domenica, 25 Ottobre, 2020

Scrive Vincenzo Carriero:
Manifesto per un nuovo progressismo

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Esiste ancora un futuro per la sinistra? Un futuro politico? E, nondimeno, un futuro di proposizione e programma per le società dell’avvenire? Un progressismo in grado di elaborare un’idea nuova – ed originale – sul tema dei diritti appare sempre più auspicabile rispetto alla precarizzazione del nostro tempo. Una socialismo di stampo riformista capace di occupare, e governare, lo spazio che si staglia tra il concetto di libertà e quello di potere. Tra quello di giustizia e quello relativo al merito. La democrazia, si è detto, è una via. Ma verso dove conduce questa via? Non di certo verso il semplicismo coatto così caro ai venditori di fumo, che considerano le ideologie vecchi arnesi del passato. Men che meno verso l’approfondimento e la competenza: nemici capitali dell’agire arruffone. E del semplicismo scambiato per semplificazione. Nient’affatto nelle braccia soffocanti di un populismo in grado di sparigliare le idee nella centrifuga dell’indistinto interessato e lucroso. “La vera democrazia non è il Paese degli oratori; è il Paese degli ascoltatori”, ci suggeriva Guido Calogero. La realizzazione della libertà, fine assoluto dello Stato – e di una sinistra proiettata nel XXI° secolo – perché affermazione completa della razionalità umana, si attua nell’”ottimo” governo, che non è la ricerca astratta ed utopistica dello “Stato migliore”, ma lo studio delle possibilità di migliorare le strutture politiche di una società. Consentendo un effettivo controllo – e correzione – su passioni ed errori in modo tale da poter garantire stabilità alla società e felicità agli individui. Ecco qual è l’orizzonte, la meta verso cui tendere. Un socialismo nuovo di zecca, per quanto ancorato nel passato glorioso nei suoi valori-guida. Inteso come ideologia del benessere e prassi dell’armonia. La sinistra che guarda agli ultimi, alle loro manchevolezze e ai ritardi sedimentatisi nel tempo, la sinistra che funge da ascensore sociale, senza tradire un’idea di sana competizione. Nel progressismo dei prossimi anni, complice anche la recente pandemia, non vi potrà più essere uno sbilanciamento a favore degli interessi privati, per quel che concerne l’offerta socio-sanitaria. Alla stregua dell’istruzione – e della scuola. Servizi essenziali, dirimenti per la vita di tutti, a tutela dell’aspettativa di molti, dovranno avere un’accezione pubblica. Sempre più. Sempre meglio. Anche grazie ad una prospettiva d’integrazione europea e alla costruzione di reti dall’alta valenza comunitaria. La riconquista della centralità sociale del lavoro, inoltre, come elemento fondante la cittadinanza, in grado di garantire pienamente l’indipendenza economica, la dignità sociale e la sicurezza della persona, e quale ambito di costruzione di un nuovo modello di democrazia e rappresentanza che promuova il protagonismo dei lavoratori nel governo delle imprese e nei processi che riguardano la loro organizzazione e innovazione. La centralità dell’ambiente quale elemento motore primario delle scelte relative al governo e alle regole delle politiche pubbliche e private inerenti lo sviluppo economico; una centralità orientata non solo alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio e delle risorse ambientali e del paesaggio, dei beni comuni e del patrimonio storico e culturale, ma anche alla rigenerazione dei contesti compromessi o divenuti marginali, considerando in questa parte il tessuto delle medie e piccole comunità locali. Il contrasto alla criminalità organizzata e alle altre forme di criminalità corrompono e attanagliano i gangli vitali del Paese, nel contesto di una rinnovata e prioritaria attenzione per il Mezzogiorno (nel caso italiano), il cui sviluppo economico, sociale e civile deve essere posto quale base per una ricomposizione reale dell’unità della Nazione, per la salute complessiva dello Stato e della democrazia, attraverso politiche di riequilibrio orientate in particolare a evitare il progressivo spopolamento del Sud da parte delle giovani generazioni. Compito di una nuova sinistra, di un progressismo rinnovato, sarà quello di confliggere – e governare, ove possibile – con la “società del rischio”, per dirla con le parole di Ulrich Beck. La società della precarizzazione troppo a lungo coltivata – ed erroneamente accettata – da un modello di sviluppo capitalistico digiuno di comportamenti etici. “Nella riflessività