martedì, 29 Settembre, 2020

Scalfari e la sua “Repubblica” liberalsocialista

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“L’anima del giornale che ho fondato si ispira al liberal-socialismo”: così si è pronunciato con tanto di editoriale domenica 26 aprile 2020 Eugenio Scalfari, nell’accettare il benservito che la nuova proprietà del giornale “Repubblica” (famiglia Agnelli) ha dato al direttore Carlo Verzelli e nell’accogliere il nuovo direttore Maurizio Molinari, fino a ieri direttore de “La Stampa”. Da qualche fuorionda era giunto il sussurro che Scalfari stava per ribellarsi, poi si è quietato, vedremo.

Torniamo al punto. Liberal-socialismo? Nonostante abbia pronunciato anche in altre occasioni questi termini, la dichiarazione scalfariana ci giunge come un’offesa. Scalfari e il suo giornale hanno impiegato larga parte della loro vita a insolentire il partito che più di altri ha rappresentato in Italia i valori del socialismo liberale. In particolare hanno coltivato un astio violento contro Craxi[v.Nota in calce]. Eppure è stato proprio grazie a Craxi che in Italia le idee di Carlo Rosselli col suo “Socialismo liberale” e di Guido Calogero con “Le regole della democrazia e le ragioni del socialismo”, hanno potuto trovare ascolto. Cosa c’entra Scalfari con quest’anima liberal-socialista se il 9 marzo 2018 è stato capace di scrivere su “Repubblica” un tristo articolo, col quale affermava che “la sinistra moderna (sic!) cominciò con Tangentopoli nella Procura di Milano nel 1992, smontando il sistema politico”? In realtà fu un risultato nefasto, di cui ancor oggi misuriamo le conseguenze! Ecco, questa è una più attendibile anima scalfariana e del suo giornale: un’anima giustizialista che ha demolito l’Italia dei partiti democratici del centro-sinistra storico che avevano provato a dare all’Italia libertà, diritti civili, lavoro e sviluppo. Lo scrive uno dei maggiori storici economici che l’Italia abbia avuto, Carlo M. Cipolla: “Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i paesi a più elevato tenore di vita nel mondo”. Peccato che questi dati siano stati stravolti dagli apparati mediatico-giudiziari che hanno abbruttito la memoria collettiva, dipingendo un Paese in preda a una banda di ladroni dediti a ridurci in una indigenza non altrimenti sopportabile: il giornale scalfariano fu capofila di questa nefasta campagna oscurantista, altro che liberal-socialista!

I veri orientamenti di Scalfari sono dimostrati da una particolare, permanente tendenza: quella di rivolgere elogi sperticati a Enrico Berlinguer (1922-1984), al quale possono essere associate tante definizioni tranne quella liberal-socialista; non solo fu lontano da ogni prospettiva socialdemocratica, ma la sua forma mentis illiberale è testimoniata plasticamente da una confessione da lui resa nel 1983, un anno prima di morire, nel programma televisivo “Mixer”: richiesto di segnalare quale fosse la personalità internazionale da lui preferita, rispose col nome di Janòs Kadar, il capo comunista ungherese filosovietico sotto il quale venne impiccato Imre Nagy, l’ex-capo di governo sostenitore delle agitazioni popolari del 1956. Scalfari è comunque capace di sorvolare su questi e altri macigni, arrivando con un altro articolo del 19 maggio 2019 ad elevare addirittura il capo comunista a “persona che ha combattuto meglio di altre per la modernizzazione del nostro Paese”. Modernizzatore? Ma sono stati ex-comunisti di spicco a dirne l’opposto: Piero Fassino nel libro “Per passione” (Rizzoli, 2003) promuove piuttosto Craxi e ammette testualmente che “il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione”; poi Massimo D’Alema, citato da Miriam Mafai nel libro “Dimenticare Berlinguer” (Donzelli, 1996) ripete che “il Pci è uscito pesantemente sconfitto dall’esperienza della solidarietà nazionale e fortemente in ritardo sui temi della modernizzazione”; sempre nel libro di Mafai si ricorda che “la parola ‘riformismo” e ‘riformista’ suonava quasi un insulto nel vecchio Pci”. Altro che modernizzazione. Eppure Scalfari con il suo giornale ha continuato a sostenere quella che definisce – sempre in quell’articolo del maggio 2019 – “la sinistra italiana moderna originata da Berlinguer e dal suo partito”: si resta increduli di fronte a tanta ottusità, anche pensando al fatto che quel partito restava molto arretrato sulle tematiche libertarie. C’è una notazione – sempre riportata nel libro di Mafai, che fa definitiva chiarezza sulle tendenze del Pci: Mafai, che pur è stata la felice compagna di Paietta, racconta desolatamente che la stragrande maggioranza dei delegati ad uno degli ultimi Congressi del Pci – il XVII del 1986 a due anni dalla morte di Berlinguer – consideravano ancora l’Urss “il paese più vicino, nonostante errori e difetti, ad una società ideale e giusta”; si era alla vigilia del crollo del sistema sovietico vessatorio e illiberale, eppure i comunisti italiani la pensavano così: altro che sinistra moderna!

