sabato, 24 Ottobre, 2020

Scrive Luigi Mainolfi:
Populismo italiano e americano

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La parola meritocrazia mi perseguita da quando iniziò il suo utilizzo in politica. La prima volta che la sentii pronunciare esplose, inconsapevolmente, la mia allergia al nome. Quando cercai di capire a cosa doveva servire, mi resi conto del danno che avrebbe provocato. Queste sensazioni erano conseguenza delle mie esperienze di vita. Passando in rassegna la mia fanciullezza e l’inizio della mia gioventù, fu naturale paragonarle a quelle dei miei coetanei, “figli di papà”. Il loro vantaggio, cultura dei genitori e strumenti di apprendimento, non potevo neutralizzarlo, per lo meno nell’immediato. Essi scuola media e liceo, io scuola di avviamento e istituto tecnico. Venivo chiamato “ferra ciucci”. Loro laureati e gli svantaggiati, al massimo, diplomati. Per me, era una bestemmia, pensare che i traguardi raggiunti indicavano il livello del merito della persona. Con questi precedenti, non potevo non restare affascinato dal titolo di uno scritto di Machael Sandel “La tirannia del merito” e dall’articolo di Massimo Gaggi, che, sinteticamente, lo illustrava. L’importanza dell’argomento affrontato lo ha fatto diventare protagonista al Festival dell’Economia di Trento. La doverosa ricerca ha rafforzato il mio interesse per la materia trattata. Di seguito riporto i concetti che mi hanno fatto convincere che la mia allergia era giustificata. Secondo Sandel, “quando i democratici americani, seguiti dagli imitatori europei, affermavano che un’epoca del mercato potesse risolvere i problemi della globalizzazione, non si resero conto che stavano abbandonando i loro valori”. Le scelte conseguenziali di tale decisione hanno portato effetti disastrosi per il bene comune.

 

La parola meritocrazia pare sia nata in inglese nel 1958. Essa, poi, ha viaggiato in compagnia della parola crescita, la cui retorica è diventata un atto di fede, uno slogan accettato da tutti. Il valore della crescita viene utilizzato per valutare il valore del merito delle persone che l’hanno determinata. La corsa verso la crescita ha annullato il valore morale del lavoro, mentre la meritocrazia, spingendo verso la conquista degli strumenti che la legittimano, ha fatto aumentare le diseguaglianze. Tutto viene giudicato naturale in quanto si pensa che esista una pari opportunità di partenza, mentre la verità è che si è in presenza di una chimera. In America, è comune il pensare che chi nasce da genitori poveri tende a restare povero da adulto. C’è un’altra sentenza negativa: chi non riesce ad emergere deve dare la colpa a se stesso. I tiranni della meritocrazia etichettano quelli, che non condividono le loro posizioni, come provinciali, diffidenti e ostili al progresso. Questo modo di ragionare non poteva non provocare risentimenti e volontà di ribellione. Secondo Sandel, negli USA, il populismo è stata una risposta sbagliata alla tirannia della meritocrazia e al suo progetto sociale. Secondo il “ Filosofo di Harvard”, la perdita della mobilità sociale è stata conseguenza della sbornia meritocratica. Questa ha partorito l’odio verso le élite, una negatività sociologica, che è diventata il carburante del populismo americano.

 

Quattro anni fa, la vittoria di Trump fu provocata dalla ribellione di quelli che si sentirono traditi dai democratici. In Italia, la situazione è confusa. Alcuni ricercatori dell’Università Cattolica hanno messo a punto il Meritometro, che prende in esame sette “pilastri”: libertà, pari opportunità, qualità del sistema, attrattività dei talenti, trasparenza e mobilità sociale. Il risultato sentenzia che l’Italia non è un Paese meritocratico. Non per la supremazia dei valori e degli ideali a cui fa riferimento Sandel o per quelli di Luther King e di Kennedy o di quelli marxiani (non marxisti). La causa è, in primo luogo, la cultura “sottanifera” e borbonica, di cui è satolla la politica, che trova alleata “la granitica e corporativa resistenza del sindacato”. Perciò, il populismo italico, che è uno e trino, non ha una motivazione “americana”. La confusione italica ha partorito quello comico-teatrale, quello sovranista –paesano e quello storico degli “emarginati politici”. Inoltre, nessuno propone un modello di società e nessuno dimostra di possedere una sintesi di valori sociali e culturali. Intanto, continua il clientelismo, l’affarismo, lo scivolamento verso la sottocultura e l’improvvisazione nel governare. I titoli che, nella logica del merito, fanno testo, mentre le persone serie li hanno conseguiti con sacrifici fisici ed economici, i clienti di organismi corrotti li acquistano e li utilizzano. E’ la meritocrazia del malcostume. Tutte condizioni, che fanno la fortuna degli intrallazzatori, che affollano l’industria, il commercio, il terzo settore, il sindacato e la politica. Risultato: la cattiva politica alimenta la corruzione e fa aumentare l’esercito dei fannulloni immeritevoli.

 

Luigi Mainolfi

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