domenica, 21 Luglio, 2019

“Santiago, Italia”, Craxi, i socialisti e il Cile

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A 19 anni dalla scomparsa di Bettino Craxi, l’uscita nelle scorse settimane nelle sale cinematografiche del documentario “Santiago, Italia” del regista Nanni Moretti offre l’opportunità di ricordare il ruolo importante svolto da Craxi come esponente socialista e come Presidente del Consiglio italiano a favore della causa per l’abbattimento del regime dittatoriale militare ed il ritorno della democrazia in Cile.

Moretti nel suo film ha ricordato le ore drammatiche dell’11 settembre 1973, quando in Cile l’aviazione del suo stesso paese bombardò il palazzo della Presidenza della Repubblica, per costringere alla resa il Presidente democraticamente eletto Salvador Allende. Che questi poi sia stato ucciso dai militari golpisti o si sia suicidato pur di non arrendersi poco importa: la sua morte sancì la fine della democrazia in Cile e l’inizio del feroce regime del generale Augusto Pinochet Ugarte, che si concluse solo nel 1988, dopo la sconfitta del dittatore nel plebiscito che egli stesso aveva indetto per legittimare la sua intenzione di rimanere in carica come presidente della Repubblica ancora per altri otto anni. Le successive elezioni democratiche del 14 dicembre 1989 furono vinte dalla coalizione di centro-sinistra che elesse Presidente il democristiano Patricio Aylwin. E nonostante ciò Pinochet abbandonò la presidenza solo l’11 marzo 1990, mantenendo poi la carica di comandante in capo dell’esercito fino al marzo 1998.

Durante oltre 15 anni di dittatura almeno 30.000 persone furono torturate, uccise e scomparvero: militanti di Unidad Popular (la coalizione di Allende), aderenti ai partiti socialista, comunista, radicale e democristiano, accademici, artisti e musicisti, professionisti, religiosi, studenti e operai.

“Santiago, Italia” racconta la storia dei perseguitati politici, che, dopo essere stati imprigionati nello stadio nazionale o torturati tra le mura di Villa Grimaldi, riuscirono a salvarsi scavalcando il muro dell’ambasciata d’Italia a Santiago, nella quale trovarono accoglienza, per poi essere autorizzati, dopo mesi di forzata cattività entro le mura amiche della residenza diplomatica, a lasciare il Cile alla volta dell’Italia, dove vennero accolti e in qualche modo adottati, da pubbliche amministrazioni, aziende private, cooperative.

Moretti ci mostra il ricordo di un’Italia aperta, solidale, accogliente verso i rifugiati cileni e, tramite le testimonianze di chi visse questa straordinaria esperienza nel nostro Paese, testimonia l’abnegazione del giovane primo consigliere e incaricato d’affari Piero De Masi (poi sostituito il 30 dicembre 1973 da Tomaso de Vergottini), dei due diplomatici ancor più giovani, Damiano Spinola e Roberto Toscano (poi sostituito nel dicembre 1974 da Emilio Barbarani) e del personale dell’ambasciata, che si trovarono a dover organizzare la permanenza di centinaia persone (fino a 250 contemporaneamente), tra cui anche parecchi bambini, nella nostra sede diplomatica e, poi, a gestire la trattativa con le autorità militari cilene per garantire il loro espatrio in Italia in condizioni di sicurezza e garanzia della loro libertà, il tutto in assenza dell’ambasciatore Norberto Behmann Dell’Elmo, in Italia al momento del golpe e che non sarebbe rientrato perché il governo italiano non riconobbe la Giunta militare (il nuovo ambasciatore italiano in Cile venne nominato solo il 7 aprile 1989, dopo la sconfitta di Pinochet nel plebiscito del 1988 e in vista delle prime elezioni presidenziali democratiche del 14 dicembre 1989).

La pellicola di Nanni Moretti avrebbe potuto ricordare l’impegno personale di Bettino Craxi e del suo partito, il Partito Socialista Italiano, in difesa dei cileni perseguitati dal regime golpista e per favorire il ritorno della democrazia nel paese sudamericano.

