martedì, 19 Novembre, 2019

Scrive Luigi Mainolfi:
La politica e l’economia virtuale

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Chiedo ai gentili lettori la pazienza necessaria per digerire quanto vado a scrivere. Anch’io faccio ricorso alla pazienza per leggere articoli indicati come politico-economici, mentre sono riferiti a provvedimenti di Enti finanziari. Einaudi affermava: “Conoscere per programmare”. Il mio ultimo articolo era “Analizzare per capire”. Per conoscere e per analizzare, bisogna stabilire l’angolo della geo-politica e le culture, che influenzano le scelte degli Stati. Le mie considerazioni politiche ed economiche sono influenzate dalle mie origini e dagli insegnamenti assorbiti da ciò che ho ascoltato e da ciò che ho letto.

All’Università, le prime lezioni di economia politica del Prof. Palomba mi disorientarono. Non riuscivo a trovare il nesso tra l’economia politica e il Libro dei mutamenti, il Taoismo, la Tradizione druidica, la Tradizione ebraica, ecc, ecc. Poi, il titolo del Testo “Morfologia economica” e le lezioni successive mi fecero capire l’importanza di tali argomenti per la comprensione della dottrina economica e della differenza tra economisti e tecnici di settori (come tra il generale ed il particolare). La morfologia economica è importante per costruire giudizi economici, come quella grammaticale è utile per costruire una frase. I comportamenti dei popoli e dei loro governanti sono influenzati dalle loro culture. La storia economica dimostra che anche le Religioni e le Filosofie hanno avuto e hanno un ruolo importante nell’orientare i comportamenti dei popoli e le relazioni internazionali. L’esempio più illuminante è il seguente: per la Religione Cristiana e per quella mussulmana, il prestito era considerato peccato, mentre gli ebrei non avevano questo tipo di remora religiosa.Perciò, i primi banchieri erano ebrei, cosa che influenzò la formazione di un orientamento non positivo nei loro confronti, che dura a morire.

Personalmente, ho sempre pensato che la moneta, madre della finanza, sia uno strumento per misurare i fatti economici. Il politico deve proporre scelte tese a far migliorare le condizioni economiche, in sintonia con buone condizioni sociali. Infatti, nella prima Repubblica l’impegno della politica era, in primo luogo, teso sviluppare programmi per il miglioramento della società.

La vicende economiche dimostrano che, quando la finanza prevaleva sulla politica, prima o poi, arrivava un giovedì nero, come il 24 ottobre 1929 a Wall Street (Big Crash). In Italia, quando c’erano veri politici, si parlava di Programmazione economica, di diritti civili e sociali, dei problemi della famiglia, della Sanità Pubblica, dello Statuto dei Lavoratori, della presenza dello Stato nell’Economia, della Scuola funzionale all’inserimento dei giovani nella società, dell’Europa dei Popoli, ecc, ecc,. Da tangentopoli ai nostri giorni, un periodo più lungo del Ventennio fascista, stiamo assistendo a un processo, che ha portato l’attività bancaria, da settore a servizio dell’economia, a padrone e motore dei fatti economici. Negli ultimi anni, addirittura, l’attività bancaria sta cedendo il passo alle attività finanziarie e assicurative, che dominano la politica e impongono leggi e interpretazioni delle Leggi. C’è di più, la Finanza e le Assicurazioni, che hanno partecipazioni nelle Società, che gestiscono i servizi, suggeriscono provvedimenti, che fanno aumentare i servizi (POS, Bonifici, Pensioni integrative, ecc), i cui costi si abbattono sulle famiglie. Sarebbe interessante studiare gli effetti dei provvedimenti legislativi, decisi negli ultimi 20 anni, sulle Assicurazioni, diventate anche finanziarie. Non è senza significato il fatto che i colossi assicurativi hanno assorbito una miriade di società concretizzazione della tendenza ai monopoli. Conoscere la storia di UNIPOLSAI potrebbe servire a capire il servilismo delle Forze Politiche della seconda Repubblica, nei confronti dei poteri forti e la trasformazione dello spirito cooperativistico in spietato mercatismo.