dei processi di modernizzazione – scrive il sociologo tedesco – le forze produttive hanno perso la loro innocenza. L’accrescimento del ‘progresso’ tecnico-economico è messo sempre più in ombra dalla produzione di rischi. In un primo stadio, essi possono essere legittimati come ‘effetti collaterali latenti’. Ma con la loro universalizzazione, con la critica da parte dell’opinione pubblica e l’analisi (anti)scientifica, i rischi emergono definitivamente dalla latenza e acquistano un significato nuovo e centrale per i conflitti sociali e politici”. Memori dell’insegnamento di Pietro Nenni – “Rinnovarsi o perire” – la politica non dovrebbe mai potersi scoprire come guardiana di un tempio andato. Vetusto. Custode gelosa dello status quo. Specie poi una politica di sinistra. Culturalmente dinamica. Sempre fluida. Mai prona ai pensieri dominanti del momento. Al racconto chiuso, senza prospettive, antimoderno, delle destre. Il progressismo, in fondo, è un tentativo di soluzione altra a problemi imperituri. La ricerca di una modalità mai esperita prima. Per saldare, con successo, l’esuberanza del merito ai passi incerti del bisogno. Nella Svezia di Olof Palme era diffusa l’idea che le socialdemocrazie europee avessero il dovere di assistere la liberazione e lo sviluppo dei Paesi poveri. Per Palme, sostenere la piena occupazione – e la giustizia sociale – nei Paesi industrializzati e in quelli in “via di sviluppo” significava qualcosa di più che devolvere una percentuale generosa del Pil svedese agli aiuti esteri. Significava anche assumere una posizione di principio contro il colonialismo. Perché per un socialista riformista la politica, le sue azioni, i principi (per l’appunto) che muovono architetture ideali e passioni avveniristiche, rappresentano un mezzo e non un fine. Il passaggio graduale a condizioni di maggiore benessere rispetto al passato: recente e non. Il governo democratico, nel significato riecheggiato da un progressismo plasmatosi, fattosi tutt’uno con il futuro, realizza la pace e la sicurezza, ma non deprime la libertà. Lo Stato democratico mantiene all’individuo la sua dimensione autonoma ed assoluta, reintegrandolo nel momento politico come portatore di sovranità e potere in un corpo di governo collettivo. Con la libertà e l’uguaglianza, ancora una volta, a muovere i propri passi nella terra dell’avvenire. A segnare l’Alfa e l’Omega di una società aperta ed inclusiva. “La Sinistra – scrive Randall Collins – dovrà ridefinire la propria strategia politica, concentrandosi non soltanto sulla disuguaglianza verticale, che misura la distanza tra ricchi e poveri, e nemmeno limitandosi ad aggiungere la disuguaglianza orizzontale che, a livello globale, toglie ricchezza alla classe media dei Paesi ricchi, a favore della classe media di quelli emergenti. Piuttosto, essa dovrà focalizzarsi sul trend più decisivo, per il quale le classi lavoratrici stanno progressivamente perdendo la loro funzione nel sistema economico. Alle prese con questo trend, diventerà molto problematico, per il capitalismo, mantenere la propria egemonia politico-ideologica, e sarà lì che si apriranno le maggiori opportunità di trasformazione sociale”. Quando la storia diviene maestra di vita, assai di rado ad onor del vero, con il carico di esperienza che trascina con sé, finisce inevitabilmente con lo schiudere spazi ed opportunità mai esperiti prima di allora. E in quegli interstizi concettuali, quelli che Carlo Rosselli avrebbe posto in relazione ad un socialismo alto, con il cruccio della libertà a far capolino nella testa, a corroborare pensieri agitati, che un’idea di progressismo attecchisce e prolifera. Anche dopo lunghe abiure. Anche a voler dar seguito a periodi più o meno ampi di inattività programmatica. In fondo Eraclito aveva ragione. “Le cose non possono star ferme troppo a lungo (…)”. Una meta infinitamente lontana non è una meta, è soltanto un inganno. La libertà e la ricerca della felicità possono, anzi devono, essere totalmente compatibili. Così come la libertà e l’uguaglianza. E, in egual misura, un individualismo che non volti mai le spalle alla fratellanza. Il socialismo degli ultimi. La sinistra dei giusti. Il progressismo è uguale a se stesso: nella tradizione che si salda alle novità, nel particolare che duetta con il generale. Non serve inventare alcunché. “Se non portare avanti tutti coloro che sono nati indietro”, come ci avrebbe insegnato Pietro Nenni.

Vincenzo Carriero

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