domenica, 20 Settembre, 2020

Scrive Marxo Fonte:
Socialismo non è una parola vuota

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Care compagne e cari compagni,
quando aderii, convintamente, al Partito Socialista Italiano prima e alla Federazione dei Giovani Socialisti poi, fui mosso dalla fiducia di trovare finalmente un attore politico a sinistra capace di tradurre una pluralità di posizioni in una unità d’azione: il concretarsi politico del molteplice nell’uno. Inoltre, il rifiuto di abbandonare l’identità storica del socialismo – pur con le sue molte sfaccettature – e la vocazione alla prassi mi sembravano segno di un clima accogliente e fruttuoso.
In questo Partito e nella sua Giovanile ho avuto un’esperienza umana lodevole ed entusiasmante. Alla cerchia di compagne e compagni che ho incontrato nel mio percorso, costituendo una famiglia che unisce l’Italia e l’Europa, sono debitore di momenti intensi e altamente formativi.

Meno appagante però è stata l’esperienza politica. Confidavo che la dirigenza del PSI sapesse approfittare dell’assenza della sinistra nel panorama politico italiano per riallacciare i fili di ciò che resta del movimento operaio di questo paese – all’interno della vecchia famiglia socialista come al suo esterno – per provare a ricostituire una proposta politica di sinistra adatta ai nostri tempi.
Del resto, occasioni non mancavano: l’attacco ai diritti dei lavoratori, la mutazione della giustizia sociale in giustizia penale, il nazionalismo rampante, l’odio verso il povero e lo straniero dei passati governi, i tagli persistenti a sanità, istruzione, ricerca e trasporti, l’austerità ecc. La riflessione a sinistra è oggi trasversale ai partiti e proveniente in buona parte da attori non partitici: contavamo che il nostro movimento politico, forte di un’identità politica definita, potesse intercettare questa domanda di politica e tradurla in proposte, azioni, campagne, sfruttando la rete di contatti e appoggi transeuropea garantita dall’adesione al PSE e all’Internazionale.

Ciò non è accaduto, anzi. Il Partito non solo ha voltato le spalle alla sinistra, assecondando un viscerale e ridicolo anticomunismo d’altri tempi – rigettando così la prospettiva frontista di cui sono schietto sostenitore – ma è rimasto fedele alleato di chi queste politiche attuava e poi rivendicava: il Partito Democratico e ora Renzi. L’adesione alle liste dell’ALDE alle ultime elezioni europee certifica infine il ritiro del PSI dal mondo socialista europeo.
Mancata l’occasione di federare la sinistra italiana in un moderno riferimento socialista europeo, il PSI si è infine ridotto a comitato elettorale da attivare di volta in volta per carpire i voti di una minoranza politica sempre più irrilevante. Lo dimostrano anche le tessere: ormai il PSI coincide, numericamente (e idealmente), con la sua burocrazia.
Non si pensi tuttavia che tutte queste vicende siano frutto di errori tattici, perché ciò è il decorso naturale dell’adesione ostinata all’ideologia del socialismo liberale o liberalsocialismo; del resto, come la storia insegna, ogni esperimento politico che si sia rifatto a tale corrente è finito a sostenere politiche di stampo puramente liberale/liberista.

In conseguenza a tutto ciò, negli ultimi tempi si è assistito al tentativo di estendere il socialismo liberale a ideologia ufficiale di ciò che ritenevo l’ultimo porto sicuro nella famiglia politica socialista, l’FGS. Operazione che io, prossimo all’approccio teorico marxiano (come del resto dimostra il mio nome), non posso affatto accettare: infatti, contrariamente a quanto asserirono i fautori del socialismo liberale, io credo in una sicura e necessaria parentela tra socialismo e marxismo. Non possiamo non dirci marxiani poiché questo è l’unico modo per riaffermarci come forza schiettamente anticapitalistica; in altri termini, è l’unico modo per dirci veramente socialisti.
Tanto è vero che la speculazione di Marx si innerva nel grandioso tentativo di dimostrare che la contraddizione appartiene all’essenza della società capitalistica: per me abbandonare l’essenziale fondo teorico marxiano determina la definitiva sottomissione del socialismo al capitalismo. Come socialisti, infatti, la nostra fondamentale missione è sopprimere realmente le contraddizioni della realtà sociale.

La scelta di un orientamento teorico influisce non solo sulla conoscenza e sulla rappresentazione della realtà ma soprattutto sulla realtà stessa – in altre parole, sulla prassi, come riflette lo stesso Marx nelle Tesi su Feuerbach. Non si può rifiutare il metodo marxiano – che non è dogma ma punto di partenza di un’analisi oggettiva dei rapporti di produzione e di classe – e sostituirlo con una vaga mappa stellare di riferimenti nebulosi (riformismo, democrazia, tolleranza et similia), senza negare il fine stesso del socialismo. Abbandonare il metodo della filosofia di Marx comporta rinunciare definitivamente alla possibilità di cambiare lo stato delle cose.

