domenica, 25 Ottobre, 2020

Scrive Luigi Mainolfi:
Evitare l’assalto ai fondi europei

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Ogni giorno, abbondano gli articoli che parlano del Recovery Fund e dei suoi sperati effetti sull’economia italiana. Quasi sempre, alla fine della lettura, nella mente di chi legge restano solo il numero dei miliardi europei, le fantasticherie sulla crescita del PIL e la parola “investimenti”. Ciò, ha fatto dire a Cassese che si fanno solo affermazioni generiche, che dimostrano di non aver appreso insegnamenti dal passato. Io, avendo vissuto il dramma del dopo terremoto 80, temo che i soliti avvoltoi stiano distraendo l’opinione pubblica e preparando le armi per assaltare la diligenza europea, imitando i banditi del Far West. Economisti seri e possessori di valori nazionali, quando devono programmare l’impiego di importanti risorse, partono dalle debolezze del sistema Italia che bisogna neutralizzare e, a tal fine, percorrono gli avvenimenti politici del Paese e i suoi processi economici. In economia si studiano i cicli economici per capire come non ripetere errori del passato, prossimo e remoto. Secondo me, la sbornia privatistica della seconda Repubblica, oltre a provocare la vendita a privati di imprese statali e la cessione di partecipazioni statali, ha provocato anche la cancellazione di Enti strategici, come la Cassa per il Mezzogiorno, e di Enti strumentali, come l’IRI. Mentre scomparivano le Partecipate statali, si ampliava la sfera di quelle locali, che, gestite con una mentalità medievale, producevano più debiti che beni e servizi. La Commissione Europea ci raccomanda di migliorare i risultati scolastici e adeguare le competenze alle nuove esigenze. Ci chiede di aiutare i giovani con insegnamenti in sintonia con la regola STEM (Scienze, Tecnologie, Economia e Matematica), sempre trascurata da una politica dell’istruzione guidata da inesperti e influenzati da un sindacalismo clientelare e dozzinale. Altre negatività, derivanti dalla cattiva politica, sono la precarizzazione del lavoro dei giovani e il peso della camorra nelle attività economiche, agevolato dal cambiamento del sistema Paese. Infatti, mentre diminuiva la percentuale del PIL prodotta dal settore industriale, esplodeva quella prodotta, in una logica di neoliberismo martellante, dai servizi bancari, finanziari, assicurativi e del tempo libero (Paradiso del lavoro nero e dell’evasione fiscale). La riduzione del settore manifatturiero ha lasciato il campo all’economia virtuale, la cui organizzazione è basata più su Agenzie che su lavoratori dipendenti. Negli ultimi anni, le banche centrali hanno dettato le politiche, creando una montagna di carta, che non ha aiutato l’economia reale, mentre ha contribuito ad esasperare le diseguaglianze. Il settore dell’import, poi, ha attirato molti imprenditori del manifatturiero. E’ più redditizio importare merci dall’estero che produrle in Italia. Si è creato un asse tra Paesi a basso costo del lavoro e capitalisti italiani, per cui, è diminuita l’occupazione in Italia,

mentre è cresciuta in altri Paesi, come la Bulgaria. La situazione attuale ha bisogno di una programmazione pluriennale, nella quale siano armonizzati vari settori economici. Una conquista concettale da fare è capire che la cultura diventa sempre più produttrice di PIL e perciò deve essere destinataria di investimenti. E’ necessario sapere che gli investimenti in opere pubbliche devono essere funzionali a far crescere la produzione di beni, con l’aumento dell’occupazione e a rendere più attraenti le risorse territoriali e ambientali. Realizzare una strada senza inserirla in un progetto di sviluppo, comporta consumo di territorio e di soldi. Quando al turismo si attribuisce un valore salvifico, non si valuta il fatto che esso è un settore interessante, ma ha una debolezza: dipende da molti fattori, che a loro volta dipendono da diversi condizionamenti, come eventuali pandemie (come il Covid 19) e dalla concorrenza di altri paesi. Il fatto che le 577 richieste siano state avanzate senza essere precedute da un piano organico, mi riporta al clima irpino del dopo terremoto 80. Per aggredire i miliardi stanziati, sfruttando anche la mediazione di politici-vicari, furono avanzate richieste di finanziamento per attività, che non si “sposavano” con il territorio. L’esempio più eclatante, che alimentò molte espressioni ironiche, fu il finanziamento di un’industria che doveva nascere nell’altopiano di San Angelo dei Lombardi per costruire barche. Di tutte le iniziative nate grazie al contributo a “fondo perduto” non è rimasto niente, sono servite a spostare attrezzature obsolete dalla case madri. Purtroppo, la mia posizione ( ero segretario provinciale del PSI), contraria ai contributi a fondo perduto e favorevole ad agevolazioni fiscali e contributi sul costo del lavoro, non fu presa in considerazione. Sono ancora favorevole a contributi legati alla permanenza dell’attività e contrario ai contributi a fondo perduto. Spero che rinasca l’IRI. Dalle cose che osservo, temo che la storia “cattiva” si ripeterà.
26.9.20

 

Luigi Mainolfi

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