Craxi, all’epoca vicesegretario e responsabile esteri del Psi, fu in Cile tre giorni dopo il golpe, all’interno di una delegazione inviata dall’Internazionale Socialista per verificare la situazione determinatasi. Appena sbarcato a Santiago, aveva visto indignato, gli occhi velati di commozione, le strade deserte della capitale cilena, la gente che correva rasente i muri, le tracce degli spari e della battaglia di pochi giorni prima che aveva soffocato nel sangue e nella violenza uno Stato libero, una Repubblica di antica tradizione democratica. Così ricordò quell’esperienza in un memoriale del 1998: «nessuno può immaginare, se non l’ha visto con i propri occhi, che cosa sia una città cinque minuti prima del coprifuoco. I pochi passanti che corrono disperatamente, le porte degli alberghi e degli uffici pubblici chiuse a metà, mentre già si sentono i passi delle pattuglie, mitra contro il cielo. Una atmosfera da incubo, allucinante. E poi la notte l’eco degli spari; le grida, i comandi secchi degli ufficiali. E all’alba cominciano a circolare le notizie dei morti che erano stati trovati nel fiume o nei prati della periferia. Proprio il giorno in cui arrivammo un giornalista mi raccontò di aver visto con i suoi occhi cinque cadaveri galleggiare sul Mapocho. Io stesso contai nei pochi giorni che sono stato in Cile trenta fucilazioni. E nel giorno in cui ripartimmo per Buenos Aires ne uccisero altri sedici. E questi erano dati ufficiali forniti dalla “Junta” che tendeva ovviamente a minimizzare e mascherare la realtà».

Il giorno dopo di buon mattino Craxi ed il suo gruppo furono accompagnati dai socialisti cileni da Santiago a Viña del Mar, a un centinaio di chilometri dalla capitale. Il presidente cileno era stato sepolto senza funerale e in forma anonima nel piccolo cimitero di Santa Ines posto in alto di fronte all’Oceano Pacifico, nella tomba della famiglia Grove (parenti della moglie), benché tutti sapessero che quella era la tomba di Allende.

Ha ricordato ancora Craxi: “tutto pareva calmo, regolare. Le prime avvisaglie di quello che doveva succedere, si sono avute all’ingresso del cimitero, quando mi rivolsi all’impiegato dicendogli in spagnolo: «Siamo qui per visitare la tomba del presidente Allende». L’uomo, un giovane, mi guardò come sorpreso, poi abbassò gli occhi senza rispondere. Ho insistito più energicamente, alzando un poco la voce. E lui zitto. Faceva finta di riordinare certe sue carte e non osava alzare lo sguardo. Ho capito che aveva paura … ci incamminiamo lungo un grande viale deserto. Era una giornata splendida e il cimitero di Santa Ines appariva quasi allegro nella luce limpida e fresca del mattino. Questa atmosfera idilliaca durò poco. Avremo fatto sì e no cinquanta passi che si parò davanti a noi un manipolo di «carabineros», faccia truce e mitra puntati. Io ero in fondo alla fila e sulle prime non mi resi ben conto di cosa stesse succedendo. Quando mi avvicinai udii chiaramente, sinistramente il «clic» della pallottola in canna. Era il più giovane dei soldati che, piantato a gambe larghe, puntava il mitra carico contro di noi. In spagnolo ci ordinò di andarcene. Qualcuno non aveva capito e fece l’atto di proseguire. «Un paso mas y tiro» fu la risposta del militare, la canna del mitra ormai a pochi centimetri da noi. Allora abbiamo deposto i fiori sulla ghiaia del viale, e siamo tornati verso l’uscita. Ho avuto paura? Forse. Ma più che paura era rabbia. Rabbia per il senso di impotenza, un senso di impotenza che mi accompagnò, devo dire, per tutto il tempo in cui sono rimasto in Cile.”.