Anche senza voler aderire a una prospettiva in altri tempi definita massimalista, è comunque fuor di discussione che l’attuale declinazione del riformismo sia un concetto talmente abusato da sembrare privo di significato. Sgomberato un antico quanto potente sostrato che faceva perno sulla speculazione marxiana – la quale, in ogni caso, si declinava in molti modi – un certo riformismo fine a sé stesso vede nel pensiero di Marx un ostacolo alla marcia socialista e si presenta, da ultimo, come miglior alleato della società capitalista, poiché non è volto a ribaltare l’odierno assetto del capitale, ma solo a proporne qualche secondario ritocco. In poche parole, si cambia per mai cambiare.
Infine, lo stesso termine ‘socialismo’ è divenuto sospetto nella vulgata del partito e, ora, della giovanile: sempre più lo si trova accompagnato da aggettivi che lo imbrigliano e attenuano: liberale, democratico, riformista ecc. Ma socialismo non è affatto una parola vuota; il suo campo semantico è ricco di significati ed esperienze che è doveroso accettare integralmente come parte della propria storia.
In tutto ciò, sin dal principio della mia militanza, ho letto e scritto documenti critici, ingenue integrazioni, mozioni contrarie agli indirizzi del Partito, le quali, tuttavia, sortivano uno scarso effetto. Si discettava spesso di liste FGS; ciò nonostante, spesso si candidavano compagni tra le file dei liberali. L’ultimo esempio sono le scorse elezioni emiliano-romagnole, dove si optò per Più Europa anziché la a noi più affine lista di Elly Schlein, Emilia-Romagna Coraggiosa – questo secondo le direttive del Partito centrale. In tal modo, si compiva de facto l’adesione dell’FGS agli orientamenti del PSI, ultimando così la deriva verso il centr(ism)o del mondo socialista italiano. Questa è l’analisi concreta della situazione concreta.
A questo punto, chiedo venia e ammetto di essermi illuso nello sperare in una vera unità socialista che nel suo seno avesse varie anime, da quella riformista a quella più oltranzista, poiché mi sembrava che tutte usassero lo stesso linguaggio e fossero mosse dalle stesse intenzioni. Evidentemente la realizzazione di tale progetto, ancora una volta, non sembra possibile. Stando così la questione, non mi resta che ammettere la mia ingenuità e colpa per mezzo delle parole di un grande socialista, Giacinto Menotti Serrati: «Dobbiamo confessarlo; ci ingannammo, forse fummo anche ingannati. Ma in politica non ha torto chi inganna; ha torto chi si lascia ingannare».
Se già la dissonanza cognitiva di militare nel partito più a destra del socialismo europeo era difficile da scansare, estendere questa pratica al campo della teoria è un segnale che difficilmente potrò accettare, sentendomi schiacciato da un indirizzo politico che non posso più tollerare. Che il PSI non potesse più essere la mia casa politica era oramai scontato; tuttavia, stando così le cose, cominciano a gravare dei preoccupanti dubbi anche sulla mia lecita appartenenza all’FGS.


Marxo Fonte

PS. Il nome di chi ha scritto questa lettera non è un errore di battitura, ma una precisa scelta di campo: siamo ragazze e ragazzi tuttora appartenenti all’FGS e abbiamo deciso di firmarci con un gioco di parole sul nome di un ex compagno, transitato senza troppi indugi dal socialismo liberale al liberismo più spiccio – presagio dei destini del nostro movimento politico.

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1 commento

  1. Mauro Del Bue
    Mauro Del Bue on

    Caro amico e compagno Marxo, il tuo nome se è vero mi ricorda quelli che i comunisti emiliani davano ai loro figli tra gli anni quaranta e cinquanta. Chi si chiamava Lenin, chi Palmiro, chi Leonida, Wladimiro, Igor, e via russeggiando. Ma Marxo non l’avevo mai sentito. Per uno che si chiama così ovvia la più supina acquiescenza al marxismo più ortodosso. Devo però confessarti che da un giovane mi sarei aspettato qualcosa di più innovativo. Marx é stato un grande economista e filosofo del suo tempo. Con le sue idee ha suscitato movimenti e partiti di liberazione sociale in mezzo mondo. Ma rispetto al suo Manifesto son passati 172 anni. E in questo breve lasso di tempo ne son successe di cose, si sono presentati centinaia di filosofi ed economisti, si sono sviluppate tante storie impreviste, episodi che in parte, vedasi la teoria del plusvalore o della progressiva eliminazione e proletarizzazione dei ceti medi, della dittatura del proletariato propedeutica a un comunismo senza classi e senza denaro, hanno dimostrato la fallacia di tante previsioni del filosofo di Treviri. Leggi un po’ più Carlo Rosselli e Filippo Turati e meno i sacri testi del socialismo scientifico, te lo consiglio, e vedrai che il socialismo liberale e riformista é ancor oggi l’unica versione attuale di socialismo. A presto Marxo, tuo Mauro senza x.

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