mercoledì, 21 Ottobre, 2020

Scrive Luigi Mainolfi:
Meridione e meridionali

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Alla presentazione del libro di Paolo Saggese “Alle origini della questione meridionale”, le parole dei relatori hanno provocato un turbinio di considerazioni. Il Vescovo Aiello ha giudicato interessante rivolgersi ai padri del meridionalismo per capire che fare. Cosa interessante per avere la spinta a riflettere, ma non esaustiva. Penso che la realtà attuale richieda anche conoscenze più efficaci. Ogni tanto, mi capita di ascoltare e leggere lamentele di chi, ritiene che i guai del Mezzogiorno siano iniziati con l’Unità d’Italia e per colpa di un Nord famelico e spregiudicato. Per mia fortuna, da quando, alla Facoltà di Economia e Commercio, preparavo l’esame di Storia economica e uno dei testi da consultare era “Storia economica del Mezzogiorno” di De Rosa, non ho mai smesso di interessarmi del problema dello sviluppo del nostro territorio. Lo studio mi faceva conoscere le condizioni socio-economiche e culturali, del periodo precedente all’Unità d’Italia e la natura e le cause dei cambiamenti verificatisi successivamente. Il modesto Notiziario della Coldiretti, che arrivava a mio nonno, mi aiutava a capire le differenze tra il Nord e il Sud, relativamente al settore dell’agricoltura, che per il Sud era il più importante. Al Nord, in particolare Emilia-Romagna, c’erano Cooperative, Casse di Mutualità e Casse Rurali, che erano nate grazie ai socialisti e ai riformisti (rossi e bianchi), nella prima metà dell’800. Il fatto che la proprietà terriera era diffusa, incoraggiava le iniziative cooperativistiche. Le iniziative sociali nacquero anche grazie alla solidarietà tra le persone, alimentata da umanità e da ideali. La negatività delle ideologie non esisteva ancora. Nel libro “Cuore” di De Amicis si avverte questa mentalità. A Sud, invece, la quasi totalità della proprietà terriera era della nobiltà e della Chiesa, che la davano in fitto. Gli affittuari non potevano cambiare la destinazione dei fondi e l’agricoltura restava a livello di sussistenza e non si parlava di sviluppo. C’erano, però, acciaierie, raffinerie, cantieri navali, zolfatare e industrie tessili (famose le seterie di Caserta Vecchia e le fabbriche di guanti). Importante era la presenza del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia. Dal punto di vista sociale le condizioni erano fortemente negative a causa della mentalità discriminatoria, baronale e bigotta. Il Nord non aveva la cappa della nobiltà parassita e borbonica e la Chiesa era più vicina all’Europa che a Roma. Con l’Unità dell’Italia, il Mezzogiorno doveva capire che erano caduti i confini protettivi e che bisognava competere con realtà dinamiche. Il dinamismo, in economia, provoca l’espansione. Invece, le classi dirigenti conservarono la mentalità statica, con qualche non troppo efficace eccezione. I furbi diventarono collaborazionisti del Nord e venivano chiamati “ VICARI del Nord”. Questi aiutavano le imprese del Nord a trovare clienti nel Sud. I nobili e la Chiesa stavano a guardare.Quelli, che sostengono che l’istruzione aiuta lo sviluppo, dovrebbero ricordare che nel 1860, al Nord gli analfabeti erano il 47%, al Centro il 57%, al meridione peninsulare l’81% e in quello insulare il 91%. Se si riflette su quanto esposto, si capisce che la “Questione Meridionale” preesisteva all’Unità d’Italia. Verso la fine dell’800, l’emigrazione verso gli Stati Uniti fu straordinaria. Alcune attività, per mancanza di una politica economica nazionale e per la cattiva qualità dei rappresentanti del Sud, vennero emarginate dai capitalisti del Nord, i quali, per entrare nei mercati europei, consentirono, in particolare ai francesi, di assorbire alcune attività meridionali, specie quelle della “moda”. Con il Fascismo, le cose non migliorarono, anche perché i Federali e i guardiani che controllavano il popolo erano gli eredi della nobiltà e il passaggio dall’assistenza alla previdenza provocò serenità, ma non sviluppo. Con la Repubblica iniziò un periodo interessante, che produsse il miracolo economico, che non escluse il Mezzogiorno. Dopo tangentopoli, iniziò il declino politico, che ha prodotto lo smantellamento dell’apparato industriale e manifatturiero. Intanto, l’economia incominciava a cambiare e sue caratteristiche. Crescevano settori, come il bancario, l’assicurativo e quello della finanza. La vicenda della Banca di Sicilia, assorbita da Unicredit e quella del Banco di Napoli, assorbito da Banca Intesa fanno capire la qualità della politica meridionale, sovranismo della povertà e servilismo verso i poteri forti, legali e non legali. La politica meridionale non andava e non va al di là delle parole e del vittimismo. Alcuni dati:-1) Su 88 Fondazioni Bancarie italiane, che gestiscono oltre 28.000 miliardi, solo 9 sono meridionali; 2) Moltissime industrie manifatturiere meridionali si sono trasferita nell’Est europeo; 3) Il Sud regala al Nord eserciti di energie giovanili; 4) Centinaia di migliaia di meridionali vanno al Nord per curarsi. La sola Campania, nel 2017, ha versato alle Regioni del Nord 370 milioni; 5) Il pubblico è a servizio degli intrallazzatori privati. La campagna elettorale (Campania e Puglia) sta palesando altre negatività. Chi Dio ci aiuti!
Luigi Mainolfi

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