giovedì, 13 Agosto, 2020

Scrive Maurizio Colamonici:
Io non mi sento italiano per fortuna lo sono

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Per la prima volta una generazione come la mia di giovanissimi è costretta a scoprire che la
pedante storia striminzita e stramazzata in poche ore a settimana, e spesso liquidata in un veloce
questionario, possibilmente a crocette, non è finita. Si proprio quella disciplina che per molti altro
non è che un romanzo chiuso, giunto al suo apice. Nessuno ragazzo in tutto l’Occidente pensava
che la propria vita potesse essere riassorbita nello scorrere del tempo, uno scorrere anche
drammatico, feroce e contraddittorio come è sempre stato. Insieme, però, a tutti questi giovani,
che sono stati costretti a rinchiudersi nel proprio limbo digitale, scoprendo quanto sia in realtà
questo angusto, altri hanno scoperto come la favola di Francis Fukuyama sia un qualcosa di
delirante e frutto solo di un società arrogante come la nostra.

Molti di noi avranno ascoltato ieri le parole di Boris Johnson, che invitava i suoi concittadini a
prepararsi perdere i propri cari. C’è chi ha criticato queste parole per il cinismo e chi invece le ha
elogiate per la concretezza, invece penso, che forse, sia necessario per una volta soffermarsi non
solo sul contenuto ma sulla scelta delle parole. Johnson, che è tutto fuorché uno stupido, laureato
in lettere ad Oxford, politico, scrittore saggista, già sindaco di Londra e segretario agli Affari esteri
del Commonwealth, si è semplicemente limitato ad esporre il pensiero che pian piano si stava
facendo strada in tutti noi, ovvero un metodo di pensare che reifica quello che ci sta attorno
limitandolo prettamente a qualcosa di caro, quasi di ornamentale e come poi infondo qualcosa di
male non possa toccare noi ma solo chi ci sta intorno lasciandoci nella nostra bolla di imperitura
giovinezza in un mondo dove l’invecchiare è una vergogna se non quasi un peso ingombrante.

Abbiamo sentito in questi giorni molto duri per tutti noi diversi virologi, medici, biologi, professori,
dottori, dotti e passanti, da Maria Giovanna Maglie all’OMS, insomma non ci siamo fatti mancare
nulla, tutti a discutere se questa malattia uccidesse solo qualche vecchio o malato oppure se
fosse letale anche per i sani ovvero quelli che devono vivere nella bolla, quasi come se nessuno di
noi avesse avuto mai qualche acciacco o come se essere malati o vecchi volesse dire avere meno
diritto alla vita, essere ormai un qualcosa di fluttuante ai confini del mondo, senza considerare la
malattia o l’anzianità come una condizione umana di ciascuno di noi all’interno della quale tutti
saremo o siamo o siamo stati.
Dinnanzi però a questo caotico scenario, anche se non mi sento italiano , per una volta, rubando
le parole al grande Gaber, ho sussurrato tra me e me “per fortuna lo sono”.

Noi per primi, seguiti poi dai nostri cugini latini, Francia e Spagna, abbiamo scelto il percorso della
vita e la vita per tutti, abbiamo in un certo qual modo scelto di opporci all’avanzare dell’ottica
empirista e capitalistica inglese. Abbiamo confermato che per noi l’uomo nelle sue mille
condizioni è il centro e il fulcro della nostra società ma allo stesso tempo con i mille dibattiti
abbiamo mostrato che molti di noi nel proprio intimo si erano lasciti abbracciare dalla scuola di
pensiero della vecchia Albione dimenticando che in un’epidemia non è questione di vecchi, sani e
malati ma di livella come direbbe il vecchio Totò. Io spero sinceramente che questa crisi anche
per noi tutti noi progressisti e riformisti ci aiuti a riscoprire anche la bellezza e la profondità delle
radici del nostro pensiero umano che ancora non è pronto a sacrificare le vite e le terapie
intensive sull’altare del PIL e del mercato, ricordandosi che l’economia è una scienza umana e
non una logica immanente nell’universo, infatti non può esistere economia senza uomo.

Voglio anche sperare che in futuro prima di importare, alla stregua di una qualsiasi merce, modi di
pensare e di ragionare vengano aperte nelle nostre menti delle dogane e delle gabelle che non
vietino il traffico ma che sappiano impostare severi dazi contro chi vende l’individualismo come la
salvezza e la società non come lo stare assieme degli uomini nel mondo ma come un
palcoscenico di maschere pronte ad uscire di scena per il compiacimento del proprio pubblico.

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