Dopotutto era quello che aveva sempre pensato Berlinguer che in cuor suo “aveva creduto fino alla fine – testimonia ancora Mafai – alla superiorità economica e morale del sistema sovietico”. Quando si trovò di fronte ad una Russia sovietica sempre più impresentabile agli occhi progressisti occidentali (dopo le vicende d’Ungheria, di Praga, della Polonia…) e da cui quindi prendere le distanze – definendo conclusa “la spinta propulsiva della rivoluzione d’Ottobre” che comunque aveva portato a tante “conquiste” – Berlinguer pensò di compensare questa presa di distanza, che procurava al Pci un “deficit di identità”, accentuando due temi: quello della “diversità” del Pci rispetto alla socialdemocrazia, con una ripetuta predicazione anticapitalistica e antiliberale per la “fuoriuscita dal sistema”; e quella della “questione morale”. Su quest’ultimo tema fu proprio Scalfari con una famosa intervista a Berlinguer su “Repubblica” del 28 luglio 1981 a dare il lancio ad un leitmotiv assordante che lungi dall’illuminare la situazione la inquinerà dolosamente. Berlinguer aveva poco o niente da difendere dopo la caduta delle illusioni comuniste e allora come diversivo puntò l’attenzione sulla corruzione degli altri partiti, quelli democratici. Certo, lì purtroppo c’erano e ci saranno anche in futuro problemi di quel genere: ma dal pulpito berlingueriano non poteva venire nessuna “lezione”. Il suo Pci infatti era il maggior ricettacolo occidentale di finanziamenti illeciti e immorali. L’ha attestato non un greve avversario, ma il responsabile dell’organizzazione comunista nella segreteria berlingueriana, Gianni Cervetti, che ne “L’oro di Mosca. La testimonianza di un protagonista” (Baldini&Castoldi, 1993) ha scritto: “Non c‘è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fonti per finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua o, viceversa, insincera e ipocrita”. Ma non solo. Avrebbe detto più appropriatamente Barbara Spinelli – autorevole commentatrice della politica internazionale – che il finanziamento dei comunisti russi, ben accolto dai partiti ‘fratelli’ dell’Occidente, era la vera colpa morale di questi ultimi: “Quelle decine di miliardi che ogni anno affluivano da Mosca erano tolte a popolazioni che non vivevano una povertà bella, ma un inferno di miseria senza fine”. Una colpevole consapevolezza che faceva ammettere ad un fedelissimo dirigente Pci come Alessandro Natta che quelle “cose” sostenute da Berlinguer erano “dette in modo irritante”, con un “tono moralistico e settario”; mentre Giorgio Napolitano denunciava l’analisi di Berlinguer come “faziosa, moralistica, agitatoria”. E chi aveva contribuito a questo risultato? Ma sempre Scalfari, inattendibile profeta del liberal-socialismo!

Ecco, nelle tre citazioni di articoli sopramenzionate abbiamo “verificato” quanto poco viva e sincera fosse l’anima liberal-socialista della “Repubblica” scalfariana, più che altro invece vocata a correre in perenne sostegno e soccorso al Pci-Pds-Ds-Pd. Forse il nuovo direttore Molinari ne ha contezza e potrà dare una sterzata a quello che appropriatamente è stato chiamato il “giornale-partito”, tanto infausto per la buona e vera causa liberal-socialista. Ora che l’azionista di maggioranza non è più riconducibile alla famiglia di Carlo De Benedetti – già “tessera numero 1 del Pd” – qualcosa cambierà. “Il futuro sarà diverso, ma peggiore”, ammoniva una tragedia shakespeariana. Ragionevolmente contiamo che peggio di quel che è stato non sia possibile. Basterà un giusto buon lavoro.

Nicola Zoller, membro della direzione nazionale Psi

[Nota: C’è una passaggio che rappresenta in modo emblematico la somma acrimonia di Scalfari contro Craxi. Si ricorderà che il lancio di monetine contro Craxi – il 30 aprile 1993 all’uscita dall’albergo romano in cui alloggiava – seguiva il voto alla Camera dei deputati che aveva negato l’autorizzazione a procedere contro Craxi. Cosa scrisse Scalfari su quest’ultimo fatto? Ecco: “Questo, dopo il rapimento e poi l’uccisione di Aldo Moro, è il giorno più grave della nostra storia repubblicana. La negata autorizzazione a procedere nei confronti di Craxi ha la stessa valenza dirompente ed eversiva dell’uccisione di Moro. Forse c’è addirittura un filo nero che lega l’uno all’altro questi due avvenimenti a quindici anni di distanza”. Ora, il paragone tra l’uccisione di Moro e quel citato voto parlamentare pro-Craxi – affermando che poteva esserci perfino un “filo nero” a collegarli – è oltre che cervellotico, di una meschina malvagità unica. Il “filo certo” esistito tra Moro e Craxi è rappresentato dal fatto che il leader socialista è stato uno dei pochi a preoccuparsi della vita di Moro, provando a contrastare la “linea della fermezza” contro ogni trattativa per la sua liberazione, linea ben rappresentata proprio da “Repubblica”. Adombrare invece l’esistenza di un oscuro “filo nero”, contribuiva a sobillare ancor più quell’opinione pubblica che si abbeverava al frasario scalfariano, costituita non solo da gente comune ma soprattutto dall’imponente apparato mediatico-giudiziario che stava gestendo l’operazione definita “Mani pulite”. È un tassello che resta scolpito a infame memoria del magistero squilibrato di tanti “cattivi maestri” che contribuirono alla caduta della Repubblica dei partiti democratici. A distanza di tempo si fanno riflessioni nuove anche nel mondo mediatico, rivalutando il ruolo e l’operato di Craxi; c’è ad esempio il libro dell’editorialista de “La Stampa” Marcello Sorgi, “Presunto colpevole” edito nel 2020 da Einaudi, che proprio a proposito dei due leader politici citati – con intenti accorati, diametralmente opposti a quelli di Scalfari – propone questo interrogativo: “Negli ultimi decenni i governi italiani hanno negoziato su tutto e con tutti. Sempre, tranne in due occasioni: per Moro e per Craxi.” n.z.]

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