Le Forze politiche, oltre ad avere consistenza nei singoli Stati, collaboravano anche con quelle affini di altri Paese. L’esempio più importante è quello dell’Internazionale Socialista, che faceva sentire il suo peso ogni qualvolta si paventava il sorgere di conflitti tra Stati. La politica non perdeva tempo a parlare di spread o delle Banche.

Nella mia vita di dirigente politico, ho partecipato a diversi Congressi e a diverse riunioni del Comitato Centrale del PSI e non ricordo di aver ascoltato analisi finanziarie. Era scontato che fosse un servizio richiesto dall’economia e come tale utilizzato e controllato. Nella seconda Repubblica, 24 ore su 24, si parla veniamo bombardati da notizie sulle quotazioni delle Borse, sui Rating che Agenzie, create dai poteri forti, assegnano agli Stati e alle SPA. Gli Stati sono costretti ad legiferare rispettando il giudizio dei Banchieri. Conta più il Gruppo bielberg che la Nato. La cosa preoccupante è che l’opinione pubblica, per l’ignoranza della politica, è alleata dei rappresentanti dell’Economia virtuale. Questa non crea ricchezza, ma la sposta dalla tasche delle famiglie a quelle degli azionisti. Si è concretizzata una legge economici: “La crescita del PIL fa aumentare le diseguaglianze”. La politica dovrebbe evitare tale risultato, invece, in Italia lo favorisce.

Luigi Mainolfi

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1 commento

  1. Paolo Bolognesi on

    Circa i rapporti tra politica ed economia, nei miei ricordi di ragazzo, o di giovane uomo, c’è il giovedì nero del 1929 di Wall Street, ricordato anche in queste righe, cui si ovviò con un massiccio intervento dello Stato, e c’è pure l’IRI, venendo a casa nostra, istituito nel 1933 ossia durante il Ventennio, e per quanto mi costa pensato e voluto al fine di riorganizzare il sistema industriale e superare una crisi dell’epoca (giustappunto attraverso meccanismi di natura pubblica) .

    Degli anni successivi rammento i gruppi industriali di casa nostra, e una economia a dimensione abbastanza “casalinga”, ossia di mercato in larga misura interno, dove la politica poteva aver una qualche ruolo e peso, non avendo a che fare con condizionamenti ed interlocutori stranieri o internazionali, che possono eventualmente “sottrarsi” o sfuggire alle decisioni politiche dei singoli Paesi (eravamo sostanzialmente “padroni del nostro destino”, come si usa dire).

    Vi era in buona sostanza una certa qual dose di “sovranismo”, che rendeva possibile, se del caso, i cosiddetti aiuti di Stato, che rientravano comunque in una logica di “politica industriale”, allora esistente almeno a detta di più d’uno, poi i “padroni” dell’epoca vennero non di rado contestati e contrastati, spesso per ragioni ideologiche, ed anche questo ha verosimilmente contribuito alla dismissione di attività, o loro “delocalizzazione” fuori dai confini nazionali (il mondo è di certo cambiato, ma forse si potevano trovare vie di mezzo)

    Al posto del capitalismo industriale, più riconoscibile e “materiale”, ossia con “nome e cognome, è poi subentrato quello finanziario, più immateriale o “virtuale”, al punto da far dire a qualcuno che “abbiamo segato il ramo dell’albero sui cui stavamo seduti”, creando una situazione e dandoci regole che hanno cambiato il “profilo identitario” del Paese, forse in modo ormai irreversibile (stamani ho sentito riparlare di nazionalizzazione, ma c’è chi la ritiene una via oggi impraticabile, proprio perché non siamo solo noi a decidere).

    Paolo B. 08.11.2019

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