venerdì, 30 Ottobre, 2020

Scrive Mario Barnabé:
Due martiri socialisti di Castelbolognese

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Adelmo Ballardini di Castelbolognese era zio di mio padre Aurelio, avendo sposato Ida Plazzi sorella di Adele la mia nonna paterna. Adelmo era solito recarsi al lavoro di impiegato delle ferrovia in bicicletta. Il giorno 1/8/1923 un gruppo di fascisti gli sgonfiò le gomme della bicicletta e, mentre era chino e si accingeva a sistemare la bici al termine del suo turno di lavoro, lo colse alle spalle e lo uccise a randellate.
A distanza di un anno il quotidiano La Voce Repubblicana (1/8/1924) ne ricordò la figura col seguente testo: “ Nell’anniversario del barbaro assassinio del ferroviere Adelmo Ballardini: gruppi locali di opposizione deposero una grande corona di fiori sulla tomba della vittima. Al cimitero si ebbe un interminabile pellegrinaggio di cittadini di ogni partito che vollero così attestare il loro compianto per la vittima, la loro solidarietà con la famiglia dolorante, la loro sincera riprovazione per il brutale omicidio i cui autori sono ancora in gran parte liberi. Molto ricercata La Voce per la corrispondenza relativa. L’altra notte mani gentili e pietose deposero fiori rossi sul luogo dove fu consumato il delitto ed una scritta ANCHE QUI COMINCIO’ UN MARTIRIO. L’anima popolare dimostra così tacitamente ma compostamente e con spontaneità la sua avversione alle violenze e ai soprusi della nuova era”.

Adelmo aveva tre figli: Eustergio, Paolino e Tina. Quest’ultima avrebbe poi gestito in negozio di fiori nella piazza principale di Faenza. Eustergio e Paolino, terminati gli studi in collegio, sarebbero divenuti calciatori di buon livelli fino alla Serie B e furono compagni di squadra del concittadino Edmondo Fabbri e del cesenate Arnaldo Pantani. Conclusa la carriera calcistica Eustergio divenne bancario a Castelbolognese e Paolino capostazione a Rimini. Mio padre frequentò costantemente sia Eustergio che Paolino. L’ultimo mio incontro con Paolino fu ad Imola, nella abitazione di mio padre a inizio anni ’90. Era felice perché era programmato per ottobre un viaggio gratuito negli USA ad un Congresso di Cardiochirurgia ospite del prof. Dogliotti che lo aveva operato al cuore dieci anni prima e nessuno al mondo era sopravvissuto tanto a lungo a quel tipo di intervento. Purtroppo Paolino sarebbe morto in agosto non riuscendo a realizzare il suo desiderio. Fu proprio in tale occasione che Paolino mi confidò come, al termine della seconda guerra mondiale , avendo saputo che uno degli uccisori del padre era divenuto ferroviere alla stazione di Imola, lo raggiunse e lo pestò. Questi si schermiva dicendo : “ Paolino, lasciami stare…adesso sono divenuto comunista anch’io”. Al che Paolino rispose “ Puoi essere diventato quello che vuoi, ma hai ucciso mio padre lo stesso”.

Nel dopoguerra il Comune di Castelbolognese intitolò a zio Adelmo una strada cittadina.

Michele Barnabé era il fratello di mio nonno Paolo. Era il fattore della Tenuta della Centonara, storico militante socialista ( allora iscritto al PSIUP)

Esponente di spicco del CLN col nome di battaglia di E’VECC, nonché referente locale del ravennate Benigno Zaccagnini. Fu ucciso all’interno della Camera del Lavoro nelle prime settimane del 1946 , nel corso di una accesa discussione con un colpo d’arma da fuoco al capo , da “ compagni di lotta stalinisti” che non condividevano il suo proposito di rendere pubblico il bilancio del CLN. Il medico legale fu chiamato dopo poco ma, forse temendo ritorsioni, scrisse nel referto trattarsi di “ Morte per Dissanguamento”. Michele, secondo le sue disposizioni, ebbe un funerale civile con centinaia di convenuti da tutta la Romagna e le bande che eseguivano gli inni “ Bandiera Rossa” e “ L’Internazionale”. La vedova e le tre figlie ( Maria, Gigina e Santina) non ebbero nessuna pensione ma solo alcune carte che testimoniavano l’unanime stima di cui godeva e la sua coerenza di politico. Uno degli autori dell’omicidio fu condannato al carcere perché dal tribunale non fu ritenuta credibile l’ipotesi della difesa di un colpo partito accidentalmente da un’arma caduta al suolo, visto il percorso del proiettile perfettamente orizzontale dalla bocca alla nuca. Dopo pochi mesi una amnistia consentì la scarcerazione del condannato che emigrò in Germania ove restò per tutta la vita e rientrare in patria solo in tarda età per morire nel paese natale. Io fui medico al reparto di Odontoiatria dell’Ospedale per gli Infermi di Faenza ( prima come assistente poi con l’incarico di aiuto) dal 1973 al 1977. Ebbi fra i miei pazienti sia Maria, figlia di Michele, che Oddo Diversi, storico castellano. Entrambi mi narrarono di quella tragica vicenda. Ulteriori notizie sono reperibili su internet nel diario del notaio Antonio Bosi e nei volumetti di Diversi “ Cronache Castellane” ed.1972 e “ Dall’ultima trincea tedesca sul Senio-Castelbolognese 1944” ed.1981, entrambi editi da Grafiche Galeati. A oltre 70 anni da quel tragico evento sarebbe stato giusto che la comunità castellana intitolasse a Michele un luogo pubblico a solo parziale e postuma riparazione dell’accaduto e per onorare in lui un vero martire della lotta per la Giustizia Sociale e la Libertà. La mia proposta fu fatta propria con sincero entusiasmo dal geom. Elvio Poletti ( di cui Michele era il nonno materno). Sebbene Elvio sia stato in passato il comandante dei vigili urbani di Castelbolognese, la proposta è stata del tutto ignorata. Quasi fosse uno sgradito fastidio a disturbare la costante attualità del motto che dice “Pas d’ennemis à gauche”.

 

Mario Barnabé

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