domenica, 5 Aprile, 2020

Scrive Luigi Mainolfi:
Capire prima di parlare

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Il bombardamento televisivo e giornalistico, provocato dal 70° Festival di Sanremo, ha trasformato la maggioranza degli italiani in critici musicali, scambiando il Teatro Ariston per un Conservatorio, gli ospiti a pagamento per professori e le cinque serate per anni del Corso di Laurea. Abituato a trasferire ogni provocazione nel campo politico, l’improvvisazione musicale dei telespettatori è diventata l’improvvisazione politica di molti conoscenti. Invece delle canzoni, utilizzano argomenti sociali. Faccio due esempi. In Irpinia, in tutti i convegni, aventi ad oggetto lo sviluppo, si fa baldanzosamente riferimento al prodotti locali, evidenziando le loro virtù. Sono moltissimi decenni, che i relatori nei convegni, dopo aver richiamato De Sanctis e Dorso, vomitano l’espressione “bisogna valorizzare i prodotti irpini”. Nessuno spiega come e cosa fare per concretizzare la proposta.

E’ utile domandarci: – Perché, finora, non è avvenuto? La mia risposta è: – La produzione dei beni proviene da migliaia di operatori, ma, tranne alcune eccezioni, nessuno dei quali può passare da agricoltore a imprenditore. La politica si è limitata a ripetere parole vuote e improduttive, non ha mai pensato di imitare i socialisti dell’Emilia-Romagna, dell’800, creando Cooperative, liberando i produttori della materia prima dalla “dittatura dei commercianti”, che aveva come “federali” i sensali e come alleati gli amministratori e i padroni dei fondi agricoli. Un ricordo personale. Per riuscire a creare la Cooperativa Valle Caudina nel mio paese, dovetti sconfiggere gli “alleati degli sfruttatori”.

I commercianti tentarono di farmela pagare. La “soffiata” di un loro, ai Carabinieri, mi salvò. Ancora oggi, i poveri agricoltori, le cui produzioni dipendono dalla bontà del clima, si limitano a dare ad altri la possibilità di succhiare il “valore aggiunto” prodotto dai chicchi d’uva e dalle nocciole. Come non ricordare, l’impianto di Fontanovella di Lauro, che doveva servire per la lavorazione delle nocciole. La camorra non rese possibile la sua utilizzazione, che avrebbe lasciato ricchezza e creato occupazione nella zona. Penso, sia chiara l’urgenza di una rivoluzione riformista seria, non parolaia o imitativa. Secondo esempio. Centinaia di volte al giorno, dalla TV ascoltiamo e sui giornali leggiamo del mostro italico: il Debito Pubblico.

Questo viene utilizzato sia per trasferire l’eventuale rabbia popolare sulla prima Repubblica, sia per preparare i cittadini ad accettare provvedimenti antipatici, come un’altra tassa, la vendita di beni pubblici, le concessioni e la riduzione di servizi. Finora, la distrazione è riuscita. Riporto alcuni dati, sui quali riflettere. Nel 1981, il debito era di 118 miliardi con un rapporto Deb/Pil del 58%; nel 1990, era di 667miliardi con un Deb/Pil del 94%; nel 2018, era di 2.387 miliardi con un Deb/Pil del 134,8%; nel 2019, è stato di 2.444,6 milardi con un Deb/Pil del 134%. Negli ultimi anni, è cresciuto, nonostante il tasso di interesse pagato dallo Stato fosse diminuito di molte unità. Chiariamo che il Debito Pubblico è il debito che lo Stato ha nei confronti di soggetti nazionali ed esteri, che hanno acquistato obbligazioni o titoli di Stato (BOT,BTC,CCT,CTZ). Bisogna sapere che l’alto rapporto Deb/Pil costringe lo Stato ad aumentare il tasso di interesse sui titoli, altrimenti non trova sottoscrittori. Ciò, fa aumentare lo spread e, quindi, peggiorare la situazione. Pur essendo chiara la natura e il come aumenta il Debito Pubblico, la politica non riesce a farlo diminuire. Anzi, leggiamo proposte il cui effetto è apparentemente positivo.

Cipolleta propone di vendere parte del patrimonio pubblico. Si trascura il fatto che uno Stato che vende sue proprietà perde fiducia e, come abbiamo visto nel passato prossimo, deve aumentare il tasso di interesse debitore. Altri propongono maggiori investimenti, senza specificare di che tipo, per fare aumentare i consumi. Nemmeno un algoritmo riesce a far dipendere i consumi dagli investimenti. I consumi dipendono dalla propensione al consumo delle persone, che è direttamente proporzionale alla fiducia che hanno nel futuro, non solo per se, ma soprattutto per i propri figli. Il dramma della Coronavirus, dimostra che le entrate dello Stato possono diminuire anche per ragioni indipendenti dall’uomo o dagli Stati. Perciò, ci vuole dell’altro. Se consideriamo che le retribuzioni dei lavoratori, del braccio, della mente e della scrivania (burocrazia e altri parassiti) dovrebbero servire a consentire una vita decorosa, con servizi pubblici gratis (scuola, sanità e sicurezza), non sono giustificate diseguaglianze esagerate. Non riesco a sopportare che un Professore, dopo 40 anni di servizio, percepisca una pensione mensile di 1.800 euro, mentre burocrati fannulloni rubino 8.000 euro al mese. In alcuni Paese del Nord Europa, da una certa età in poi, le pensioni diminuiscono, anche perché diminuiscono le esigenze, che determinano una riduzione dei consumi. Se si vuole farli aumentare, bisogna dare di più ai giovani. Spero che si discuta di questi problemi, non di etichette populiste.

Luigi Mainolfi

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