Di questa visita alla tomba di Allende rimane uno straordinario documento fotografico, salvato in modo rocambolesco dal sequestro, come raccontato dallo stesso Craxi: “nell’atrio del cimitero trovammo altri soldati e altri mitra. Cominciarono a perquisirci e a sequestrare tutte le macchine fotografiche. L’operatore italiano della Rai si sedette su una tomba e cambiò, con straordinaria rapidità e senza farsi accorgere, il rullino. Poi mi venne vicino e mi disse: «Mi dà una sigaretta, onorevole?», e poi mi buttò il rullino nel giubbotto. Io mi apersi la camicia e feci girare il rullino sulla schiena. Tutto si svolse così velocemente che i «carabineros» non si accorsero di nulla.”.

I socialisti italiani si impegnarono a lungo in favore dei perseguitati politici cileni e per la causa della democrazia in Cile.

Il segretario nazionale del PSI dell’epoca, Francesco De Martino, ed i socialisti, anche sulla base di quanto riferito da Craxi dopo la sua trasferta in Cile, si opposero fermamente e continuativamente all’ipotesi di riconoscimento diplomatico del nuovo regime cileno, al contrario di quanto fecero gli Stati Uniti (che, anzi, fecero pressioni sul governo, guidato dal democristiano Mariano Rumor, e sul Ministro per gli Affari Esteri, Aldo Moro, per il riconoscimento da parte dell’Italia) e la gran parte dei paesi europei (Gran Bretagna, Francia, Germania in primis). L’Italia non ruppe però i rapporti diplomatici (come invece fecero Cuba, l’URSS e i paesi del blocco comunista), sia per la presenza in Cile di una corposa presenza di 25.000 connazionali, sia per consentire la permanenza e le trattative per l’espatrio degli “asilados” nell’ambasciata italiana.

Questo impegno si riflesse anche nelle attività di propaganda del partito: la tessera del PSI del 1974, 50° anniversario dell’assassinio di Giacomo Matteotti, riporta assieme l’immagine del martire italiano e quella del presidente Allende, quella della Federazione giovanile presenta otto pugni chiusi con sopra la scritta“CILE” e la dicitura “Libertà per il Cile”.

Al 40° congresso del PSI a Roma il 4-8 febbraio 1976 intervenne il segretario del Partito Socialista cileno, Carlos Altamirano, che salutò cordialmente Bettino Craxi.

Il 6 marzo 1985 Bettino Craxi, nel frattempo divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, parlò davanti al Congresso, ovvero al Parlamento degli Stati Uniti d’America. L’invito dei presidenti delle due Camere statunitensi è un onore riservato a pochi leader nel mondo: fino a quel momento era toccato solo ad un altro Presidente del Consiglio italiano, Alcide De Gasperi (24 settembre 1951), e a due presidenti della Repubblica: Giovanni Gronchi (29 febbraio 1956) e Antonio Segni (15 gennaio 1964). In quell’occasione così importante, con la quale per la prima volta un socialista veniva ammesso nel tempio della democrazia americana, Craxi non ebbe remore nel porre ai suoi interlocutori, nelle forme dovute seconde le regole della cortesia diplomatica, ma con la franchezza che gli era tipica, il problema del ripristino della democrazia in Cile: «Circa l’America Latina, penso che tutti i Paesi democratici debbano coordinare i loro sforzi e le loro possibilità per contestare ogni involuzione autoritaria, ogni ricorso ingiustificato alla violenza, senza tolleranze per i dittatori che parlano talvolta in nome dell’Occidente e che con l’Occidente e con la democrazia non hanno e non possono avere nulla in comune. Sopra ogni altra sovrasta la richiesta di libertà del popolo cileno, un popolo civile e di tradizioni democratiche, che ha diritto a libere elezioni, e questa richiesta ha bisogno dell’incondizionato appoggio di tutti noi».

Questo passaggio del discorso di Craxi avrebbe potuto creare imbarazzo e in alcuni ambienti statunitensi fastidio, anche in vista del successivo incontro a due tra il presidente del Consiglio italiano e il presidente USA Ronald Reagan.

