lunedì, 1 Marzo, 2021
Direttore Responsabile Mauro Del Bue

Scrive Luigi Mainolfi:
Valorizzare non abbandonare

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Il dibattito politico, gli opinionisti, i sindacalisti, la Confindustria e le varie associazioni hanno fatto convincere la maggioranza degli italiani che il nostro futuro dipenda dall’utilizzo dei miliardi del Recovery fund e del MES. Alcuni economisti hanno indicato i settori da preferire per uscire dalla crisi, che, rispetto a quelle conosciute nel passato, non è di natura ideologica o geopolitica, ma è stata provocata da una “potenza” sconosciuta, tanto da poter essere assimilata a un “castigo di Dio”. Si sostiene che i miliardi europei disponibili favoriranno il superamento del caos attuale. Quando ci sono risorse da investire, abbiamo due aspetti da valutare: quello che avviene alla luce del sole e quello che avviene dietro il sipario della politica e che si può intuire valutando gli investimenti proposti dai padroni del potere. Gli economisti propongono di investire nell’istruzione, nella formazione professionale, nella semplificazione della burocrazia, nella riduzione dei tempi della giustizia, nel digitale, nel turismo e cultura, nella sanità e nel sociale. Precisano che i problemi non si risolvono con i bonus e con le mance, ma realizzando politiche capaci di tutelare l’occupazione. Dietro il sipario, preparano richieste di opere per fare intrallazzi. In un articolo de Il Mattino, di metà gennaio, si insinuava che la camorra si “stesse attrezzando” per influenzare le scelte. Intanto, preoccupa il fatto che dal nostro territorio stanno partendo richieste che non hanno nessun rapporto con ipotesi di sviluppo. Le mie preoccupazioni sono influenzate anche dall’aver vissuto da segretario provinciale del PSI, da amministratore locale e da Presidente della Comunità Montana Partenio, il dopo terremoto. Ricordo le varie posizioni politiche: quelle che furono vincenti sono simili a quelle che ora vengono proposte. Sul territorio terremotato caddero molti miliardi per finanziare richieste, che non derivavano da un progetto di sviluppo. Furono preferiti investimenti, che consumando montagne di soldi, creavano comodità e lavoro a tempo determinato, facendo la fortuna di pseudoimprenditori. Le conseguenze stanno sotto gli occhi di tutti. Come non ricordare che quanto proposto da Manlio Rossi Doria fu delittuosamente snobbato. I miei richiami sulla necessità di costruire un piano di sviluppo dell’Irpinia, partendo dal rapporto del grande studioso, non sono stati mai ascoltati. Quando parliamo di desertificazione del territorio, di fuga di energie giovanili e culturali, di emigrazione di imprese, di abbandono di aree industriali, di riduzione dell’occupazione, dovremmo cercare le cause, invece di ripetere le inutili aspirazioni dorsiane e le cronache del passato. Dalla lettura dei giornali abbiamo appreso che molti sindaci chiedono investimenti per l’ “Alta velocità”, la banda larga e imprecisate infrastrutture. Non si intravede una politica capace di tutelare e sviluppare un’occupazione duratura, non limitata al completamento dell’investimento. Non si fa nessun riferimento ai settori, che gli esperti ritengono funzionali all’inserimento del nostro territorio in un processo di sviluppo. Non c’è, ad esempio, nessun elemento che dimostri l’esistenza di idee utili a fare aumentare il fascino della Provincia, grazie alla valorizzazione dei suoi beni culturali. Il rapporto con altre zone va valutato, partendo da ciò che si ha e da ciò che si cerca. I mezzi di trasporto sono la conseguenza, non la causa. La linea ferrata Avellino-Rocchetta dimostra che se non c’è offerta né domanda di beni (materiali e immateriali), sui treni viaggeranno solo il conduttore e il controllore. Se riflettiamo sulla storia economica dell’Irpinia, notiamo che prima dell’esplosione della produzione industriale, l’Irpinia era una Provincia che esportava prodotti agricoli, che venivano trasformati altrove. Non si capiva che si cedeva ad altri territori l’incremento di valore derivante dalla loro trasformazione. Una classe dirigente preparata si porrebbe il problema di conoscere il potenziale produttivo dei terreni abbandonati. Secondo me il valore è immenso. Una decisione simile a quella dell’ imprenditoria giovanile, con l’assegnazione delle terre incolte a cooperative giovanili (utilizzando soldi EU), sarebbe un investimento con effetti a tempo indeterminato e in sintonia con ciò che sostiene, nel “Terra, popoli, macchine”, l’economista Jeffrey Sachs. Ci sono conoscenze, che consigliano riconversioni colturali, che lasciano intravedere uno sviluppo economico-ambientale e occupazionale. Inoltre, bisognerebbe reintrodurre il finanziamento di attrattori turistici. Marino Niola ha spiegato il valore attrattivo dei “beni culturali in movimento”, considerati, invece, dalla mentalità borbonica-clericale, di qualità inferiore. E’ opportuno abbandonare la logica delle centinaia di iniziative senza capacità attrattive, che consumano solo soldi e bloccano le menti. E’ opportuno richiamare l’attenzione sulla qualità dell’istruzione provinciale, la quale dovrebbe licenziare energie capaci anche di intraprendere iniziative sul territorio. Purtroppo, non è così. Ad esempio, sul territorio provinciale esistono 6 Istituti alberghieri, che stano diventando fabbriche di disoccupati e di emigranti. Cercai di far capire le negatività di tale fenomeno e registrai un’altra sconfitta. Cosa deve succedere per fare aprire la mente della classe dirigente irpina?

 

Luigi Mainolfi

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