sì, ma quale domani? Oggi non si vede che l’ieri e nulla più. Darsi da fare, per chi? Per cosa? Non ci si riconosce più e di certo non si vuole imitare quell’ipocrisia sterile circonstante fatta di menefreghismo. Perché ci si è completamente disinteressati di coltivare e crescere chi quel futuro lo rappresentava, quel bimbo lasciato a se stesso, abbandonato, affidato alla ‘finzione’. Una strofa a tale proposito è significativa, nell’era del digitale e dell’invasione delle nuove tecnologie che hanno completamente stravolto il nostro modo di comunicare e di esprimerci; così si sfiora anche l’altro problema: quello della malattia mentale (di adolescenti pertanto borderline), un bimbo iperattivo viene visto come incontrollabile; la vivacità quasi come una minaccia ingestibile e non vitalità; così si finisce per uccidere ogni pensiero, con la tv che ci narcotizza e che ci rifila ciò che vuole, che manipola le nostre menti, che parla per slogan e un linguaggio che è una lingua diversa da quella del cuore: “avete preso un bambino che non stava mai fermo l’avete messo da solo (senza assisterlo, senza spiegargli) davanti a uno schermo e adesso vi domandate se sia normale se il solo mondo che apprezzo è un mondo virtuale” e non più reale; a volte ci si fida più di quello che è fatto di finzione e di illusioni che di ciò che è vero, che sembra invece costruito e fittizio. La diffidenza ha reso quello che era un “argento vivo” del titolo, cioè una risorsa preziosa, una potenzialità inesplosa, implosa, annebbiata, sprecata; quello che era un valore aggiunto si sente “sbagliato”; ci si sente sbagliati, delle nullità, degli esseri incapaci, figli dell’incomunicabilità sociale odierna. A cui “resta solo il rancore”, la rabbia: quella di chi non crede più a nulla, ma vuole solo che lo si lasci stare perché vede tutto come una bugia che gli si racconta per ‘rabbonirlo’, perché no, lui non va a comando, non è un automa, come uno strumento da maneggiare a piacere, un utensile, come un televisore dove si gira e si cambia programma con il telecomando facendo zapping, cambiando canale. Per questo l’importanza di pensare con la propria testa, di non rinnegare le proprie opinioni, della scuola, dello studio: tutto quello era virtuoso nel virtuale sociale, ma appunto appannaggio di un passato finito nel dimenticatoio del ripostiglio più recondito dell’anima. Non si cerca più il contatto con l’altro, siano inebriati, ubriacati di parole vuote, quasi come una cura che è un placebo, farmaci per soluzioni a problemi che non risolvono forse perché non ci servono veramente. Quello che basterebbe sarebbe comunicare, capire, dialogare. Questo lo scarto che manca, come quello che c’è e che resta tra argento e oro, che fa la differenza dunque. Se la malattia mentale era stata al centro di “Ti regalerò una rosa” di Cristicchi, recente il caso Cucchi nelle carceri, trattato anche da Fabrizio Moro (che ha duettato con Ultimo) in “Fermi con le mani”.
Anche i Negrita dipingono esseri umani sempre più soli e confusi, annullati dietro uno schermo, quello del pc, invitando a sognare, a ridere, a non avere paura di inseguire i propri desideri e realizzarli. Infine, vogliamo chiudere il cerchio con un altro giovane. Se Mahmood aveva partecipato alla sesta edizione di X-Factor nel 2012, poi a Sanremo Giovani (nel 2015 partecipa al concorso di Area Sanremo arrivando primo e potendo così partecipare al Festival di Sanremo 2016 nella sezione ‘Nuove Proposte’. Quell’anno si posizionerà al quarto posto con il brano Dimentica), non meno talentuoso di lui è Enrico Nigiotti. Quest’ultimo ha collaborato con Gianna Nannini (nel singolo “Complici”) e ha aperto il concerto di Laura Pausini al Circo Massimo a Roma (la cantante di Solarolo gli ha mandato un video di incoraggiamento facendogli vedere mentre ascoltava la sua canzone in lacrime; per lei ha scritto anche il singolo “Le due finestre”). Poi ha scritto il brano per Eros Ramazzotti, superospite a questa edizione del Festival, “Ho bisogno di te”. Il brano che Nigiotti portava a Sanremo ha vinto il premio Lunezia e si intitola “Nonno Hollywood” e subito colpisce la frase in cui cita l’episodio del crollo del ponte Morandi di Genova: “La vita adesso è un ponte che ci può crollare. La vita è un nuovo idolo da scaricare”. Tutto è cambiato, quelle che erano le tradizioni, la cultura del passato dei nostri nonni non esistono più, ormai tutti si guarda non alle culture originarie e ancestrali, le tradizioni della terra, ma a quelle delle star di Hollywood. Forse da questo deriva il titolo. Di certo, l’artista è chiaro nel denunciare quanto occorra ritornare a capire che “la ricchezza è nel semplice”, nella semplicità delle piccole cose: “nel semplice sorridere in un giorno che non vale niente “. Anche fossero i dialetti, mentre oggi: “si parla più l’inglese che i dialetti nostri”. Ora “centri commerciali al posto del cortile” invadono i paesaggi rurali: città che diventano metropoli e campagne sempre più desolate, distrutte, limitate, ridotte e abbandonate. Perciò “sembra un po’ il secondo tempo di una finale da scordare”; anche il calcio sembra solamente un business (strumentalizzato e industrializzato, mercificato) che ha perso la sua passione di un tempo, in cui tifare univa e non separava, non portava violenza ma momenti di amicizia. Siamo tutti in trappola, presi all’amo, come pesci virtuali nella ragnatela globale dell’era digitale: “Siamo ostaggi di una rete che non prende pesci… ma prende noi”. Web e il www del World Wide Web, sembrano restringere la nostra visuale invece che ampliarla e allargarla, offuscarla invece che rischiararla. La visione di una generazione allo sbaraglio, a metà, sospesa tra passato e presente, che cerca di andare e guardare verso il futuro, ma ancora non ha trovato una sua dimensione ben specifica. A tutti loro ha parlato, o almeno ha cercato di farlo, il festival di Sanremo 2019. Se la direzione del Festival di quest’anno è stata quella di ‘costruire ponti’ in un certo qual modo, di unire, perché la musica è universale e non divide mai, per concludere non possiamo non riportare una frase della canzone degli Zen Circus “L’amore è una dittatura”: “le porte aperte, i porti chiusi, e sorrisi agli sconosciuti”.

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