Gennaro Acquaviva, consigliere politico, e Antonio Badini, consigliere diplomatico di Craxi, che lo accompagnarono nella trasferta americana, nel loro volume “La pagina saltata della Storia” (Marsilio Editore, 2010), dedicato alla politica estera di Craxi presidente del Consiglio, hanno riferito che l’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Rinaldo Petrignani, la sera prima dell’arrivo di Craxi a Washington, chiese ripetutamente a Badini di proporre al Presidente del Consiglio di espungere dal suo discorso il passaggio dedicato alla situazione cilena, riservandolo semmai ai colloqui vis à vis con Reagan, ottenendo una reazione infuriata di Craxi.

Craxi tornò in Cile nel 1988, poche settimane dopo la sconfitta di Pinochet nel plebiscito del 5 ottobre: lunedì 12 dicembre, nel corso di grande manifestazione in un cinema di Santiago del Cile, organizzata dal Partito Socialista, dal Partito Radicale e dal Partito per la Democrazia (il cui presidente, presente all’incontro, Ricardo Lagos, diventerà nel 1999 Presidente della Repubblica cilena a capo di una coalizione di centro-sinistra), pronunciò un discorso, il cui testo venne riportato nell’Avanti! del 14.12.1988.

Craxi rivendicò la costante, coerente opera di solidarietà verso il popolo cileno oppresso dalla dittatura, svolta dall’Italia democratica e, in particolare, dal PSI, ricordando la sua missione in Cile per conto dell’Internazionale Socialista nel 1973, all’indomani del golpe dei militari, e la sua impotenza “a contrastare il corso violento degli avvenimenti”, affermando che “come avevo promesso di fare, sono tornato al cimitero di Viña del Mar e ho lasciato sulla tomba di Allende il garofano rosso del socialismo italiano” e rinnovando “ai militanti e ai dirigenti socialisti, radicali e di tutti i partiti democratici cileni” “l’impegno di collaborazione, solidarietà, un sentimento di profonda amicizia … per il popolo cileno, per tutto il Cile, nazione amica, terra dove è rinato il fiore della libertà, democrazia di domani.”

Il 25 ottobre 2009 il Festival del cinema latino americano di Trieste ha assegnato a Bettino Craxi (alla memoria) il “Premio Salvator Allende”, che ogni anno è conferito ad una personalità del mondo culturale, artistico, scientifico o diplomatico per la sensibilità dimostrata nei confronti della condizione sociale esistente in America Latina e l’impegno, testimoniato dalle loro opere e dalle loro azioni, profuso nel riscattare la memoria e la storia dei popoli latinoamericani, e anche a coloro che in Europa, profondamente colpiti dall’esempio di Salvador Allende, dedicarono tempo ed impegno affinché il Cile ritornasse una democrazia.

Durante gli anni della dittatura, i socialisti italiani non fecero mai mancare il proprio supporto alla causa della democrazia cilena, non soltanto sul piano politico-ideale, ma anche economicamente. Non è infatti un mistero che il PSI di Craxi finanziasse in maniera cospicua il movimento di liberazione cilena attraverso i canali dell’Internazionale socialista e non solo.

La sinistra cilena e il suo leader Lagos non hanno mai dimenticato questa pagina di storia, dimostrando gratitudine e riconoscenza nei confronti di Craxi e dei compagni italiani.

Il 17 marzo 2018 i socialisti cileni ed il Comune di Recoleta (che fa parte della Regione Metropolitana di Santiago del Cile) hanno reso omaggio al leader socialista italiano intitolando a suo nome la “Plazoleta Bettino Craxi” nel Cementerio General de Recoleta (il Cimitero monumentale di Santiago), un luogo fondamentale per la memoria civica del Paese, vicino al grande mausoleo che ospita la tomba in cui riposa Salvator Allende.

Alla cerimonia di inaugurazione della piazzola e della lapide dedicati a Craxi era presente la senatrice Isabel Allende Bussi, presidente del Partito Socialista Cileno e terza figlia di Salvador Allende.

L’ex presidente del Cile Ricardo Lagos ha ricordato la lunga storia di vicinanza del Psi agli esuli e ai perseguitati dal regime militare cileno e l’impegno personale del segretario socialista italiano: “In lui avemmo sempre un orecchio disposto ad ascoltarci, un leader a sostegno di tutte le cause della libertà”.

Alfonso Maria Capriolo

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