venerdì, 27 Novembre, 2020

Scrive Luigi Mainolfi:
Totò: “E’ la somma che fa il totale”

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Ai Convegni di Comunione e Liberazione della prima Repubblica, i rappresentanti dei Partiti e dei Governi prevalevano sui tecnici. Ed era normale. I tecnici non sono tenuti ad essere polivalenti. Potremmo dire che i tecnici vengono utilizzati per trovare il modo per concretizzare volontà politiche. I politici, viceversa, non possono trascurare le cause dei problemi, le esigenze culturali ed esistenziali delle persone, la direzione di marcia della società, la tendenza di alcune categorie a prevalere sulle altre, ecc. Inoltre devono avere un modello di società come bussola. All’ultimo Meeting di Rimini, i rappresentanti del Governo sono diventati delle comparse, mentre la star è stata Mario Draghi. Il quale, richiamando De Gasperi, Bretton Woods e Keynes ha cancellato il pressapochismo e il populismo dell’attuale classe dirigente e, auspicando il rafforzamento dell’Europa Unita, ha ridicolizzato chi, di destra e di sinistra, ritiene l’EU nemica dell’Italia. E’ bene ricordare che le forze politiche nacquero anche per ridurre lo sfruttamento delle categorie inferiori da parte dei Signori e dei Padroni del vapore, non ché per modificare i modelli di società esistenti. I libri di economia politica partivano dalle analisi delle culture dei popoli e dell’azione delle agenzie, religiose e laiche, che le influenzavano. Non trascuravano la radiografia dei proprietari della ricchezza e del potere. Negli ultimi tempi si parla, improvvisando, solo di variazione del PIL e di assistenza ai bisognosi, trascurando ciò che è necessario per resistere alle invasioni di poteri economici stranieri. Gli strumenti, sindacati e associazioni di categoria, creati per aiutare lo sviluppo della società, si sono trasformati in “agenzie di servizi a pagamento”. Non si ha il coraggio di ammettere che le corporazioni, che avevano una funzione non totalmente negativa, sono ricomparse e, in una logica liberista, sono diventate uno strumento incontrollato per la crescita delle disuguaglianze. Gli effetti stanno sotto gli occhi di tutti. Le negatività della classe dirigente attuale sono figlie del processo di imitazione di populismi temporanei di altri Paesi, che, in Italia, diventavano “Sindacalismo di destra” e movimenti rivendicazionisti, provocatori di diseguaglianza, sotto il falso mantello delle “passeggiate sessantottine”, ridicolizzate da Pasolini. La negatività più grande partorita è stata il criticare gli avversari, non avanzare proposte. La totalità degli operatori Politici e culturali cavalca il particolare, senza conoscere il generale. Il vestito di Arlecchino è tornato di moda. La prima conseguenza è l’abitudine a confondere l’effetto con le cause. Faccio due esempi: 1) Il debito pubblico viene indicato come la causa di tutti i mali e come un’ipoteca sulle future generazioni; 2) Il risparmio cresce, mentre i consumi decrescono. Il debito pubblico dipende dalla differenza tra le uscite e le entrate. Le uscite dipendono dal costo dell’organizzazione statale, dalle rimesse degli immigrati verso i loro paesi e dal costo della politica, nazionale, regionale, provinciale e locale. Il populismo ( i parlamentari vengono considerati protettori della Nazione) e il sindacalismo corporativo hanno creato “i conti, i baroni e i marchesi dell’era democratica”, che, invece del latifondo hanno una poltrona, che rende più. L’indennità lorda annuale dei parlamentari italiani è di 120.546 sterline, mentre la media europea è di 82.918 sterline, ma nemmeno i giudici italiani si possono lamentare, con uno stipendio di fine carriera di 97.833 euro contro una media europea di 52.780 euro. Quando qualcuno chiede la riduzione delle spese improduttive, i furbastri, riferendosi a una sola voce, esclamano: “Sono bazzecole”. Totò diceva:” E’ la somma che fa il totale”. Per distrarre, è stata inventata la distinzione tra debito buono e debito cattivo. A me, sembra una forzatura. Se per debito buono va intesa anche la somma utilizzata per investimenti, si trascurano gli effetti che questi producono, commettendo un errore. Veniamo al risparmio. Nel 2019, ha raggiunto la somma di euro 4.445 miliardi. In un anno, è cresciuto di 34,4 miliardi e negli ultimi 3 anni di 121 miliardi. Questi dati fanno capire perché il 53% dei nostri titoli di Stato sono in mano agli italiani. Da quanto innanzi si deduce che i percettori di alti stipendi e i destinatari di scandalose indennità, non fanno aumentare i consumi, ma incrementano i loro risparmi. Poi aspettano che lo Stato, indebolito dalle eccessive “regalie”, emetta titoli di debito pubblico, per comprarli è realizzare un’altra entrata. Il nostro debito pubblico è passato dai 2.402 miliardi euro del 2018 ai 2.409 del 2019. Si afferma che nello zainetto dei nostri ragazzi c’è un debito di 41.000 euro. Cosa fare? Oltre alla lotta all’evasione fiscale, alla riduzione dell’assistenza improduttiva, alla eliminazione di tutti i vitalizi (fare politica non è un lavoro) e alle riduzione delle indennità, bisogna equiparare gli stipendi ai livelli europei e progettare investimenti produttivi e cercare di valorizzare le risorse. Il risparmio deve servire a costruire il futuro dei giovani.

 

Luigi Mainolfi

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